lunedì 25 maggio 2015

STORIE POP: THE GRASS ROOTS E "PIANGI CON ME"


Quando nell’autunno del 1966 la band inglese The Rokes fecero uscire il loro primo quarantacinque giri di grande successo qui in Italia, “Che Colpa Abbiamo Noi”, non avrebbero mai immaginato che il lato b del disco, “Piangi Con Me”, sarebbe diventato un brano che avrebbe sbancato le classifiche di vendita negli States grazie al gruppo dei Grass Roots. In un periodo ruggente per la musica italiana, quello della metà degli anni sessanta, era norma per tutte le band che si dannavano l’anima per spargere i semi del beat, di prendere le canzoni degli artisti di lingua madre inglese e farne delle versioni in italiano; in questo caso no, fu esattamente il contrario.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1965 anche gli Stati Uniti erano in piena rivoluzione beat, gruppi come The Byrds avevano inaugurato la felice commistione tra il folk di Bob Dylan con il rock delle band inglesi e in questo filone si fece spazio un geniale autore nonché produttore che rispondeva al nome di P.F. Sloan. Questi insieme al suo sodale Steve Barry era alla ricerca di una band che potesse mettere in pratica quello che lui aveva vergato sul pentagramma. La prima volta provò con una band,”The Bedouins”, che avendo saputo che dovevano limitarsi a cantare quello che il duo avrebbe scritto, senza incidere niente del proprio repertorio, rimandarono al mittente la proposta. PF Sloan comunque non si perse d’animo e trovata una band di L.A., “The 13th Floor”, ebbe maggior fortuna: non solo i 13th Floor accettarono di cantare le di lui canzoni, ma furono d’accordo anche con il cambio del nome, che divenne così “The Grass Roots”. Dopo aver inciso una cover di Bob Dylan, con poca fortuna a dire il vero, ed un secondo singolo in stile Byrds, “Where Were You When I Needed You”, questo con un buon riscontro nelle vendite, ecco che a questo punto arrivò “Piangi con me”.

Ma ritorniamo ai Rokes e a quello che accadde allora. La band inglese di stanza in Italia fu una delle poche ad incidere brani originali e “Piangi con me” scritto da Shapiro e Mogol fu uno di questi. Con la speranza di lanciare la carriera dei Rokes nella patria natìa, del brano ne fu tratta una versione in inglese, “Let’s live for today”, dal testo stravolto ma molto più bello rispetto all’originale in italiano: se questo parlava in maniera adolescenziale di vittime e perdenti, quello in versione inglese scritto da un team di parolieri della band divenne un inno all’amore e prendeva di mira i falsi miti della società occidentale ed il carrierismo, tanto che ai Grass Roots ne fu fatta incidere una versione censurata. È a questo punto che la storia si tinse di giallo: il brano che ascoltò il cantante dei Grass Roots durante un soggiorno in Inghilterra non era però la versione dei Rokes, che fu incisa ed uscì in UK dopo quella dei Grass Roots, ma dei Living Daylights, che non si sa come ne vennero in possesso dal momento che i Rokes non rilasciarono ad altri la licenza di incidere il brano. Un furto ?  E’ probabile però che i Grass Roots abbiano poi comunque ascoltato in anteprima la versione inglese dei Rokes, dal momento che l’arrangiamento del brano ha più analogie con questa versione che non con quella dei Living Daylights.

Fatto sta che “Let’s Live For Today” fu proposta dal cantante dei Grass Roots al resto della band e a PF Sloan, che decise che quello sarebbe stato il brano che avrebbe lanciato la carriera della band, cosa che di fatto avvenne (il brano arrivò in Usa al nr. otto di Billboard e al nr.5 di Cashbox) lasciando forse con un palmo di naso i Rokes che con lo stesso pezzo non riuscirono ad avere il successo sperato in Inghilterra, con la parziale consolazione però di essere stati una tra le band più amate nell’Italia degli anni sessanta e per questo ricordati ancora oggi. I Grass  Roots dopo il successo di “Let’s live for today” ebbero altre hit, divennero i beniamini dei dj’s delle AM station americane e incisero un altro brano di un autore italiano,  Lucio Battisti. “Balla Linda” divenne “Bella Linda” ed arrivò al nr. 24 delle charts Usa, ma questa è un’ altra storia. 

