giovedì 29 gennaio 2015

CLASSICI: STREETNOISE - JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY



Se ad un appassionato medio di rock, in Italia, chiedete quale sia stato il miglior suonatore di organo di sempre, molto probabilmente vi sentirete rispondere in questo ordine di cose: Keith Emerson, Rick Wakeman, Jon Lord. Su Jon Lord siamo tutti d'accordo, sugli altri due decisamente no, o perlomeno se siete anche appassionati dell'arte circense o dei virtuosismi che in tempo passato appartenevano ai cantanti castrati, è probabile che non possiate fare a meno degli arzigogoli dei due figuri citati sopra. E' anche probabile che se provate a fare il nome di Brian Auger ben pochi vi risponderanno in maniera affermativa, magari adducendo il fatto che il nostro era si un bravo suonatore di Hammond, ma che con il rock aveva ben poco a che fare, e che il suo campo era il jazz. Se provate a rigirare la frittata agli appassionati della musica improvvisata costoro vi diranno il contrario, affermando che tutto era fuori che un jazzista. Ecco, se queste cose le avreste chieste nel 1969 - in Italia eh perché altrove l'album fu giudicato per quell'opera d'arte che è - anno di uscita del capolavoro "Streetnoise", è probabile che le risposte sarebbero state le stesse, profferite con più vigore da entrambe le parti. In realtà Auger ha suonato qualsiasi cosa gli passasse per la testa, che sia stato jazz, r'nb, pop, rock, soul, non ponendosi limiti, e in ognuno dei generi ha tirato fuori il massimo delle proprie intuizioni.
"Streetnoise" quindi. L'album, doppio, quattro canzoni per facciata vinilica, vide la luce quando Auger e i suoi Trinity avevano messo a frutto la collaborazione con la cantante Julie Driscoll (per inciso la migliore cantante bianca Soul di tutti i tempi) in un tempo in cui lo schierarsi nettamente da una parte o dall'altra era prassi comune, sia in politica che in campo musicale. Quindi se eri appassionato di jazz ignoravi i suoi dischi, se eri un rocker duro e puro altrettanto, le vie di mezzo erano poche e mal gliene incorse chi all'epoca provò ad accennare al fatto che "Streetnoise" fosse un capolavoro. Magari c'era chi constatava che ben pochi brani originali vi fossero inseriti -qui lo possiamo spiegare con le parole di Auger, il quale affermò che essendo il gruppo sempre in giro a suonare, la decisione di inserire cover di brani che proponevano in concerto fu una logica conseguenza, avendo poco tempo per dedicarsi alla scrittura - ma molto probabilmente ci fu chi non capì la portata di quelle versioni, e tanto meno dei brani originali. Per esempio, avete mai ascoltato una cover di "Light My Fire" assolutamente superiore alla versione originale ? Bene, in questo disco c'é. Come ci sono altrettante cover che superano gli originali, come ad esempio il gospel "Take Me To The Water" di Nina Simone (non crocifiggetemi, per me è così), oppure "Indian Rope Man" di Richie Havens, che anticipa di venti anni l'acid jazz, e una rilettura di "All Blues" di Miles Davis che il nostro dice apprezzò molto. Molto buone anche le versioni di "The Flesh Feilures (Let The Sunshine In) dal musical "Hair" - apprezzeranno per la prima volta chi dei musical vorrebbe farne terra bruciata - e la rilettura di "Save The Country" di Laura Nyro. Se il disco si fermasse alle cover, potrebbe già bastare a renderlo un capolavoro, fortunatamente però, ascoltando i brani originali, andiamo oltre. L'iniziale "Tropic Of Capricorn" lascia già intendere come sarà il mood del disco, dove Auger pesta sui tasti dell'Hammond in un pezzo che mischia jazz e prog, "From Vauxhall To Lambeth Bridge" è invece la sorpresa dell'album; scritto dalla Driscoll e suonato dalla stessa con la sola chitarra acustica, è un delicato gioiello di folk intimista, da mandare a memoria per i trastullatori contemporanei di strumenti a corda. Lo strumentale "Ellis Island" ci mostra invece un Auger mai così ispirato, in un brano che fa dell'improvvisazione non tediosa e fine a se stessa la propria ragion d'essere. Se c'è una canzone però che è la cifra dell'album e solo per questo basterebbe per essere ricordato nei secoli a venire, questi non può essere che "Czechoslovakia". Ecco, ridurla a canzone è riduttivo; qui si potrebbe descriverla come una sorta di documento in forma sonora di quella che fu la primavera di Praga nel 1968 e della sciagurata invasione da parte dell'esercito sovietico. In soli sei minuti, l'Hammond di Auger e la voce della Driscoll (autrice del brano) ci accompagnano dentro le speranze di un popolo, da quando prese forma fino alla fine del sogno. Emozionante, anzi commovente fino alle lacrime sono le sensazioni che si provano ascoltando questo pezzo. Ecco, emozione può essere il sostantivo giusto per descrivere questo capolavoro, sensazione che ho riprovato riascoltandolo dopo tanto tempo, ma sono certo che troverà nuovi adepti in chi considera la musica non soltanto un trastullo o nel ridurla a suoneria per telefonini.


