venerdì 24 aprile 2015

GODI POPolo: MARIO ACQUAVIVA


Le reazioni che ho avuto ascoltando "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di Mario Acquaviva sono state di sorpresa, meraviglia e rabbia. Intendiamoci, sono per natura un bastian contrario, come ogni toscano che si rispetti, mi piace andare a scovare roba che più snob non si potrebbe, mi piace il pop inteso come arte della canzone orecchiabile ma rifuggo da qualsivoglia ruffianeria che un ritornello può essere in grado di procacciare nell'ascoltatore distratto. Quindi, come vedremo, in "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di carne al fuoco ce n'è molta.

La sorpresa: vi confesso che di Mario Acquaviva fino all'altro giorno non sapevo niente e tanto meno mi immaginavo che in Italia, una trentina di anni fa, ci fosse stato un artista che prendendo spunto dal pop impelagato con il jazz (Steely Dan ? Steely Dan!) sia riuscito a creare due capolavori della canzone tricolore e soprattutto che sia riuscito a farseli pubblicare. Che poi non abbia venduto niente avreste potuto scommetterci una bolletta e ahivoi ci avreste vinto poco, dacché certe proposte sono come delle predicazioni nel deserto e facile è predire la sorte dei malcapitati che azzardano ad uscire dai canoni della canzonetta da festivalbar. Che poi, lì, al festivalbar, il signor Acquaviva c'è anche andato, nel 1983, ma probabilmente in quel contesto è passato più inosservato di un gatto nero nella notte. 

La meraviglia: due album, come dicevamo, che come minimo andrebbero ascoltati allo sfinimento per capire quanto geniale e preziosa sia stata la maestria musicale di Acquaviva. Il primo lavoro, "Notturno Italiano" edito nel 1983 in formato di E.P. dice già tutto del nostro e ne faceva presagire mirabilie in futuro, se soltanto fossimo stati in un paese più ricettivo a queste sonorità. Sin dalla title track, un superbo esempio di pop jazz e funk suonato come meglio non si potrebbe (e qui il plauso va ai turnisti che vi parteciparono, tra cui Faso e il povero Feiez, in futuro con Elio e Le Storie Tese) poi lasciatemi dire che questo disco suona BENE; dico, l'avete presente il piattume dei dischi registrati in Italia? Bene, qui sembra davvero di stare in uno studio di Los Angeles, dove niente viene lasciato al caso, e il risultato è quello di avere per le mani un pezzo unico, paragonabile in Italia ai dischi registrati negli studi della Numero Uno, l'etichetta di Battisti. 

Ci vorranno quattro anni, 1987, affinché Acquaviva riesca a realizzare il secondo album, "Sogni e Ridi" e qui le intuizioni del primo lavoro saranno sviluppate in maniera compiuta, lavorando di sintesi ma sempre nel solco del pop dagli afrori jazzati. 
Ma voi pensavate davvero che la maggioranza degli ascoltatori italiani fossero pronti per i cambi armonici, i ritmi spezzati, i ritornelli mancanti (possiamo azzardare che Acquaviva abbia evoluto il suono del Neapolitan Power) ? 
Sventurato paese il nostro, avere un artista che era quanto di più vicino all'arte di Donald Fagen e aver voltato la testa.

Di Acquaviva trovate poco o niente in rete, anzi, se qualcuno ne sa qualcosa di più è il benvenuto (ho visto che su ebay sono in vendita un Lp "Ballabile" uscito nel 1980 a nome Mario Acquaviva e probabilmente è lo stesso artista componente della band prog degli anni 70 "Quarto Stato". 




venerdì 17 aprile 2015

LOST AND FOUND: CHAPTER ONE - BLO


Quando pensi alla musica africana la prima cosa che ti viene in mente sono quegli artisti che usano fondere i suoni tradizionali con gli strumenti elettrici occidentali, e anche non puoi fare a meno di ricordare il grande Fela Kuti o gli Osibisa. Un altra cosa certa è che quando pensi alle band africane te le immagini e te le ricordi con almeno minimo dieci elementi al loro interno, tra strumenti tradizionali, fiati e quant'altro.