lunedì 18 maggio 2015

LA MUSICA CHE TI CAMBIA LA VITA: THE PEARLFISHERS - THE YOUNG PICNICKERS



Caro David

Sono seduto davanti alla finestra, fuori i bambini aspettano lo scuolabus, il gatto del vicino sta andando a cacciarsi in un guaio, spinto dalla curiosità dell'ennesima rissa tra felini. Sto ascoltando "The Young Picnickers", l'album dei tuoi The Pearlfishers e devo dirti che è una perfetta colonna sonora per questa stagione, di un'estate che sta sbocciando con ancora i profumi della primavera.
"We're gonna save the summer" recita il primo brano del disco, salviamo l'estate, e improvvisamente si viene scaraventati dentro un miracoloso viaggio all'interno della migliore musica pop che sia mai stata scritta da un po' di tempo a questa parte, con in testa ben presente la lezione dei maestri del genere: Brian Wilson, Jimmy Webb e Burt Bacharach.

Musica che scalda il cuore, termine troppo spesso abusato per musica pensata per le classifiche, ma non in questo caso, dal momento che brani come "Another day out in the suburbs" rimandano alla mia giovinezza e mi cullano facendomi ripensare a tutti quei momenti passati insieme a mia madre, quando mi portava a giocare ai giardini e nell'aria aleggiavano le note di Gilbert O' Sullivan.
Ecco, se c'è una cosa che le tue canzoni evocano sono tutti quei momenti lontani che ci sono rimasti impressi nella mente e ogni tanto spuntano fuori a ricordarti cosa eri. Ricordo che però non diviene mai nostalgia per rifugiarsi in un passato idealizzato, ma è più un modo di interrogarlo per capire quel che siamo diventati nel corso degli anni.
La vita è troppo breve per perdersi dietro agli schiamazzi dei cialtroni che dettano gli stili di vita a noi e ai nostri figli, e la tua arte è li a ricordare che noi siamo portati alla bellezza, non ad inseguire la volgarità.

C'è una canzone in "The Young Picknickers" che è la summa e una delle vette assolute della musica pop, tale da potersi definire perfetta, come forse neanche il buon Paddy Mc Aloon è riuscito a raggiungere. "You Justify My Life" è come il punto di non ritorno di un certo tipo di intendere la musica e la vita, e i fatti sembrano darmi ragione dal momento che questo brano è del 1999 e ad oggi devo ancora ascoltarne uno che anche lontanamente si avvicini a questo.
In conclusione di questa mia lettera ti devo ringraziare, perché attraverso la tua musica e nonostante la mia non più giovane età, sono ancora qui ad inseguire i miei sogni, benché ne abbia abbandonati molti nel corso della vita; sono lì, chiusi in un cassetto che ogni tanto apro per ricordarmi di ravvivarli.

Cordialmente tuo

Leo "Harmonica" Giovannini

P.s. David Scott è scozzese, leader degli The Pearlfishers, band di musica pop. "The Young Picknickers è il loro terzo album uscito nel 1999.

 

lunedì 11 maggio 2015

LOST AND FOUND: WORDS AND MUSIC - LONETTE MC KEE


Un mio amico l'altro giorno mi ha consigliato di farla finita di postare articoli riguardanti dischi di gente sconosciuta e di concentrarmi su roba meno snob. Dall'andamento delle visite devo dire che ha ragione, dal momento che il post sui The Knack è stato quello più letto dell'ultimo mese. Ma l'amico di cui sopra sa già che non gli verrà data soddisfazione e che se vuole leggere qualcosa sui soliti nomi e dei soliti dischi è bene che si rivolga altrove. C'è veramente tanto di sommerso là fuori che non basterebbe la vita media di una persona per riuscire a parlare di tutto quello che il tempo ha obliato per continuare a disquisire per l'ennesima volta di un disco dei Pink Floyd o dei Nirvana, tanto per fare due esempi.