martedì 27 gennaio 2015

GIORNO DELLA MEMORIA

Aldilà di qualsiasi discorso, per capire l'orrore, contano i numeri.
E questi sono:

Ebrei: 5-9 milioni di vittime
Prigionieri di guerra sovietici: 2-3 milioni di vittime
Polacchi non ebrei: 1,8-2 milioni di vittime
Rom e Sinti: 220mila-500mila vittime
Disabili e Pentecostali: 200mila-250mila vittime
Massoni: 80mila-200mila vittime
Omosessuali: 10mila-15mila vittime
Testimoni di Geova: 2.500-5000 vittime
Dissidenti Politici: 1-1,5 milioni di vittime
Slavi: 1-2,5 milioni di vittime

Recentemente documenti declassificati di provenienza britannica e sovietica, hanno
indicato che il totale delle vittime potrebbe essere superiore a quanto descritto sopra.


In ricordo di tutti quelli che passarono nei campi di sterminio e non fecero ritorno.


domenica 25 gennaio 2015

UNA CANZONE: PRETZEL LOGIC - STEELY DAN



"Pretzel Logic", title track dell'omonimo album, è una delle canzoni che ha contribuito a creare il mito degli Steely Dan. Blues come portante del pezzo, note jazz incastonate nel cerchio dorato del pop, testi oscuri e apparentemente senza un senso compiuto, caratteristica questa che sarà una costante nelle canzoni a venire del duo statunitense.
Il testo della canzone ad una prima lettura sembra che narri di un turista in viaggio verso il sud degli Stati Uniti per andare a vedere un "Minstrel Show" e diventare una stella degli stessi (gli spettacoli dove un bianco si tingeva la faccia di nero per intrattenere i suoi pari) ma addentrandoci nelle liriche si legge che il turista vuole "incontrare un Napoleone solitario" e che si trova in imbarazzo per le scarpe che indossa. Lo stesso Fagen, tanto per ingarbugliare di più le cose ci dice che la canzone parla di viaggi, si, ma di viaggi nel tempo, (i "Minstrel Show" di cui si parla erano morti da tempo, così come Napoleone, e il protagonista del brano vorrebbe ascoltare le canzoni in un fonografo) che in una delle sue canzoni possiamo trovare riferimenti sul putsch di Hitler nella birreria di Monaco di Baviera (potrebbe essere proprio in questa, in questo passo:"I stepped up on the platform ,The man gave me the news He said, You must be joking Son, Where did you get those shoes?" Hitler salì in effetti sul bancone della birreria, sparò un colpo verso il soffitto, fu arrestato e in cella scrisse il Mein Kampf).
Il ritornello della canzone parla poi di "tempi andati via per sempre" e  qui alcuni hanno interpretato questi versi  in senso autobiografico, come se Fagen volesse dirci che la musica degli Steely Dan non fosse ricettiva per l'ascoltatore medio del 1974, anno di uscita del disco. I dubbi di Fagen saranno quelli che portarono la band ad abbandonare la forma concerto alla fine del tour di Pretzel Logic, in quel momento infatti il pubblico era orientato verso le sonorità semplici e lineari dell'hard rock,  del glam, (qui forse c'è la soluzione al rebus delle scarpe fuori moda citate nel testo per cui viene additato il viaggiatore; vi ricordate vero le scarpe che usavano i glammers) che non stare dietro a sonorità meno immediate mutuate dal jazz.
Se invece guardiamo la canzone dal punto di vista storico il testo da adito ad una spiegazione più semplice, ovvero quella di un uomo bianco che vuole essere una stella dei "Minstrel Show", e che lo stesso si lamenta che non è più possibile diventarlo in quanto sono spettacoli non più socialmente accettabili e che appunto "those days are gone forever"
Per quanto mi riguarda sono propenso a credere alla spiegazione di Fagen riguardante i viaggi nel tempo, del resto tutti le canzoni degli Steely Dan sono tutto fuorché semplici da spiegare, in questo caso poi ci viene in soccorso il titolo della canzone: "Pretzel Logic", logica contorta e intrecciata che può essere raffigurata come il pane (il pretzel di cui sopra) di origine tedesca.