I Blo invece erano tre ragazzi nigeriani, il nome della band è l'acronimo dei loro nomi di battesimo, Berkley, Lalou, Odumosu, chitarra, batteria, basso e chiusa lì. Come altri ragazzi di altri paesi i nostri tre eroi hanno iniziato ai tempi della scuola a trastullarsi con gli strumenti; a quell'epoca avevano un altro nome, The Clusters, e suonavano altre cose, quelle che tutti conosciamo: qualcosa dei Beatles, un po' di r'n'b, Elvis, rumba e cha cha cha, ovvero tutto quanto facesse muover le chiappe nelle feste studentesche. Quindi molta musica occidentale e poca Africa ma la svolta per i nostri avvenne quando Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, durante uno dei suoi tre viaggi in quel di Lagos all'inizio degli anni settanta, li volle con se in tour per l'Europa e negli States dove i tre futuri Blo avranno modo di capire quale direzione dare alla loro musica. Ritornati in Nigeria a fine 1972 la prima cosa che decisero fu quella di salutare Baker e di formare una nuova entità, lasciando ai ricordi The Clusters e divenendo semplicemente Blo.

La musica appunto: spazio ad un suono che dall'esperienza fatta in occidente se ne ritornava nella terra madre africana e ne inglobava la ritmica nella parte del basso, mentre chitarra e batteria se la giocavano con la psichedelia innerbata da massicce dosi di Funk. Il loro primo album, "Chapter One" registrato a Lagos, è un iperbolico esempio di tutte queste componenti messe insieme ed è oggi stesso una sorpresa ed uno dei capolavori rimasti nascosti per troppo tempo.
Beat funk, rock e psichedelia, dicevamo, e sullo sfondo quel basso pulsante che ricorda il ritmo dei padri: raramente ho ascoltato un ensemble così ben amalgamato ed un disco i cui brani sono così convincenti.
Perso nei meandri della storia e nelle bancarelle dei collezionisti, "Chapter One" è stato provvidenzialmente ristampato nel 2013 dall'etichetta Mr. Bongo, quindi non avete più scuse per fare orecchie da mercante.

Buon Ascolto.
 

domenica 12 aprile 2015

UNA CANZONE: THE NIGHT - FRANKIE VALLI



Bisogna esser grati ai Dj's della scena Northern Soul, che una canzone così se non era per loro non se la sarebbe filata nessuno; non se l'è filata nemmeno il buon Clint Eastwood che manco l'ha inserita per qualche secondo nel film che ricorda l'epopea dei "Jersey Boys", ovvero degli The Four Seasons. Uno dei motivi può essere che per gli americani la parola Northern Soul non significa niente o forse perché la canzone non ebbe successo negli States, e alla prima uscita, nel 1972 ebbe poco riscontro anche dall'altra parte dell'oceano salvo ritornare in un altra veste nel 1975, grazie alle nottate spese nel ballo e nel sudore di chi bazzicava il Wigan Casino o il Blackpool Mecca, anno in cui "The Night" riuscì ad arrivare al settimo posto delle charts inglesi.

Dici "The Night", la notte, e magari ti viene in mente il bel brano dell'italo belga Adamo, e sai poco o niente di Frankie Valli, anzi Francis Castelluccio, guarda un po' un altro con sangue italiano nelle vene; si, magari lo conosci per "Grease" e "Can't Take My Eyes Off Of You", mica poco, ma quando avrai ascoltato le prime note di "The Night", con quel suo riff di basso doppiato da un organo che sembra arrivare dalla navata di una chiesa gotica, e poi le parole: "Beware, of his promise, Believe what i say, Before I go forever, Be sure of what you say... "But The Night begins to turn your head around..."  saprai che di Frankie Valli potrai dire di aver ascoltato tutto e nient'altro vorrai ascoltare.

La notte che ti consumi davanti ad un bicchiere di alcool, piena di promesse si, ma false. La notte puttana, la notte passata a lavorare a bestemmiare a non dormire. C'è tutto in questa canzone, anche se non capisci un cazzo di inglese te la puoi far diventare tua, come una colonna sonora delle tue notti bastarde.
Canzoni come queste sono come le pietre lavorate dagli scalpellini del rinascimento, ci cammini sopra e non ti fermi mai ad ammirarne la bellezza e la precisione, quando lo fai, vorresti quelle pietre ovunque.

Del brano ne sono state fatte delle cover, da parte di artisti inglesi, of course, ma non riescono ad eguagliare la bellezza dell'originale, anche se, ad onor del vero, rimarcano la drammaticità insita nel pezzo.