Il post di oggi ci porta nel 1978, e probabilmente l'artista protagonista delle mie elucubrazioni, Lonette Mc Kee, è più conosciuta tra gli appassionati di cinema che non di musica. Si, perchè la signora Mc Kee ha recitato in "Sparkle", film del 1976, pessima pellicola su un trio di sorelle molto ispirato alla vita delle Supremes (la miglior figura ce la faceva lei però, perlomeno durante le scene di canto) per poi passare a recitare parti in Cotton Club, Malcolm X e Mo' Better Blues. La Mc Kee è anche regista nonché sceneggiatrice, pochi sanno invece che ha inciso dei dischi, pochi per la verità, solo tre nell'arco di trent'anni, passati come delle meteore nell'etere.

Il primo di questi merita però una riscoperta, "Words and Music" il titolo, uscito nel 1978 e che ad ascoltarlo oggi dopo tutti questi anni ti chiedi come sia stato possibile che sia rimasto un oggetto sconosciuto ai più. La Mc Kee aveva dalla sua la bellezza, una ragguardevole estensione vocale, un album registrato per la Warner Bros. suonato da signori musicisti tra cui Patrice Rushen, Harvey Mason, Abraham Laboriel, Lee Ritenour e Ray Parker Jr.
Il disco è un bel melange di generi, dove il pop è giocato in chiave soul ed r'n'b senza disdegnare il blues un po' come lo erano i lavori di Minnie Riperton e Roberta Flack, manca il brano da scala classifiche come lo hanno avuto le artiste succitate ma comunque ci troviamo in presenza di un bel pugno di canzoni a ribadire l'alta qualità della produzione "media" di allora. Come a dire della differenza tra i film di genere italiani di quaranta anni fa e quelli odierni: da Marisa Mell ad Ambra Angiolini.

E qui il mio amico se ne ritornerebbe con la stessa, scontata domanda: "ma tu sei davvero convinto che la musica del passato sia migliore di quella odierna ?" La risposta la sapete già.



venerdì 1 maggio 2015

LOST AND FOUND: WE NEED TO GO BACK, THE UNISSUED WARNER BROS. MASTERS - DIONNE WARWICK




Quando nel 1972 Dionne Warwick lasciò l’etichetta Sceptre per approdare alla Warner Bros nessuno poteva immaginare che sarebbero stati gli anni più burrascosi della sua carriera. La Warwick si mosse insieme ai suoi mentori, Burt Bacharach e Hal David, che negli intendimenti dovevano andare avanti nella collaborazione con la cantante e aumentarne il successo, ma sfortuna volle che dopo averle prodotto e scritto in buona parte il primo album uscito per la nuova label, “Dionne”, il magnifico duo di autori di li a poco si divise, probabilmente anche a causa del fallimento agli occhi della critica e del pubblico del loro rifacimento in musical di un leggendario film di Frank Capra, “Lost Horizon”. 

Ora mi direte che la carriera della Warwick, visti i precedenti, non aveva quasi più niente da chiedere, tra album e raccolte di 45 giri al 1972 si parla di sedici LP pubblicati, ma sarebbe stato un vero peccato se la voce dell’artista afroamericana fosse caduta nel dimenticatoio. Alla Warner non si persero d’animo e come uscirono Bacharach e David subito subentrarono i tre portenti creativi della Motown, ovvero i signori Holland-Dozier-Holland; non solo, nell’arco dei cinque anni passati alla Warner la Warwick avrà modo di lavorare con autori e produttori del calibro di Thom Bell, Ashford & Simpson, Randy Edelman, Joe Porter, Jerry Ragovoy, Steve Barri e Michael Omartian. I dischi prodotti in quel lasso di tempo non ebbero però il successo sperato, nonostante i nomi dispiegati, ma l’uscita nell'agosto del 2013 di un album di outtakes di quelle sessioni, “We Need To Go Back: The Unissued Warner Bros. Masters” a cura della label Real Gone Music, ci fa perlomeno pensare che qualcosa non torna. 