martedì 20 gennaio 2015

MODERNISMO: THE MADS






Non ho ricordi sul fatto che in Italia negli anni 60 sia esistito un movimento Mods paragonabile anche in minima parte al corrispettivo inglese - va beh, mi direte che qualcuno ci provò, ad esempio Ricky Shaine che incise il 45 giri "Uno Dei Mods" giusto nel 1965, peccato però che i produttori del nostro, "volpinamente", gli fecero indossare un giubbotto in pelle da Rockers - e dovremo aspettare la fine degli anni 70, più esattamente nel 1979 data di uscita del film "Quadrophenia", perché anche qui da noi si sviluppasse in contemporanea questa volta con il Regno Unito la nuova ondata modernista, conosciuta come "Mod Revival".
Furono Torino e Milano le città simbolo del neonato modernismo italiano e fu nel capoluogo lombardo, nel 1979, che vide la luce una delle prime, se non la prima band Mod italiana: The Mads.
Di quel periodo purtroppo non abbiamo testimonianze su disco nonostante la proposta di un contratto discografico fatta loro nel 1982, rifiutato in quanto prevedeva la sostituzione di due componenti della band con due turnisti cosa che di conseguenza pose fine all'avventura della band.
Chi non ha avuto l'occasione di ascoltarli dal vivo allora, potrà rifarsi le orecchie adesso, in quanto dalla scorsa estate The Mads sono tornati in città con la line-up originale: Marco Pertusati lead vocals e chitarra, Tony Graziani alla chitarra, Luis Bergamaschi al basso e Mauro Fossati alla batteria. Sono tornati dicevamo, e questa volta anche su disco; The Mads hanno infatti inciso un Ep, "Four by The Mads" con quattro brani, quattro cover registrate senza filtri, live, come usava negli anni 60. E il "beat" è la cifra primaria della musica dei The Mads che ritroviamo nel disco - "She Said She Said" dei Beatles, "Keep On Running" dello Spencer Davis Group, "Hey Girl" degli Small Faces e "Till The End Of The Day" dei Kinks - canzoni interpretate senza fronzoli, ruvide e dirette, rispettando lo spirito dell'epoca in cui furono realizzate.
Prendetelo come un antipasto questo e.p., sono certo che i ragazzi ci regaleranno altre suggestioni moderniste e chi sa, la prossima volta magari saranno dei brani vergati dalla loro penna.

Are you ready for The Mads ?

Qui sotto alcuni link:

http://themodsarebackintown.blogspot.it/

https://themads.bandcamp.com/alb

https://soundcloud.com/the-mads-italian-mod

https://www.facebook.com/TheMadsOfficial


domenica 18 gennaio 2015

UNA CANZONE: THE SUN AIN'T GONNA SHINE ANYMORE - THE WALKER BROTHERS


Loneliness is a cloak you wear
A deep shade of blue is always there

The sun ain't gonna shine anymore
The moon ain't gonna rise in the sky
The tears are always clouding your eyes
When you're without love, Baby

L'altra sera stavo guardando un film in tv e a un certo punto, verso la fine della storia, il personaggio principale della pellicola estrae da un mobiletto un disco, prende il vinile e lo mette sul piatto; a poco a poco si diffondono nell'aria le note di "The Sun Ain't Gonna Shine Anymore" dei Walker Brothers. Fin qui direte una scena come tanto altre, tranne un particolare: il personaggio è nella stanza della sua compagna, da solo, e nel giro di poche ore la terra verrà spazzata via da un meteorite.
La scelta del regista di inserire un brano così epico, un capolavoro assoluto della musica pop,  è rinforzato dalla citazione nel film di un altro disco pop che ha fatto epoca e che come questo potrebbe essere l'ultimo disco da ascoltare prima che sopraggiunga l'apocalisse: "Pet Sounds" dei Beach Boys.

