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He’s Coming - Roy Ayers Ubiquity (1972, Polydor)

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Non ho intenzione di scrivere il solito “coccodrillo” in occasione della scomparsa di Roy Ayers – ne troverete a iosa in rete, tutti dello stesso tenore. L’unica cosa in comune con quegli articoli, presumo, è la descrizione di Ayers come un innovatore del jazz, intrecciato con massicce dosi di funk, precursore dell’Acid Jazz e una sorta di semi-dio per i beatmaker. Ebbene, tale “coccodrillo” può bastare. Per ricordarlo al meglio, invece, desidero parlare di un album – non quello con la copertina dove il colore giallo è preponderante, di cui tutti sono più o meno a conoscenza (basti pensare all’ex vicepresidente degli Usa, Kamala Harris, che ne fa sfoggio, immortalata in un video mentre usciva da un negozio di dischi) – bensì di He’s Coming , pubblicato nel 1972 e grandioso esempio di jazz/funk spirituale. Ispirato dal musical Jesus Christ Superstar , omaggiato da Ayers con la cover di I Don’t Know How To Love Him , l’album presenta un Ayers con i suoi Ubiquity al culmine della forma, i...

Clasdamn - Sick Damn & Clas K. (2025, Autoprodotto)

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Capirete che ho una certa età; non intendo precisarla, ma il mio primo ricordo dell’hip-hop è legato a  Rapper’s Delight . Di conseguenza, ne è trascorso parecchio di tempo.  Per affinità con il mio vissuto da appassionato di musica black, l’hip-hop che prediligo è quello conosciuto come boom-bap, caratterizzato da basi che attingono da soul, jazz e funk. Per quanto riguarda la trap, ne mastico poca: non sopporto le basi, le barre non mi convincono e mancano di flow. Sarà anche per questi motivi che, quando mi accosto ad ascoltare novità in questo ambito, ho due discriminanti fondamentali: basi soulful e un flow scorrevole; in mancanza di questi elementi, passo oltre. Inoltre, non tollero l’hip-hop ruffiano, quello arricchito da featuring con celebrità della musica pop; in particolare, nella scena italiana mal sopporto i ritornelli piacioni e ruffiani, che potrebbero piacere anche a tua zia. I testi devono essere sinceri: puoi parlare di quello che vuoi, ma i poseur si sgamano...

Miracle - Bim Sherman (1996, Mantra Recordings)

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  Si parla sempre troppo poco di  Miracle  di Bim Sherman, capolavoro nato dall’incontro tra l’artista giamaicano e Adrian Sherwood. Un fulmine a ciel sereno, quell’incontro tra Sherman e il mago del dub, avvenuto all’inizio degli anni ’80, quando l’artista lasciò la Giamaica e le vendite in proprio dei suoi 45 giri per le strade di Kingston per approdare in Inghilterra.  Miracle  è un album che destruttura il reggae e reinventa i classici di Sherman in chiave unplugged, trasfigurandoli a tal punto da renderli irriconoscibili. Bewildered Fu nel 1996 che Miracle venne pubblicato, e solo pochi recensori attenti compresero appieno la portata di ciò che avevano tra le mani. Ricordo che si parlò subito di capolavoro, e alcuni lo definirono uno dei migliori album soul mai realizzati. E di soul si può parlare, non tanto per la struttura musicale, quanto per la voce malinconica di Sherman, che è soul allo stato puro. Sotto la guida di Sherwood, compie un vero miracolo:...

Tokyo Groove: Viaggio Nel City Pop - Haruomi Hosono

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Se esiste un monumento della musica giapponese, accanto a Ryuichi Sakamoto, è senz’altro Haruomi Hosono, al punto che posso dire senza esitazioni che, senza di lui, il City Pop non sarebbe mai esistito. Nato a Tokyo nel 1947, Hosono ha iniziato la sua carriera negli anni ’60 con la band degli April Fools, ma è stata la sua carriera da solista e con la YMO a consacrarlo come una leggenda. Hosono è stato molto più di un semplice musicista: è stato uno sperimentatore, un visionario che ha saputo interpretare e plasmare il suo tempo.  Ascoltando gli album solisti di Hosono, la cosa che emerge con chiarezza è che non ci si annoia mai. Ogni disco è unico, con una varietà di stili e soluzioni musicali brillanti. Due album in particolare, nel contesto di precursore del City Pop, mi hanno colpito profondamente:  Hosono House  e  Paraiso , quest’ultimo realizzato insieme alla YMO.  Hosono House - (1973, Belwood Records) Hosono House , pubblicato nel 1973, si distingue per...