KTF




venerdì 3 aprile 2015

FUNKY STUFF: OWED TO MYSELF - CHARLES HILTON BROWN



Hanno un bel coraggio a dire che la musica è liquida: che cazzo vuol dire ? Da un dizionario: dicasi liquido la condizione di un corpo che, per scarsa aggregazione molecolare, possiede volume proprio ma assume la forma del recipiente in cui si trova. Per adesso non ho visto le canzoni dentro il mio IPod assumerne la forma o diventare come il whisky o il vino, e per fortuna, se non fosse per le vecchie copertine in cartone dei dischi, manco avrei un indizio su quello che mi capiterebbe di ascoltare. Che poi alcune copertine sembrano fatte apposta per farsi trovare: prendi ad esempio quella protagonista del post di oggi, sembra cucita addosso alla mia pellaccia di adoratore del funk. 

Non solo; "Owed to Myself" di Charles Hilton Brown è uno di quei dischi per cui gli Indiana Jones del vinile se lo inventerebbero. Ma prima è doverosa una premessa: l'artista del post di oggi non arriva dal niente ma durante l'epoca d'oro del beat italiano era un componente del gruppo vocale dei Four Kents, quattro soldati americani di stanza in Italia che negli anni sessanta allietarono le notti dei ballerini del Piper di Roma e di Viareggio. Quindi di materia solida, fatta di sudore e note ce n'era in abbondanza per Charles Hilton Brown quando, uscito dal gruppo, entrò in studio, qui in Italia è bene rimarcarlo, per incidere quello che rimane la sua unica prova in formato lungo da solista (al suo attivo ha anche un 45 giri, "Mamma Rosa" del 1970) e al tempo stesso uno dei dischi rimasti introvabili per lungo tempo. 

"Owed to Myself" uscì nel 1974 per l'etichetta Ampex ed è stato ripubblicato nel 2000 in CD dalla benemerita Schema Records. Aldilà delle fisime da collezionista il contenuto dell'album è un miracolo di groove e funk, dove il nostro ben coadiuvato dalla band britannica degli Assagai, sciorina otto brani che vanno dalle cover di "Soul Train", "Ain't No Sunshine" e "Try A Little Tenderness", rielaborate con onestà ma senza sorprese ai rimanenti cinque pezzi originali questi si davvero fonte di goduria. Tre in particolare sono i miei preferiti: "I'm Coming Home" apre le porte al groove di reminiscenza Stonesiana, si gira intorno alle simpatie per il diavolo per intendersi, ma sono i due brani strumentali "Maddox" e "G.R.F" a dare corpo e volume al lavoro. Brani trasudanti groove e funk in ogni nota, ci trovi dentro il suono dei ghetti e tanta Africa qui, poi arriva il gran finale con "Arguments", pezzo funk con in mezzo una tromba jazz tra suggestioni afro. Credetemi quando vi dico che questo disco è come una comunione con il funk ed il soul, e non si tratta di musica liquida in nessun caso: questa è solida come la roccia e occhio che non spacchi il vostro lettore Mp3.

Un grazie a "beatsessanta.it" per le info riguardanti The Four Kents.




domenica 29 marzo 2015

IL LUNGO ADDIO: SHARON TANDY (1943-2015)



Antefatto: ho appreso con rammarico dall'amico Tarkus della recente scomparsa di Sharon Tandy, interprete di origine sudafricana non molto conosciuta a queste latitudini ma molto apprezzata nel giro Mod. Lo scorso maggio sul mio vecchio blog postai un articolo sulla cantante dal titolo "Sharon Nel Paese Dei Balocchi" che vorrei riproporre oggi, in forma riveduta e corretta.

Questa storia assomiglia ad una fiaba, la protagonista è una timida ragazza ebrea sudafricana innamorata della musica. E come in tutte le fiabe che si rispettano la ragazza si innamora di un principe, anche lui sudafricano di razza mista, trasferitosi dal 1958 in Gran Bretagna, e che costui non arrivò in sella ad un destriero ma cavalcava la divisione UK della Atlantic Records. Frank Fenter, questo il nome del principe (passerà alla storia come il manager che metterà sotto contratto band come Led Zeppelin, Yes e King Crimson) di ritorno nel paese natìo e conosciuta la nostra “cenerentola” cosa fa? Dice alla ragazza: “ Bella mia,  ho ascoltato come canti e mi piaci. Vorrei portarti con me, lontano da qui, in una città dove non si dorme mai e la vita è più facile”. La risposta della nostra protagonista la potete facilmente immaginare.