Ritornando alla nostra canzone, il brano, scritto da Bob Crew e Bob Gaudio fu inciso la prima volta nel 1965 da Frankie Valli ma non ebbe il successo sperato, fu proprio un flop; si dovrà aspettare la versione dei Walker Brothers perché ottenga il giusto riconoscimento.
Grazie ad un arrangiamento che ricorda il muro del suono di Phil Spector e alla fantastica armonizzazione vocale che ne fecero Scott e John Walker il disco riuscì ad arrivare al numero uno della Uk Singles Chart e al nr. 13 della Us Billboard Top 100.

Sulla canzone - che ricordo è stata usata nel 2010 nel trailer promozionale della serie Tv "The Walking Dead" - vi è un curioso aneddoto: si narra che a metà degli anni 60 il bandito inglese Ronnie Kray, armato con una Mauser da 9mm, stesse andando nel pub Blind Beggar nell'East End di Londra per regolare i conti con il gangster rivale George Cornell. La canzone che girava nel Juke Box del pub era "The Sun Ain't Gonna Shine Anymore" nella versione dei Walker Brothers e mentre Kray sparava per uccidere Cornell un proiettile colpì il juke boxe facendone incantare il disco che come un mantra ripeteva il ritornello "The Sun Ain't Gonna Shine Anymore, Anymore, Anymore...." mentre lì vicino Cornell tirava le cuoia.

Da ricordare anche la versione di Cher nel 1995, citata, guarda un po', in un episodio di X-Files.
Un capolavoro, dicevamo, e se esiste una canzone che descrive bene la sensazione che uno ha quando viene abbandonato dalla propria compagna/o, direi che questa non la batte nessuno.

martedì 13 gennaio 2015

ITALIANI: PAOLO "APOLLO" NEGRI - HELLO WORLD


Già segnalato come uno dei migliori album di musica indipendente prodotti in Italia nell'anno appena trascorso, è giusto soffermarsi un po' di più sull'ultima fatica del mago italiano dell'organo Hammond a nome Paolo Apollo Negri. "Hello World", quarto album del tastierista, è stato per me un godimento continuo; se nei lavori precedenti il funk ed il soul erano le principali fonti di ispirazione, questa volta il posto d'onore se lo prendono il jazz-rock e quel tipo di fusion che girava nell'aere negli anni 70, e per un appassionato di quei suoni come il sottoscritto è stata oltre che una bella sorpresa, una conferma delle capacità compositive dell'artista italiano. Se conoscete appena un po' gente come George Duke gli Azymuth o i Weather Report fino ad arrivare ai nostrani Perigeo vi farete subito un'idea di quello che c'è all'interno di "Hello World": coadiuvato da una band di studio con al basso Edoardo Giovannelli, Mario Percudani alla chitarra e Paolo Botteschi alla batteria, il nostro viaggia a cento all'ora all'interno dei generi succitati - grandi assoli e un groove che ti prende per mano e ti accompagna fino all'ultima nota degli otto brani presenti. Se come detto il jazz-rock la fa da padrone, quà e là rispunta il funk, questa volta in ottica Sly Stone, grazie agli unici due pezzi cantati: "Teenie Tiny Cameras" con alla voce Bob Harris e "Gumbo Funk" con Noel Mc Coy.
"Hello World" ha il pregio di essere un album dal respiro internazionale, un disco che va aldilà delle solite beghe da cortile di cui è intrisa la produzione musicale di casa nostra, ma del resto tutto il mondo di Paolo "Apollo" Negri è lì a dimostrarlo: parla con la musica, e che musica, e ogni nuovo disco è un tassello che va a rinnovare l'eccellenza italiana delle sette note.