Si, perché quei diciannove brani rimasti inediti sono molto belli e in alcuni casi superiori a quello che venne pubblicato, se ascoltate un’altra recente raccolta pubblicata sempre dalla Real Gone concernente i singoli usciti per la Warner, la differenza balza all’orecchio. Nell’album sono presenti anche tre brani scritti da Bacharach nel 1974 e rimasti inediti, ma il pezzo forte sono due canzoni uscite dalla penna di Ashford & Simpson: “We Need To Go Back” e “Someone Else Gets The Prize”. Due piccoli capolavori supportati dalla voce di una Warwick in stato di grazia; elegante e raffinata come non mai e dalla timbrica che raggiunge la giusta misura e la piena maturità. 

Nella normalità i due brani scritti da H-D-H, notevoli invece quelli prodotti da Thom Bell che danno un tocco di Philly Sound al repertorio della Warwick. Anche il resto non è da meno ma qui mi fermo e vi lascio nella curiosità di scoprire le altre gemme di cui è costellato l’album. Insomma, una bella raccolta, fatta con intelligenza e con un senso, fuori dalle logiche di spremitura dell’appassionato di musica; qui c’è una piccola parte di storia della musica popolare che rischiava di andare perduta per sempre e che grazie ai curatori della raccolta possiamo goderne tutti.

Post riveduto e corretto,  pubblicato in origine su "totallygrooved" nel giugno 2014

giovedì 30 aprile 2015

FUNKY STUFF: SATURDAY NIGHT SPECIAL - THE LYMAN WOODARD ORGANIZATION


Il cosiddetto "lo-fi" mi ha sempre dato l'impressione di essere una cosa "finta", fatto più per scelta consapevole che non per una effettiva scarsità di mezzi, quasi come se fosse un vezzo e una moda. Nel disco di oggi, che è bene dirlo con il rock non ha niente a che vedere ma con il lo-fi più genuino si, la scarsità dei mezzi di registrazione è palese e si sente, ma rende il disco della Lyman Woodard Organization, "Saturday Night Special" quanto di più sincero sia stato prodotto in ambito funk e non solo. Siamo nella Detroit del 1975, quindi una città già massacrata dalla crisi petrolifera del 1973 e l'album in questione è alla stregua di un documentario in forma sonora di quello che girava nei ghetti della downtown americana (che poi Detroit è una enorme, unica downtown, abitata principalmente da afroamericani, nove su dieci del totale degli abitanti, e dove un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà). Detroit come "Murder City" o come "la città del diavolo" e qui Lyman Woodard, organista jazz che è stato uno dei turnisti più richiesti nei dischi Motown, nonchè direttore artistico per Martha and The Vandellas, ha buon gioco, insieme a quattro musicisti ed un mellotron, a sbatterti in faccia tutto il bello e tutto il brutto del forse unico "ground zero" della società americana.

La title track divisa in due parti è la colonna sonora della città dei motori, dal lavoro che inizia all'alba alla catena di montaggio, fino al giocare dei bambini nelle strade, le rapine, la droga, le puttane, gli sbirri. Il funk cinematico più groove che abbiate mai potuto ascoltare, questo si lo-fi, registrato da cani ma proprio per questo sincero fino al midollo.
Il secondo brano, "Joy Ride", nella sua apparente rilassatezza è il suono della città dopo una giornata di lavoro, la colonna sonora di chi va a casa dopo essersi spezzato la schiena in fabbrica, note dolenti e disincantate, bellissima.
Come detto Lyman Woodard è stato un signor organista e il resto del disco ce lo conferma: meno funk urbano ma sempre comunque musica dal ghetto e questa volta sono i ritmi latin a fare da sottofondo ritmico alle acrobazie jazz soul del combo, con su tutte "Cheeba", brano diviso in due parti con una coda di improvvisazione pura. Non è il latin da balera quello che ascolterete qui, ma come detto, quello stradaiolo degli immigrati.