Quindi è deciso, i due come dei promessi sposi prendono il primo volo e se ne vanno, destinazione Londra, si ma la  Londra del 1964, ovvero, per una ragazza che sapeva cantare e amava la musica, nientemeno come essere nel paese dei balocchi. Arrivati colà il nostro Frank prima se la sposa e poi decide di avviarne la carriera; ah, non vi ho ancora detto come si chiama la fanciulla: Sharon Tandy. Non vi dice niente eh…

Insomma Sharon, grazie ai buoni uffici di suo marito inizia con il piede giusto e cavoli, con un capo della Atlantic avrei voluto vedere; ma nonostante la sua bella voce, un misto di Dusty Springfield e Sandy Shaw, la carriera non decolla: ne con il pop alla Walker Brothers, né con la soul music; e pensare che il maritino la portò ad incidere a Memphis, negli studi della Stax, prima cantante bianca ad avere avuto questo onore, e trovarsi in studio insieme a personaggi quali Donald “Duck” Dunn, Steve Cropper, Booker T. ed Isaac Hayes; niente male eh, per una semi sconosciuta. Siamo a fine 1966, ma di Sharon Tandy il pubblico di allora che comprava i 45 giri come il pane, come per un sorta di maleficio, non si accorge di lei.

Millenovecentosessantasette: Frank Fenter decide che è giunto il momento di provarci con il rock, si, però quello psichedelico, che era in voga allora: prende una sua band, i Fleur De Lys e decide che la voce del gruppo debba essere quella di Sharon. Il risultato sarà quello di averci regalato una delle commistioni più riuscite tra sonorità elettriche per voce femminile, solo che, anche questa volta, sono in pochi ad accorgersene, salvo in Germania, dove “Hold On” il primo singolo inciso dalle due entità avrà un discreto successo. Arrivati a questo punto è lecito porsi alcune domande; come è possibile che una ragazza dalla bella voce e dalla bella presenza, capace di cantare il soul, il pop, il rock, sposata con un boss della Atlantic non sia riuscita ad ottenere il successo che meritava? Disillusa e disamorata, Sharon, nel 1970 decide di mollare la Londra luccicante di quegli anni e in una sorta di incantesimo all’incontrario, riprende l’aereo e se ne ritorna in Sud Africa, da sola. Lì avrà qualche hit, ma durerà poco, volete mettere Johannesburg con la capitale della musica? Quel che è certo è che questa storia, senza lieto fine, ci ha lasciato comunque della buona musica da ascoltare e sono certo che una nuova  chance a Sharon Tandy gliela concederete, e magari forse ve ne innamorerete voi questa volta.

Di seguito tre video che descrivono bene lo stile di Sharon Tandy: il freakbeat di "Hold On", il soul versione Stax di "One Way Street" e il sixties pop di "You Got To Believe It".




venerdì 27 marzo 2015

NOVITA' - SILK RHODES



Come D'Angelo anche i Silk Rhodes (un duo, il produttore Michael Collins e il vocalist Sasha Desree) hanno messo il sigillo al 2014; il loro omonimo disco è infatti uscito per l'etichetta Stones Throw il 15 Dicembre, e al pari del genio di Richmond ci troviamo davanti ad uno dei migliori dischi di soul funk usciti recentemente. Pescano a piene mani nel soul del passato i Silk Rhodes, anni 70 riciclati in poco più di mezzora, canzoni appena abbozzate che solo in pochi casi superano i tre minuti di durata, quasi come se fossero degli schizzi lasciati a bella posta per essere finiti nell'immaginario di chi li ascolta; questo è l'effetto che mi hanno fatto, dapprima il sentimento provato è quasi di fastidio per quei brani appena accennati, successivamente il fastidio è sostituito dal piacere nel ricominciare ad ascoltare di nuovo per poterne cogliere tutte le sfumature.