mercoledì 7 gennaio 2015

LOST AND FOUND: DON BROWN - I CAN'T SAY NO


Come costruire un post quando del personaggio che vuoi recensire non esiste alcuna voce su wikipedia, non esiste niente di lui nemmeno sui libri specializzati del genere, le riviste dell'epoca non se lo sono filato e sei venuto a sapere solo per caso che è di Seattle? Intanto si può parlare della copertina del disco oggetto della recensione; ma anche essa non da adito a voli pindarici. Il soggetto ritratto colà non stimola la fantasia, sembra il ritratto di un tuo cugino che abita in un luogo remoto e che vai a trovare o quando muore qualche parente, o per qualche matrimonio. con lo scatto preso in un momento di tedio generale. Se però ci fermassimo all'apparenza e a queste frasi scontate ci perderemmo un disco davvero sconosciuto uscito nel 1977, ma che merita un ascolto convinto e nasconde più di una sorpresa. Se Don Brown avesse avuto almeno un dieci per cento del sex appeal che aveva Gino Vannelli magari adesso qualcuno si sarebbe ricordato di lui; si perché l'ambito in cui si muove il disco è quel genere jazz non jazz, pop sofisticato incrociato con il genere più nobile, cosa di cui il Vannelli era un maestro. Va detto subito, a scanso di equivoci che in "I can't Say No" non si raggiungono quelle vette, e solo a tratti lo ricorda. Per amor di precisione diciamo che Don Brown fa riaffiorare alla mente, sia come voce che come mood un'altro eroe del jazz-pop, quel Nick Decaro autore di uno dei dischi più belli del genere: "Italian Graffiti" di tre anni precedente.
Dietro quell'aria da bonaccione Don Brown aveva ben compreso la lezione dei maestri del genere e la dimostrazione è tutta in questo disco, che lontano da uno scopiazzamento sterile dimostra invece molta personalità, con al vertice il terzo brano dell'album: "Hug On A Thrill" è un concentrato di groove in una cornice pigra e indolente, come trovarsi tra amici già sbronzi su di una spiaggia al tramonto. Riuscita anche la cover di "Over The Rainbow", molto bella, si prosegue poi con canzoni che anche quando sono incasellate in una forma ben precisa, hanno quella zampata fatta di bridge strumentali e di quei piccoli particolari sonori (uno strumento, un cambio di tonalità e di ritmo anche solo per poche battute, l'uso della voce e dei cori) che soltanto questo genere ha il potere di evocare e ne sono il tratto distintivo.
Il disco lo potete ascoltare su Spotify e acquistare in Cd su HMV Japan.

lunedì 5 gennaio 2015

IL LUNGO ADDIO: PINO DANIELE 1955 - 2015




Ve lo dico in tutta sincerità: ne ho abbastanza di pubblicare post di musicisti che ci lasciano, l'anno appena passato è stata un'ecatombe, il 2015 inizia nella maniera peggiore.

Pino Daniele è stato l'artista che ha reso accessibile alla massa la rivoluzione del sound napoletano iniziata da James Senese insieme ai Napoli Centrale, una fusione di jazz, soul e funk, ingentilite dal blues e dal pop di qualità che il musicista napoletano dal 1979 al 1982 con una serie di album uno più bello dell'altro riuscì a creare.

Ed è di quel periodo il ricordo più caro che ho di Pino Daniele, quando la ricerca sonora era abbinata ad un linguaggio comprensibile per tutti, e finalmente in Italia veniva alla luce un mondo di musica fino ad allora conosciuto da pochi appassionati. Ecco, Pino Daniele per me è stato questo, di quello che ha fatto dopo, diciamo da "Musicante" in poi,  molto spesso è stata maniera, sempre però un gradino sopra agli altri cantanti del mainstream italiano, e quel tocco magico che aveva contraddistinto gli album precedenti si era ormai perso.