Il disco uscì per l'etichetta "Strata", mai ristampato per anni, ci ha pensato nel 2009 la Wax Poetics Records a nettare e a rieditare il disco, opera meritoria dove per la prima volta possiamo ascoltare le canzoni ripulite dallo "sporco" originario, ma se permettete, vi invito caldamente ad ascoltarlo nella versione originale, quella sudicia ma anche quella più sincera.


venerdì 24 aprile 2015

GODI POPolo: MARIO ACQUAVIVA


Le reazioni che ho avuto ascoltando "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di Mario Acquaviva sono state di sorpresa, meraviglia e rabbia. Intendiamoci, sono per natura un bastian contrario, come ogni toscano che si rispetti, mi piace andare a scovare roba che più snob non si potrebbe, mi piace il pop inteso come arte della canzone orecchiabile ma rifuggo da qualsivoglia ruffianeria che un ritornello può essere in grado di procacciare nell'ascoltatore distratto. Quindi, come vedremo, in "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di carne al fuoco ce n'è molta.

La sorpresa: vi confesso che di Mario Acquaviva fino all'altro giorno non sapevo niente e tanto meno mi immaginavo che in Italia, una trentina di anni fa, ci fosse stato un artista che prendendo spunto dal pop impelagato con il jazz (Steely Dan ? Steely Dan!) sia riuscito a creare due capolavori della canzone tricolore e soprattutto che sia riuscito a farseli pubblicare. Che poi non abbia venduto niente avreste potuto scommetterci una bolletta e ahivoi ci avreste vinto poco, dacché certe proposte sono come delle predicazioni nel deserto e facile è indovinare la sorte dei malcapitati che azzardano ad uscire dai canoni della canzonetta da festivalbar. Che poi, lì, al festivalbar, il signor Acquaviva c'è anche andato, nel 1983, ma probabilmente in quel contesto è passato più inosservato di un gatto nero nella notte. 

La meraviglia: due album, come dicevamo, che come minimo andrebbero ascoltati allo sfinimento per capire quanto geniale e preziosa sia stata la maestria musicale di Acquaviva. Il primo lavoro, "Notturno Italiano" edito nel 1983 in formato di E.P. dice già tutto del nostro e ne faceva presagire mirabilie in futuro, se soltanto fossimo stati in un paese più ricettivo a queste sonorità. Sin dalla title track, un superbo esempio di pop jazz e funk suonato come meglio non si potrebbe (e qui il plauso va ai turnisti che vi parteciparono, tra cui Faso e il povero Feiez, in futuro con Elio e Le Storie Tese) poi lasciatemi dire che questo disco suona BENE; dico, l'avete presente il piattume dei dischi registrati in Italia? Bene, qui sembra davvero di stare in uno studio di Los Angeles, dove niente viene lasciato al caso, e il risultato è quello di avere per le mani un pezzo unico, paragonabile in Italia ai dischi registrati negli studi della Numero Uno, l'etichetta di Battisti. 

Ci vorranno quattro anni, 1987, affinché Acquaviva riesca a realizzare il secondo album, "Sogni e Ridi" e qui le intuizioni del primo lavoro saranno sviluppate in maniera compiuta, lavorando di sintesi ma sempre nel solco del pop dagli afrori jazzati. 
Ma voi pensavate davvero che la maggioranza degli ascoltatori italiani fossero pronti per i cambi armonici, i ritmi spezzati, i ritornelli mancanti (possiamo azzardare che Acquaviva abbia evoluto il suono del Neapolitan Power) ? 
Sventurato paese il nostro, avere un artista che era quanto di più vicino all'arte di Donald Fagen e aver voltato la testa.

Di Acquaviva trovate poco o niente in rete, anzi, se qualcuno ne sa qualcosa di più è il benvenuto (ho visto che su ebay sono in vendita un Lp "Ballabile" uscito nel 1980 a nome Mario Acquaviva e probabilmente è lo stesso artista componente della band prog degli anni 70 "Quarto Stato". 




venerdì 17 aprile 2015

LOST AND FOUND: CHAPTER ONE - BLO


Quando pensi alla musica africana la prima cosa che ti viene in mente sono quegli artisti che usano fondere i suoni tradizionali con gli strumenti elettrici occidentali, e anche non puoi fare a meno di ricordare il grande Fela Kuti o gli Osibisa. Un altra cosa certa è che quando pensi alle band africane te le immagini e te le ricordi con almeno minimo dieci elementi al loro interno, tra strumenti tradizionali, fiati e quant'altro.