Se al primo ascolto i riferimenti che ti sovvengono sono quelli di Sly Stone e di Isaac Hayes, successivamente capisci bene che il duo ha ben chiaro su come e dove andare a parare e in questo caso un indizio unisce tutte le canzoni dell'album: le ballad. Che di ballate il soul ne ha prodotte in quantità industriali e sono forse quelle più amate e ricordate, quindi in un intruglio di sensualità e lussuria sonora ci buttiamo a capofitto dentro le note di "Pains", una meraviglia che mette dentro Prince e i Portishead, il quale ritorna (Prince) nelle note mid tempo di "Realtime", ma non sazi ci rituffiamo dentro le ballad e qui si schiudono infiniti piaceri con "Barely New", e poi ancora corpi aggrovigliati con "This Painted World" e "Group 1987" per finire in vampate di piacere con "Hold Me Down" e tu ripensi a tutti quei gruppi vocali e a quei cantanti dalla pelle nera stretti nei loro completi di velluto e camicie con le balze che ti sussurravano inutilmente, perché eri preso da quattro cazzari che ti dicevano che non potevano esistere neri che sorridevano e che la musica o era impegnata o non lo era, e tu allora li ascoltavi di nascosto e niente dicevi ai tuoi amici.

Fortunatamente i nostri amici cazzari li abbiamo riposti in una cassapanca e il tempo, galantuomo di per se, ha reso giustizia a quei dispensatori di piaceri incoffessabili anche grazie a un duo quali sono i Silk Rhodes che molto bene hanno appreso la lezione e sono certo che ne trarrete beneficio ancora oggi.

Uno dei dischi dell'anno, giusto un gradino sotto a "Black Messiah".

mercoledì 25 marzo 2015

CLASSICI: VOCAZIONE - ENZO CARELLA



L'altro giorno, mentre stavo leggendo una discussione su Facebook, mi ha colpito il commento di un utente il quale affermava che in Italia a livello di musica pop siamo tornati indietro agli anni 50, ovvero"siamo tornati all'epoca di Pat Boone". L'affermazione è da sottoscrivere in quanto, ora come allora, le classifiche del pop sono piene di cantanti innocui che raccontano di angosce sentimentali, apprezzati e approvati dai genitori e dai nonni (ahi) e quindi ritenuti adatti per la loro giovane prole (si parla di adolescenti). Insomma di artisti che del pop ne fanno uno stato dell'arte o provano a dire qualcosa di originale almeno per adesso qui in Italia sembra che non ci sia niente in vista (non mi vorrete mica spacciare per nuovi Dente e compagnia, vero?) e tanto meno di apprezzabile per le mie trombe di eustachio, quindi spero che mi scuserete se per l'ennesima volta devo andare indietro nel tempo per cercare un esempio di quello che era la ricerca artistica applicata alla canzone così detta "leggera".

Oggi parleremo di un disco uscito nel 1977 ad opera di un musicista romano le cui gesta hanno un che di epopea leggendaria: si perché quando si parla di Enzo Carella ci troviamo di fronte all'epica di un certo tipo di canzone d'autore italiana, in questo caso di quella più immaginifica, quasi come fosse essa stessa inesistente o forse soltanto perché troppo in anticipo sui tempi. Carella quindi e "Vocazione" il disco in oggetto, o del trasformare in opera d'arte otto canzoni scritte in collaborazione con un altro personaggio che sembra uscito da un quadro di Magritte: Pasquale Panella.

Il surrealismo in parole che incontra la musica: ben prima di averci donato i capolavori insieme a Lucio Battisti (e di questo ne riparleremo in altri post) Panella entrò come una novità assoluta nel mondo della musica leggera italiana proprio con questo album che a distanza di anni suona ancora moderno e rimanda al discorso che facevamo all'inizio: non un arruffianamento verso il pubblico ma una sana voglia di tirar dritto e di rivoltare come un calzino quello che era la musica di consumo di allora.