Lo ricordo così, con una delle canzoni a me più care.

mercoledì 31 dicembre 2014

IL 2014, SECONDA PARTE




L'anno che sta per andarsene è stato caratterizzato dalla pubblicazione di numerose ristampe di album che all'epoca della loro prima uscita ebbero scarsa visibilità, se non addirittura bloccati sul nascere da parte delle case discografiche per beghe contrattuali con gli artisti coinvolti. Anno che ha visto molti ritorni eccellenti, con buoni risultati nella maggior parte dei casi. Due artisti in particolare sono stati una vera scoperta: di Robert Lester Folsom trattasi di una conferma dal momento che il disco uscito nel 2014, "Ode To Rainy Day", bissa l'album uscito nel 2010, "Music And Dreams". In questo caso ci troviamo di fronte a registrazioni casalinghe con quasi tutti brani inediti che confermano l'eccellenza di un musicista che solo grazie alla rete è venuto alla luce. Siamo in territorio westcoast e la storia di Lester Folsom assomiglia a quella di altri cantori del genere, in peggio però, visto che il nostro non ha mai avuto alle spalle una major dal momento che il suo unico disco se lo stampò in proprio. Anche per Bob Carpenter, altra grande sorpresa dell'anno il destino non è stato benevolo. Il suo album, "Silent Passage", un gioiellino folk-rock del 1974 non venne mai pubblicato causa screzi con l'etichetta e dopo una prima uscita negli anni ottanta, ben presto dimenticata, ha avuto una riedizione come si deve lo scorso Giugno rendendo giustizia a quello che è uno dei più bei dischi sconosciuti degli anni settanta. Ma di Carpenter e del suo disco ne parlerò presto con un post ad hoc.

I ritorni: di nomi eccellenti e in alcuni casi anche buoni, considerato l'età anagrafica e di militanza sonora. Il più eclatante è stato il riaffacciarsi di Prince con due album; "Art Official Age" quello nel solco della tradizione e "Plectrumelectrum" licenziato insieme a 3D Eyegirl. Il primo è un album che riporta il sound di Prince così come lo abbiamo conosciuto negli anni passati, nessuna sorpresa quindi, ma un solido disco che ha nelle ballad i suoi momenti migliori, con piccole concessioni, come nel brano iniziale, a certo sound tamarrone. Di "Plectrumelectrum" in tutta onestà vi dico che è passato dal mio Ipod solo una volta quindi, come Ponzio Pilato, me ne lavo le mani: non ho gli strumenti per giudicarlo o forse non sono più in sintonia con certe sonorità: chiedo venia. 
Jackson Browne e Cat Stevens (o come si fa chiamare adesso, Yusuf) sono stati altri due inaspettati ritorni, di buon valore "Standing In The Breach", con un Browne ritornato agli antichi splendori, niente di che il disco di Yusuf, mi piaceva il giusto prima, non ho cambiato idea adesso. 

Tra i ritornanti voglio segnalare anche Beck con "Morning Phase" disco incensato da tanti ma che mi ha lasciato indifferente: album che va molto a pescare nel Neil Young acustico di quaranta anni fa, un po' poco per considerarlo un capolavoro. Stesso caso quello di Damien Rice; va bene per chi è a digiuno di certi suoni ma vi garantisco che basta fare opera di ricerca nel passato che si trova di più e di meglio. Ci sarebbe da parlare anche del ritorno dei Pink Floyd, "The Endless River" ma mi è bastata vedere la copertina del disco, sorta di opuscolo in stile Testimoni di Geova,  per decidere di soprassedere all'ascolto.

Per gli amanti dei cofanetti e dei live quest'anno è stato un vero e proprio nirvana: tra i miei preferiti "1974" di CSN&Y, sulla reunion del gruppo documentata con quattro CD live, bellissimo, così come notevole è stata la riedizione dei concerti, tutti, della Allman Brothers Band tenuti al Fillmore East nel 1971 con l'aggiunta delle parti mancanti del disco pubblicato all'epoca, sei cd per ricordare degnamente la band di Jacksonville. Per gli appassionati della westcoast e non solo segnalo un box dedicato a Joni Mitchell"Loves Has Many Faces", 53 canzoni che ripercorrono la carriera della cantante canadese. 