I Blo invece erano tre ragazzi nigeriani, il nome della band è l'acronimo dei loro nomi di battesimo, Berkley, Lalou, Odumosu, chitarra, batteria, basso e chiusa lì. Come altri ragazzi di altri paesi i nostri tre eroi hanno iniziato ai tempi della scuola a trastullarsi con gli strumenti; a quell'epoca avevano un altro nome, The Clusters, e suonavano altre cose, quelle che tutti conosciamo: qualcosa dei Beatles, un po' di r'n'b, Elvis, rumba e cha cha cha, ovvero tutto quanto facesse muover le chiappe nelle feste studentesche. Quindi molta musica occidentale e poca Africa ma la svolta per i nostri avvenne quando Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, durante uno dei suoi tre viaggi in quel di Lagos all'inizio degli anni settanta, li volle con se in tour per l'Europa e negli States dove i tre futuri Blo avranno modo di capire quale direzione dare alla loro musica. Ritornati in Nigeria a fine 1972 la prima cosa che decisero fu quella di salutare Baker e di formare una nuova entità, lasciando ai ricordi The Clusters e divenendo semplicemente Blo.

La musica appunto: spazio ad un suono che dall'esperienza fatta in occidente se ne ritornava nella terra madre africana e ne inglobava la ritmica nella parte del basso, mentre chitarra e batteria se la giocavano con la psichedelia innerbata da massicce dosi di Funk. Il loro primo album, "Chapter One" registrato a Lagos, è un iperbolico esempio di tutte queste componenti messe insieme ed è oggi stesso una sorpresa ed uno dei capolavori rimasti nascosti per troppo tempo.
Beat funk, rock e psichedelia, dicevamo, e sullo sfondo quel basso pulsante che ricorda il ritmo dei padri: raramente ho ascoltato un ensemble così ben amalgamato ed un disco i cui brani sono così convincenti.
Perso nei meandri della storia e nelle bancarelle dei collezionisti, "Chapter One" è stato provvidenzialmente ristampato nel 2013 dall'etichetta Mr. Bongo, quindi non avete più scuse per fare orecchie da mercante.

Buon Ascolto.
 

domenica 12 aprile 2015

UNA CANZONE: THE NIGHT - FRANKIE VALLI



Bisogna esser grati ai Dj's della scena Northern Soul, che una canzone così se non era per loro non se la sarebbe filata nessuno; non se l'è filata nemmeno il buon Clint Eastwood che manco l'ha inserita per qualche secondo nel film che ricorda l'epopea dei "Jersey Boys", ovvero degli The Four Seasons. Uno dei motivi può essere che per gli americani la parola Northern Soul non significa niente o forse perché la canzone non ebbe successo negli States, e alla prima uscita, nel 1972 ebbe poco riscontro anche dall'altra parte dell'oceano salvo ritornare in un altra veste nel 1975, grazie alle nottate spese nel ballo e nel sudore di chi bazzicava il Wigan Casino o il Blackpool Mecca, anno in cui "The Night" riuscì ad arrivare al settimo posto delle charts inglesi.

Dici "The Night", la notte, e magari ti viene in mente il bel brano dell'italo belga Adamo, e sai poco o niente di Frankie Valli, anzi Francis Castelluccio, guarda un po' un altro con sangue italiano nelle vene; si, magari lo conosci per "Grease" e "Can't Take My Eyes Off Of You", mica poco, ma quando avrai ascoltato le prime note di "The Night", con quel suo riff di basso doppiato da un organo che sembra arrivare dalla navata di una chiesa gotica, e poi le parole: "Beware, of his promise, Believe what i say, Before I go forever, Be sure of what you say... "But The Night begins to turn your head around..."  saprai che di Frankie Valli potrai dire di aver ascoltato tutto e nient'altro vorrai ascoltare.