La title track di per se basterebbe per gridare al miracolo: ci troviamo di fronte ad un testo sonoro che si nutre di musica nera e rock cucito sopra le parole di Panella e impreziosito con il lavoro magistrale di Fabio Pignatelli dei Goblin al basso.
Ma il disco contiene altre perle, due su tutte: "Fosse Vero" e "Malamore", due canzoni dove  la ricerca sonora va di pari passo ai calembour lessicali dei testi di Panella, un intrigante e incisivo sound permeato dal funk americano all'interno della melodia italiana, si da far tesoro della lezione di Lucio Battisti. Altre suggestioni possiamo trovare nell'album, come ad esempio la fascinazione per le sonorità americane in quota Steely Dan e comunque in tutto il lavoro si respira un'aria che rifugge dai soliti luoghi comuni di cui era intrisa la musica pop italiana degli anni 70.
"Vocazione" è stato e rimane uno degli album più belli e più importanti della musica pop italiana, anzi, della musica italiana tout court, sparito dalla circolazione troppo presto (non è stato ristampato in cd) ma che ad ogni nuovo ascolto accresce la meraviglia e lo stupore per si tanta bellezza.


lunedì 16 marzo 2015

IL LUNGO ADDIO: MIKE PORCARO 1955 - 2015


Mike Porcaro è stato il bassista della band dei Toto, subentrato a David Hungate nel 1982, e secondo dei tre fratelli Porcaro, Jeff e Steve anche loro nella band. Detto che i Toto sono da sempre una delle band (insieme agli Eagles) che gli appassionati di rock amano sbeffeggiare (diciamolo senza perifrasi, li prendono bellamente per il culo, quando non vengono proprio odiati a prescindere) è giusto ricordare che i Toto con il rock inteso come genere hanno poco o niente a che fare, essendo riusciti a creare uno stile che lo comprendeva, insieme al pop sofisticato, al soul e all'r'n'b. I Toto sono stati autori di alcune tra le più belle ballate di pop raffinato e tanto mi basta. Come ad esempio "I'll Be Over You", tratta dall'album "Farenheit" del 1986, canzone che vede ai cori Michael Mc Donald e il povero Mike Porcaro al basso. Mike Porcaro, così come gli altri componenti della band, sono stati descritti come "i migliori musicisti del pianeta" e non a caso, la loro tecnica strumentale ha contribuito a rendere peculiare i lavori di numerosi artisti, tra cui mi piace citare gli Steely Dan, Boz Scaggs nonché i numerosi e misconosciuti eroi del sound californiano.

venerdì 13 marzo 2015

NOVITA': TUXEDO


Ne avete abbastanza degli anni settanta? Non ne potete più delle feste a tema disco music con i soliti tre brani tre sparati dal dj di turno? I pantaloni a zampa di elefante e le acconciature afro vi fanno venire la pellagra? Le band di retro soul vi sembra che suonino tutte allo stesso modo ? Se le risposte sono affermative, allora siete pronti per un altro giro nella giostra del revival, andando avanti di un decennio, anni ottanta si, ma nei suoi primi vagiti.
Chissà se anche Mayer Hawthorne e Jake One hanno avuto un rigurgito da Studio 54 al momento di mettere in piedi il progetto Tuxedo.

La collaborazione tra i due artisti ha inizio nel 2006, come scambio di mixtapes, e tre brani usciti nel 2013 con un certo alone di mistero soltanto in download. Da questo siamo passati poi ad un intero album a nome Tuxedo uscito nel giorno del mio compleanno, lo scorso 3 marzo.
Come detto, i due artisti si sono focalizzati sulla disco funk dei primi anni ottanta, quindi fuori le zeppe e le camicie e i petti villosi e dentro le giacche a reverse stretto, i top, e le scarpe stringate, fuori i Village People e dentro gli Shalamar. Non solo: chi è avvezzo al genere si divertirà a trovare le assonanze con il meglio che girava  in quel periodo, mi vengono in mente i Dayton, gli Zapp, gli Chic post Le Freak, al punto che l'album suona davvero come se fosse uscito nel 1982, e ciò va a merito del duo, che ha colto l'essenza della disco funk asciutta e urgente (fuori l'orchestra e i fiati e dentro i synth) senza i barocchismi decadenti degli ultimi vagiti disco.