Le dolenti note riguardano, purtroppo, la musica italiana: se escludiamo Paolo Conte, un'altro ritorno, autore di un album, "Snob", che fa strame della produzione musicale del belpaese, per il resto sembra che i media mainstream non abbiano che da parlare di Vasco, Jovanotti, Ligabue, Mengoni, Ferro e compagnia cantante, artisti che per forza di cose ti ritrovi a dover ascoltare senza volere non appena sintonizzi la radio o accendi la tv. Ma scopro l'acqua calda dicendo che la musica in Italia è diventata ostaggio dei talent show, ovvero del niente. Nel poco che ho ascoltato di musica italiana il mio plauso va ad Eugenio Finardi che con "Fibrillante" è stato autore di un disco coraggioso e importante che riflette del periodo di crisi che viviamo in Italia, disco che certi personaggi descritti sopra dovrebbero ascoltare e mandare a memoria, magari perderebbero un po' di quella ignavia che dimostrano di avere. Per le produzioni indie la mia preferenza va al disco di Paolo Apollo Negri, "Hello World", album che ha in certa fusion degli anni 70 la sua ragion d'essere: jazz e rock quindi, suonato con la passione e la devozione che si deve a quel periodo.

Per quest'anno è tutto. Il mio augurio per un sereno 2015 vi raggiunga.


martedì 30 dicembre 2014

IL 2014, PRIMA PARTE.

 





Come altri amici di blog anche io non mi sottrarrò ad un consuntivo di fine anno; musica, visioni e letture. Riguardo alle ultime poco vi dirò, dal momento che ho ridotto drasticamente l'acquisto di carta stampata così come gli ingressi al cinema e il motivo è presto detto: tra bollette da pagare , aumenti di tasse e tassettine, crescita dei figli e cazzi vari, a rimetterci sono state le spese per la cultura, ahimè, ma se per il cinema in un modo o in un altro la soluzione si trova, per i libri, non potendo fare a meno della carta (kobo e kindle per adesso non fanno per me, ma so che capitolerò per forza di cose, come è accaduto per la musica) è stato un dramma, nel senso che ad esclusione del bel libro di Mauro Ronconi, "Hotel California", un compendio indispensabile per sapere tutto sulla musica Westcoast, i pochi acquisti fatti sono di libri editati in edizioni economiche, quindi, cari miei, di quello che è uscito nel 2014 magari ne parlerò in futuro.

Capitolo visioni: poche cose mi hanno entusiasmato questo anno come due serie tv, vera nuova frontiera per evitare storie scontate che sempre più spesso ammorbano il grande schermo e rifuggire dal merchandising più trito. Bene, "Gomorra" e "True Detective" valgono da sole quanto tutte le uscite cinematografiche del 2014, perlomeno di quelle che ho visto. La serie tv italiana dimostra che anche da noi è possibile competere in qualità con le produzioni di oltreoceano, al netto di fiction con suore, preti, carabinieri, mafiosi e annicinquantassessantasettanta. "True Detective" mi ha riportato ai tempi di "Lost" e di "Twin Peaks", sia come importanza della messa in scena che della narrazione sia come attesa spasmodica per le nuove puntate. Una storia "nera" e "appiccicosa", scorretta (qui si fuma, si beve e si scopa) dove non si sconta niente a nessuno, un racconto malato e che ci porta negli abissi dell'animo umano, ben rappresentato e scandagliato dai due protagonisti: un immenso Matthew Mc Conaughey e un altrettanto grande Woody Harrelson.