La notte che ti consumi davanti ad un bicchiere di alcool, piena di promesse si, ma false. La notte puttana, la notte passata a lavorare a bestemmiare a non dormire. C'è tutto in questa canzone, anche se non capisci un cazzo di inglese te la puoi far diventare tua, come una colonna sonora delle tue notti bastarde.
Canzoni come queste sono come le pietre lavorate dagli scalpellini del rinascimento, ci cammini sopra e non ti fermi mai ad ammirarne la bellezza e la precisione, quando lo fai, vorresti quelle pietre ovunque.

Del brano ne sono state fatte delle cover, da parte di artisti inglesi, of course, ma non riescono ad eguagliare la bellezza dell'originale, anche se, ad onor del vero, rimarcano la drammaticità insita nel pezzo.

KTF




venerdì 3 aprile 2015

FUNKY STUFF: OWED TO MYSELF - CHARLES HILTON BROWN



Hanno un bel coraggio a dire che la musica è liquida: che cazzo vuol dire ? Da un dizionario: dicasi liquido la condizione di un corpo che, per scarsa aggregazione molecolare, possiede volume proprio ma assume la forma del recipiente in cui si trova. Per adesso non ho visto le canzoni dentro il mio IPod assumerne la forma o diventare come il whisky o il vino, e per fortuna, se non fosse per le vecchie copertine in cartone dei dischi, manco avrei un indizio su quello che mi capiterebbe di ascoltare. Che poi alcune copertine sembrano fatte apposta per farsi trovare: prendi ad esempio quella protagonista del post di oggi, sembra cucita addosso alla mia pellaccia di adoratore del funk. 

Non solo; "Owed to Myself" di Charles Hilton Brown è uno di quei dischi per cui gli Indiana Jones del vinile se lo inventerebbero. Ma prima è doverosa una premessa: l'artista del post di oggi non arriva dal niente ma durante l'epoca d'oro del beat italiano era un componente del gruppo vocale dei Four Kents, quattro soldati americani di stanza in Italia che negli anni sessanta allietarono le notti dei ballerini del Piper di Roma e di Viareggio. Quindi di materia solida, fatta di sudore e note ce n'era in abbondanza per Charles Hilton Brown quando, uscito dal gruppo, entrò in studio, qui in Italia è bene rimarcarlo, per incidere quello che rimane la sua unica prova in formato lungo da solista (al suo attivo ha anche un 45 giri, "Mamma Rosa" del 1970) e al tempo stesso uno dei dischi rimasti introvabili per lungo tempo. 

"Owed to Myself" uscì nel 1974 per l'etichetta Ampex ed è stato ripubblicato nel 2000 in CD dalla benemerita Schema Records. Aldilà delle fisime da collezionista il contenuto dell'album è un miracolo di groove e funk, dove il nostro ben coadiuvato dalla band britannica degli Assagai, sciorina otto brani che vanno dalle cover di "Soul Train", "Ain't No Sunshine" e "Try A Little Tenderness", rielaborate con onestà ma senza sorprese ai rimanenti cinque pezzi originali questi si davvero fonte di goduria. Tre in particolare sono i miei preferiti: "I'm Coming Home" apre le porte al groove di reminiscenza Stonesiana, si gira intorno alle simpatie per il diavolo per intendersi, ma sono i due brani strumentali "Maddox" e "G.R.F" a dare corpo e volume al lavoro. Brani trasudanti groove e funk in ogni nota, ci trovi dentro il suono dei ghetti e tanta Africa qui, poi arriva il gran finale con "Arguments", pezzo funk con in mezzo una tromba jazz tra suggestioni afro. Credetemi quando vi dico che questo disco è come una comunione con il funk ed il soul, e non si tratta di musica liquida in nessun caso: questa è solida come la roccia e occhio che non spacchi il vostro lettore Mp3.

