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Visualizzazione dei post con l'etichetta pop'n'soul

HALL & OATES vs. RUMER: SARA SMILE

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La sfida di oggi è tra due dei miei artisti preferiti in assoluto; siamo nell'ambito del pop-soul più intelligente e raffinato di ogni tempo e in campo ci sono gli autori ed esecutori originali del brano - il "pirlungone biondo" ed il "tappetto con i baffi", la definizione calzante è dell'amico Alexdoc - e la cantante che attualmente è la numero uno per quanto riguarda un certo tipo di pop, quello che parte da Dusty Springfield ed arriva a Karen Carpenter, per intendersi, e di quest'ultima ne è la legittima erede. Sul campo è superfluo dire che il confronto può sembrare impietoso e che il duo surclassa di una buona spanna la mia favorita, forse se Rumer avesse scelto altri brani del repertorio dei ragazzi di Philadelphia avrebbe potuto insidiarli, ma messa così, sembra quasi un karaoke. Comunque è sempre bene ripassare certe canzoni e certe atmosfere, vedere il "tappetto con i baffi" sfoggiare una maglietta con stampato il logo della Ferrari e ...

IL LUNGO ADDIO: ROBIN GIBB, 1949-2012

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Sulla morte di Robin Gibb in questi giorni è stato scritto molto e molto a sproposito: ad esempio la sua dipartita è stata messa in correlazione con la scomparsa di Donna Summer, come se i Bee Gees avessero scritto e cantato soltanto nel periodo della disco music, non ricordando invece i numerosi successi avuti negli anni sessanta, con canzoni memorabili nell'ambito della musica popular. Restando sugli anni '70 e sulle sonorità che interessano al sottoscritto, voglio ricordare che i Bee Gees scrissero brani dance o perlomeno dall'atmosfera pop-soul ben prima dell'exploit di Saturday Night Fever: "You should be dancing", "Nights on Broadway" e "Fanny" furono i brani che videro la sterzata del gruppo dal pop degli esordi a suoni più marcatamente black, costruiti però sui loro caratteristici intrecci vocali e sui loro ritornelli killer. Il miglior modo per ricordare Robin Gibb è riascoltare la "divina" Candi Staton nella cover di ...

AWB vs.CHAKA KHAN: WHATCHA GONNA DO FOR ME

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Quando l'Average White Band incise "Whatcha Gonna Do For Me" il gruppo scozzese aveva già attraversato l'atlantico per trasferirsi nella terra del funk, gli States. In crisi d'identità in patria, dove la loro musica rimase come incompresa - figurarsi se nel bel mezzo dei seventies nel Regno Unito la massa delle persone si filava il funk - non è che negli states le cose andassero per il meglio - immaginatevi i funkster neri cosa avranno pensato: "ehi, chi cazzo sono questi visi pallidi che ci imitano cosi bene?" Una cosa però è certa e scolpita nel marmo; l'AWB incise un disco "Shine", prodotto dal genio di David Foster, che seppur scostandosi dal funk puro degli esordi è un caposaldo del pop'n'soul, basta ascoltare i primi quattro brani dell'album - cibo per artisti in cerca di gloria - per capirlo. Il brano della sfida di oggi ne è un esempio: scritto da Ned Doheny e Hamish Stuart è una canzone che da lustro imperituro alla ca...

SUNDAY MORNING MUSIC: AL JARREAU

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L'ho rivisto allo scorso festival di Sanremo, a cantare in un'improbabile accoppiata insieme ai Matia Bazar e sinceramente ne avrei fatto a meno. Qualcosa del grande vocalist che era stato affiorava qua e là, ma in fondo è stato triste vederlo su quel palco. Del resto molte primavere sono passate da quando Al Jarreau insieme al produttore Jay Graydon ridefiniva in tre album consecutivi il linguaggio del pop sofisticato, che diverrà una precisa caratteristica del sound losangelino di quegli anni. Il primo album dell'accoppiata Jarreau-Graydon uscirà nel 1980 a titolo "This Time", ci collaborarono dei musicisti fenomenali, tra cui mi preme ricordare Chick Corea ed Earl Klugh, nove brani in cui viene rimarcata la versatilità dell'artista nell'affrontare sia canzoni dall'impronta jazz, come pure quelle in cui il soul-pop la fa da padrone. Il brano più bello del disco è "Distracted", un bell'esempio di canzone mid-tempo con influenze sweet-fun...