Musica: una grande annata per le nuove uscite e altrettanto per le ristampe. C'è un album sopra a tutti, come potrete leggere più in basso e una serie di lavori eccellenti, come ad esempio "Going Back Home" grande ritorno di Wilco Johnson insieme a Roger Daltrey. Niente di nuovo, ma una serie di brani del repertorio dei Dr. Feelgood e di altri artisti, per un corroborante r'n'b britannico. Un altro grande ritorno è quello di D'Angelo; l'artista afroamericano dopo un'assenza durata 14 anni, a sorpresa se ne è uscito sul finire dell'anno con "Black Messiah", album dove la parola "neo soul" non è un termine abusato. Funk e soul trattato come neanche Prince (altro ritorno del 2014) con il suo nuovo lavoro è riuscito a fare. Suoni sporchi, una voce che sembra arrivare da altrove, mai così passionale e romantica, ma in una cornice di sonorità non scontate e a tratti dai rimandi psichedelici. 
Restando in ambito soul mi preme segnalare l'album di Emma Donovan & The Putbacks, "Drawn", un gran disco di soul e funk senza aggiunta di fiati, ruvido ed essenziale. Buone anche le prove di Kelis con "Food" e Ledisi con l'r'n'b elegante di "The Truth", meno bene Josè James dove con "While You Were Sleeping" fa un passo indietro rispetto al precedente lavoro, più rock in stile post wave che jazz qui.
Mi sono piaciuti anche Avery Sunshine dove con "The Sunroom" si viaggia in territorio Motown e derivati con incursioni nel soul contemporaneo, e in ambito jazz contaminato vi segnalo l'album di Takuya Kuroda, "Rising Son", un bel disco di post bop, jazz e soul che vanno a braccetto inglobando tutto quello che di nuovo è uscito nel mondo della musica dell'anima. 
In ambito funk la minestra preparata dagli artisti rimane pressoché la stessa; tutti sopra la sufficienza, dai Third Coast King agli The New Mastersound, un ritorno gradito per la Budo's Band e il loro "Burnt Offering", lavoro che ho trovato però un po' monocorde, meglio i Down To The Bone, band inglese capitanata da Stuart Wade e Chris Morgans, l'album "Dig It" è funk che amoreggia con l'acid jazz, un disco molto fresco e  che non annoia.
Uscendo dal soul per entrare nel rock mi sono piaciuti assai i Temples con "Sun Structures", lavoro di pop psichedelico in bilico tra gli Stones di "She's a Rainbow" e i primi Pink Floyd, come molto bello è stato l'album dei The Moons; "Mindwaves" è il pop come dovrebbe essere inteso. In questa categoria ci metto anche Curtis Harding con "Soul Power" che nonostante il titolo spazia nel rock venato di blues, un lavoro al confine con il soul più ruvido, una vera sorpresa.

L'album che però mi ha convinto di più e che tra le novità mi ha veramente emozionato come non mi capitava da tempo è quello di Damon Albarn: "Everyday Robots". Albarn è un musicista che per inciso non avrebbe da dimostrare più niente, visti i capolavori incisi con i mai troppo rimpianti Blur, qui ci porta dentro la sua essenza più vera regalandoci un disco che è al tempo stesso confessione straziante e condivisione del suo essere più intimo. La musica va di pari passo allo spleen che i testi ci raccontano, non più la sfrontatezza del brit pop, ma una sorta di musica dell’anima che però non ha niente a che vedere con il soul così come lo conosciamo: anche per questo motivo ci troviamo davanti ad un opera che va aldilà dei generi e diventa difficile trovare delle assonanze con quanto già ascoltato prima. Musicalmente ci trovo dentro molta Africa, in particolare nel brano omonimo che apre il disco e in “Mr. Tembo”, la canzone più “allegra” dell’album, altrove si spazia da un delicato folk-soul (più di una volta ascoltando le canzoni del disco mi è venuto in mente Terry Calljer come attitudine alla materia) come “Hostiles” e “The History of  a Cheating Heart”, per approdare al gospel del brano finale “Heavy Seas Of Love”. Un viaggio nell’anima dicevamo e anche dentro i demoni personali di Albarn come ci narra in “You and Me”,  il racconto della sua dipendenza con l’eroina. Se la malinconia è il tratto saliente dell’opera e il pop dei tempi ruggenti è ormai un lontano ricordo, qua e là tra i solchi affiora ancora il gusto per la melodia, che Albarn come un vecchio artigiano del pentagramma riesce a incastonare nei ritornelli scarni delle sue canzoni, ascoltate  quelli di “Hostiles”, di “The Selfish Giant” o di “Lonely Press Play” per capire come si può restare al tempo stesso sottotraccia senza rinunciare a quei passaggi che ti si stampano nella memoria senza darti scampo. Un disco immenso, di una modernità assoluta e con le radici negli ultimi cinquanta anni di musica scritta e prodotta. 

Per oggi basta, mi fermo qui, domani farò una panoramica sulle ristampe, a volte sorprendenti, uscite nel 2014, sui ritorni e sulle delusioni