Un grazie a "beatsessanta.it" per le info riguardanti The Four Kents.




domenica 29 marzo 2015

IL LUNGO ADDIO: SHARON TANDY (1943-2015)



Antefatto: ho appreso con rammarico dall'amico Tarkus della recente scomparsa di Sharon Tandy, interprete di origine sudafricana non molto conosciuta a queste latitudini ma molto apprezzata nel giro Mod. Lo scorso maggio sul mio vecchio blog postai un articolo sulla cantante dal titolo "Sharon Nel Paese Dei Balocchi" che vorrei riproporre oggi, in forma riveduta e corretta.

Questa storia assomiglia ad una fiaba, la protagonista è una timida ragazza ebrea sudafricana innamorata della musica. E come in tutte le fiabe che si rispettano la ragazza si innamora di un principe, anche lui sudafricano di razza mista, trasferitosi dal 1958 in Gran Bretagna, e che costui non arrivò in sella ad un destriero ma cavalcava la divisione UK della Atlantic Records. Frank Fenter, questo il nome del principe (passerà alla storia come il manager che metterà sotto contratto band come Led Zeppelin, Yes e King Crimson) di ritorno nel paese natìo e conosciuta la nostra “cenerentola” cosa fa? Dice alla ragazza: “ Bella mia,  ho ascoltato come canti e mi piaci. Vorrei portarti con me, lontano da qui, in una città dove non si dorme mai e la vita è più facile”. La risposta della nostra protagonista la potete facilmente immaginare.

Quindi è deciso, i due come dei promessi sposi prendono il primo volo e se ne vanno, destinazione Londra, si ma la  Londra del 1964, ovvero, per una ragazza che sapeva cantare e amava la musica, nientemeno come essere nel paese dei balocchi. Arrivati colà il nostro Frank prima se la sposa e poi decide di avviarne la carriera; ah, non vi ho ancora detto come si chiama la fanciulla: Sharon Tandy. Non vi dice niente eh…

Insomma Sharon, grazie ai buoni uffici di suo marito inizia con il piede giusto e cavoli, con un capo della Atlantic avrei voluto vedere; ma nonostante la sua bella voce, un misto di Dusty Springfield e Sandy Shaw, la carriera non decolla: ne con il pop alla Walker Brothers, né con la soul music; e pensare che il maritino la portò ad incidere a Memphis, negli studi della Stax, prima cantante bianca ad avere avuto questo onore, e trovarsi in studio insieme a personaggi quali Donald “Duck” Dunn, Steve Cropper, Booker T. ed Isaac Hayes; niente male eh, per una semi sconosciuta. Siamo a fine 1966, ma di Sharon Tandy il pubblico di allora che comprava i 45 giri come il pane, come per un sorta di maleficio, non si accorge di lei.

Millenovecentosessantasette: Frank Fenter decide che è giunto il momento di provarci con il rock, si, però quello psichedelico, che era in voga allora: prende una sua band, i Fleur De Lys e decide che la voce del gruppo debba essere quella di Sharon. Il risultato sarà quello di averci regalato una delle commistioni più riuscite tra sonorità elettriche per voce femminile, solo che, anche questa volta, sono in pochi ad accorgersene, salvo in Germania, dove “Hold On” il primo singolo inciso dalle due entità avrà un discreto successo. Arrivati a questo punto è lecito porsi alcune domande; come è possibile che una ragazza dalla bella voce e dalla bella presenza, capace di cantare il soul, il pop, il rock, sposata con un boss della Atlantic non sia riuscita ad ottenere il successo che meritava? Disillusa e disamorata, Sharon, nel 1970 decide di mollare la Londra luccicante di quegli anni e in una sorta di incantesimo all’incontrario, riprende l’aereo e se ne ritorna in Sud Africa, da sola. Lì avrà qualche hit, ma durerà poco, volete mettere Johannesburg con la capitale della musica? Quel che è certo è che questa storia, senza lieto fine, ci ha lasciato comunque della buona musica da ascoltare e sono certo che una nuova  chance a Sharon Tandy gliela concederete, e magari forse ve ne innamorerete voi questa volta.

Di seguito tre video che descrivono bene lo stile di Sharon Tandy: il freakbeat di "Hold On", il soul versione Stax di "One Way Street" e il sixties pop di "You Got To Believe It".