Elliott Randall’s New York - Elliott Randall (1977, Kirshner)

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  Il secondo album solista di Elliott Randall, pubblicato a ben sette anni di distanza dal precedente Randall’s Island , ebbe la sfortuna di uscire nel 1977, anno in cui la disco era al top e il punk stava già facendo piazza pulita del cascame rock.  Randall è ricordato come “l’assolo” di chitarra di Reelin’ in The Years  degli Steely Dan, Jimmy Page ebbe a dire che era il miglior assolo che avesse mai ascoltato, oltre ad essere uno dei turnisti più ricercati negli anni 70; in pratica qualsiasi nome vi venga in mente, è molto probabile che Randall ci abbia suonato insieme. Questo album si colloca in un limbo di generi, nel senso che non è rock, non è soul, non è blues, ma cerca di essere una crasi di questi. Non ha brani memorabili, comunque almeno tre riescono a risultare interessanti: It’s Gonna Be Great , I Give Up , I Only Wanna Make You Feel Like a Woma n (quest’ultimo con un buon tiro funk) pezzi che rincorrono le suggestioni a la Doobie Brothers, ma che purtroppo n...

Dark Yacht - David Fostex (2023, Legere Recordings)

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Già il nome David Fostex dovrebbe far drizzare le antenne agli appassionati di yacht rock: si tratta infatti della storpiatura di David Foster, ideata dal geniale Shawn Lee, metà degli Young Gun Silver Fox e mente dietro questo progetto ironico e nostalgico. “Dark Yacht” è, prima di tutto, un godibilissimo album di yacht-soul, che sembra provenire da un universo parallelo degli anni ’80, un mondo in cui Sade non esiste e la sua “Your Love Is King” si trasforma in “Glasses for the Masses”. Qui, però, il controcampo vocale è affidato a un Michael McDonald che pare arrivare dagli abissi lovecraftiani: ascoltare per credere. Quella voce oscura e quasi spettrale attraversa tutto il disco, dando vita a canzoni dai testi caustici e satirici, già evidenti nei titoli: “Butt Dial”, “Head Up Her Ass”, “Should Have Washed My Hands” e “What’s the Smell, Barry Manilow?”. Anche la scelta della cover, “Taste the Bisquit”, mantiene il tono giocoso e canzonatorio che permea l’intero lavoro. Dal punto di...

Satisfied Soul - Brother Ali (2025, Mello Music Group)

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Ho appena ascoltato il miglior album soul pubblicato in questo scorcio di 2025. Solo che non è soul come lo si potrebbe immaginare, con tutti i cazzi e i mazzi del genere, bensì un album di hip-hop, potente già dalla copertina, per la precisione di underground hip-hop. Considerando la direzione che hanno preso i generi – uno tutto sbilanciato sulla retromania e l’altro sempre più spoglio nelle basi – direi che si tratta di un mezzo miracolo. Satisfied Soul è il nuovo album del rapper statunitense residente a Istanbul, Jason Newman, in arte Brother Ali, nato nel 1978 a Madison, Wisconsin, da famiglia bianca.  Bullizzato da bambino per essere albino e ipovedente, Ali troverà rifugio nella comunità nera, che lo accoglierà come uno di loro. Si converte all’Islam all’età di 16 anni, assumendo il nome di Ali Newman, e inizierà la sua strada nell’hip-hop nel 1999, periodo in cui incontrerà il suo alter-ego in veste di produttore: Anthony Davis, in arte Ant, del gruppo hip-hop statunitens...