A tratti Mayer Hawthorne tira fuori il meglio di se, che consiste nell'essere il più credibile interprete di blue eyed soul degli anni 10, e ci regala due perle, "Two Wrongs" e "Get U Home" due ballad mid tempo in stile Hall & Oates che vanno ad impreziosire un disco senza punti deboli e consigliato davvero anche a chi del genere ne è a digiuno. Poco altro da dire, sparatevelo in cuffia e suonatelo ai parties, farete un figurone e passerete da persone che hanno gusto e stile.



martedì 10 marzo 2015

CLASSICI: GET THE KNACK - THE KNACK (1979)



Quando nel 1979 uscì "Get The Knack" il sottoscritto era impaniato "anema e core" con la musica dei Beatles e affini, capirete quindi che il disco dei The Knack fu come acqua fresca, e il power pop che sgorgava da quei solchi era la definitiva pietra tombale sul progressive (in particolare su quello che girava a fine anni settanta, uno smartellamento onanistico e tedioso) che aveva già avuto dal punk una bella mazzata. A differenza di quest'ultimo con il power pop sembrava davvero di essere tornati all'epoca delle canzoni da turbe adolescenziali, micidiali ritornelli e melodie semplici corroborate da un sound chitarristico preciso e potente, con il minimo sindacale di assoli, e con la certezza di ascoltare canzoni che non se la tiravano troppo.

Ma non è questo il post per fare un'esegesi del power pop, quindi ritorniamo a "Get The Knack". Moltissime le analogie con i primi album dei quattro di Liverpool, dalla copertina ispirata al primo album pubblicato negli States "Meet The Beatles", al vestirsi tutti alla stessa maniera (nei concerti i quattro vestivano con camicia bianca, cravatta nera stretta, pantalone nero) al logo della Capitol che riprendeva quello degli anni sessanta, fino alla registrazione dell'album, in pratica quasi live, e nella tempistica della registrazione, due settimane, e nei costi, solo 18mila dollari.

L'album si apre con un trittico micidiale: si parte con  "Let Me Out" e anche qui le analogie con il primo brano del primo album dei Beatles (questa volta però dell'uscita UK) sono evidenti: come "I Saw At Standing There" apriva "Please, Please Me" anche il via a "Get The Knack" è dato dal "one two three four" del cantante per poi esplodere in un rock'roll catartico: l'effetto fu quello di un calcio nelle palle ai barbogi di tutte le età.  "Your Number Or Your Name" è il Mersey sound aggiornato alla fine dei seventies, "Oh Tara" è una meraviglia in cui si incastona il pop di kinksiana memoria. Con "(She's So) Selfish" viene riscoperto e omaggiato il sound a la Bo Diddley, mentre "Maybe Tonight" è una ballad che concorre in bellezza (senza superarla in questo caso) con un'altra canzone di quel periodo: "Party Girl" di Elvis Costello. La conclusione della prima facciata è l'adrenalinica "Good Girls Don't", ritorniamo al r'n'r che apre l'album con parti di armonica che ricordano il primo John Lennon.

"My Sharona" apre la seconda facciata e qui ogni commento è superfluo: una canzone che conoscono anche i sassi, disco da milioni di copie vendute, e l'unico vero successo del power pop. Il brano seguente, "Heartbeat", è una riuscita cover, l'unica dell'album, di una vecchia canzone di Buddy Holly, un aggancio, se così si puo dire, al padrino del power pop. "Siamese Twins" altro bel pezzo r'n'r ci introduce ad altre due perle del disco: la sognante "Lucinda" e la bellissima "That's What The Little Girls Do" e qui i paragoni si sprecano. Non solo Beatles, qui The Knack si fanno epigoni degli Hollies e financo dei Beach Boys, armonie vocali e chitarre cristalline come se piovesse. Il gran finale è affidato a "Frustrated", brano dal massiccio riff chitarristico e dal grandioso lavoro alla batteria di Bruce Gary.

Come spesso accade il successo inatteso della band di Doug Fieger creò invidia e incazzature assortite da parte della stampa specializzata americana nonché degli addetti ai lavori. La band a causa dei testi fu accusata di misoginia, arroganza (forse perché non concedevano interviste)  e di essere dei novelli Monkees, costruiti ad arte dall'industria discografica. Cazzi loro, verrebbe da dire, che di infausti censori e minchioni il mondo della critica musicale ne era pieno anche allora, gente che si attacca al nulla, rosa dall'invidia per come una band con molta energia e poche seghe mentali riuscì a creare e a vendere un'idea che partiva da lontano e che fu attualizzata alla bisogna. Poco male, ad oggi The Knack sono ancora ricordati ed amati, di quegli scribacchini invece se ne è persa ogni traccia.

The Knack original line-up

Doug Fieger     Voce e Chitarra Ritmica (n1952-m2010)
Berton Averre   Chitarra Solista
Prescott Niles   Basso
Bruce Gary       Batteria (n1951-m2006)