UN GIOIELLO NASCOSTO

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Quest'oggi invece di recarsi in California, per la nostra rassegna settimanale di artisti westcoastiani, ci spostiamo ad est, in Ohio, per la precisione nella cittadina di Dayton. Dayton come città e scena che ha dato i natali agli Ohio Players, alla Bootsy's Rubber Band e alla Dazz Band, nonché al gruppo che prende il nome dalla città, i Dayton. Il combo ha pubblicato cinque album nel periodo che va dal 1980 al 1985 ed oggi ci occuperemo di un brano che pur non essendo tipico dei suoni della west coast lo ricorda per come è strutturato. E' il secondo pezzo del quarto album della band "Feel The Music" uscito nel 1983, che considero il loro masterpiece: un disco che riesce ad abbinare il funk con il pop, figlio del suo tempo, qui infatti abbondano synth a manetta, ma grazie ad un uso magistrale degli strumenti e sopratutto con dei brani talmente belli nella scrittura e nelle melodie, a dimostrazione di una maturità raggiunta partendo dalle sonorità funk ereditate d...

TRE CANADESI AL SOUL DELLA CALIFORNIA

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I China sono stati uno dei gruppi più misteriosi nell'ambito del pop west coast californiano. Trio canadese apparso dal nulla, registrarono un solo disco nel 1981, nel nulla scomparve dopo la realizzazione dell'omonimo album. Ci troviamo di fronte ad un gioiellino del genere, un suono che si muove tra soul e pop, intrecci vocali che ricordano i Doobie Brothers al loro meglio ed armonizzazioni sonore che pagano il loro debito alla chitarra di Jay Graydon, benché lo stesso partecipe alla realizzazione del disco soltanto in veste di collaboratore agli arrangiamenti. Che i China fossero però degli intenditori e non dei meri scopiazzatori di altre band lo si evince anche dalla lista dei collaboratori, troviamo infatti Lee Ritenour,Danny Mc Bride, Albert Lee e Danny Mc Bride alle chitarre, Abraham Laboriel al basso e l'onnipresente Paulinho Da Costa alle percussioni. Come al solito disco quasi introvabile, perlomeno nella versione in vinile se non a costi esorbitanti, un po' ...

AL SOUL DELLA CALIFORNIA

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Il giovanotto che vediamo investito da una secchiata d'acqua al sole della California può essere a ragione considerato come il precursore di quello che diverrà il pop west-coast californiano, genere sfuggente ed incatalogabile di per se', essendo una miscela di jazz, soul, funk, pop e folk. Ned Doheny quando diede alle stampe "Hard Candy" nel 1976, aveva già all'attivo un album uscito nel 1973, tra l'altro come primo artista scritturato dalla nascente Geffen Records, dove già si intravedevano i primi germogli del futuro sound, sicuramente acerbo se confrontato a questo. "Hard Candy" è prima di tutto un album ben suonato e ben prodotto, dietro la console abbiamo infatti Steve Cropper, i musicisti che collaborarono a far diventare il disco una pietra miliare del genere vanno da - oltre allo stesso Cropper - David Foster, Victor Feldman, Dennis Parker, i Tower of Power ai fiati e come backing vocals abbiamo gente del calibro di Glenn Frey, Don Henley, L...

THE ZOMBIES vs.TAMMI TERRELL: THIS OLD HEART OF MINE(IS WEAK FOR YOU), 1966

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Holland-Dozier-Holland, il trio delle meraviglie della Motown, scrisse questo pezzo insieme a Sylvia Moy originariamente per gli Isley Brothers, ma la sfida di oggi vede impegnati il gruppo inglese dei The Zombies, contro la mia eroina dell'etichetta di Detroit, Tammi Terrell. Dirò che la versione dei The Zombies la preferisco a quella degli Isley, forse perché l'ho conosciuta tramite loro, poi un'altro motivo è per il fatto che la band di Rod Argent è uno tra i gruppi bianchi dei sixties che ha flirtato spesso e volentieri con il soul, riuscendo a risultare credibili ogni qualvolta si cimentavano con quei suoni. Di Tammi Terrell mi è piaciuta invece come ha interpretato il brano, cambiandolo e rendendolo quasi un'altra cosa rispetto all'originale, dimostrando una certa originalità rispetto all'andazzo degli artisti soul di allora, dove spesso le basi dei brani rimanevano pressapoco le stesse, giocando tutto sulla vocalità. Un'altra curiosità fu che nelle in...

ANITA BAKER: YOU BRING ME JOY, 1986

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Ballatona strappacore, scritta da quel talento misconosciuto di David Lasley, e la voce...quella voce ! Nel 1986, Anita Baker arrivò d'imperio nello stardom musicale, imponendosi come nuova diva di un genere già orfano di una presenza che unisse lo charme di Diana Ross, con la potenza di Aretha Franklin. Ritornava il soul, grazie ad un disco di canzoni diventate degli instant classic, e forse a causa di queste, rimarrà come un'opera unica e mai più ripetuta da Anita Baker. E' il destino delle opere prime che hanno al loro interno tante canzoni da poterne fare dei singoli potenziali, dischi già maturi che bastano per gli anni a venire. Un team di musicisti fuoriclasse, arrangiamenti che tenevano conto della lezione del passato ed un tris di autori che firmeranno i brani migliori dell'album: Rod Temperton con "Mistery", il già citato David Lasley e Ken Hirsch con "No one in the world". Per concludere, un disco senza tempo, che è rimasto come un corpo a...

EVERYTHING BUT THE GIRL: LETTING LOVE GO, 1990

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Chiunque si affidi alle cure del produttore Tommy Li Puma sa quello che gli aspetta. Dischi iper prodotti, sonorità raffinate spesso al limite dello stucchevole, impeccabili costruzioni sonore dove niente è lasciato al caso. Tutto deve essere al proprio posto, e ognuno deve spremere il meglio da se stesso, dove per ognuno si intendono i migliori turnisti in circolazione che bazzicano gli studi discografici. Quando il produttore americano ebbe modo di ascoltare gli EBTG si trovò come essere folgorato sulla via di Damasco nel sentire la calda voce di Tracey Thorn e la grazia musicale di Ben Watt, tanto da essere convinto a chieder loro di volare in America per incidere un disco alla maniera degli Steely Dan e degli sconosciuti cantori del pop soul californiano. La prima volta il duo inglese oppose un netto rifiuto alla proposta, salvo ritornarci sopra un anno dopo, forse capendo l'intuizione di Li Puma. Nacque più o meno così "The Language of Life", un disco del tutto stran...

EARTH, WIND AND FIRE: IN THE STONE, 1979

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Quando gli EWeF scrissero questo pezzo erano ad un passo dal successo planetario, ma avevano già realizzato otto album dal 1971, e pur avendo avuto un buon riscontro in Usa con i precedenti tre lavori, uno su tutti "That's the way of the world", mancavano ancora di quel disco che gli avrebbe consacrati in tutto il mondo. Per chi bazzica il funk inutile dire che gli album che vanno dal 1971 al 1974 sarebbero già bastati per dare gloria ed onori alla band di Maurice White, con "In The Stone", con quel suo ritmo incalzante, quei fiati così paraculi e una melodia sapientemente mischiata con il pop ed a suggestioni latine, i nostri erano ormai pronti per rompere le ultime resistenze dei miscredenti. Inutile dire che questo pezzo vi farà muovere il culo dalla sedia, molto più di "Boogie Wonderland" che per il sottoscritto poteva anche rimanere chiuso in un cassetto. "I Am", questo l'album da cui è tratto, pagava il suo tributo al pop di classe ...