Il disco di oggi non è propriamente una novità, essendo uscito circa due mesi fa, ma per un disco del genere direi che due mesi di ascolto quasi continuo non fanno altro che bene per poterne parlare con calma. Bluey, nick di Jean Paul Maunick, è il leader di una delle band faro del movimento acid jazz degli anni '90, gli Incognito, e questo "Leap of Faith" è il suo primo album da solista e il primo disco dove il nostro fa anche il cantante, visto che negli album della band si è sempre avvalso di belle fanciulle, come ad esempio la brava Maysa. Diciamo che la voce di Bluey non è spettacolare ma comunque la trovo ben a fuoco per le canzoni ivi contenute. "Leap of Faith" è un po' la summa del Bluey pensiero, l'album prima di tutto è suonato e registrato in maniera impeccabile, scevro da quel suono a volte lezioso della sua band; è come se il sound degli Incognito ci sia restituito nudo e senza orpelli. Funk morbido girato in mid tempo per molti dei brani, a tal punto che l'utilizzo dei cori in "Stronger" e l'andamento di "Take A Chance on Me" ricorda a tratti il verbo di Fagen e Becker, Steely Dan per intendersi. In "Got To Let My Feeling Shows" affiora invece il George Benson di inizio anni '80 in jam con i Kool and The Gang, mentre in "Ain't Nobody Business" e "Why Did I Let You Go" è il funk virato in house che prende il sopravvento. C'è spazio anche per un ballata mid-tempo come "Keep Myself Together", il soul alla King Floyd di "Groove Me" in "Live Like A Millionare" tutta giocata in falsetto, fino al Brasile in Bossa di "Sky". Insomma, alla fine dei salmi ci troviamo di fronte ad uno dei migliori dischi usciti in questo scorcio di 2013, e il mio consiglio è di consumarne i solchi fino allo sfinimento.
venerdì 17 maggio 2013
ATTO DI FEDE
Il disco di oggi non è propriamente una novità, essendo uscito circa due mesi fa, ma per un disco del genere direi che due mesi di ascolto quasi continuo non fanno altro che bene per poterne parlare con calma. Bluey, nick di Jean Paul Maunick, è il leader di una delle band faro del movimento acid jazz degli anni '90, gli Incognito, e questo "Leap of Faith" è il suo primo album da solista e il primo disco dove il nostro fa anche il cantante, visto che negli album della band si è sempre avvalso di belle fanciulle, come ad esempio la brava Maysa. Diciamo che la voce di Bluey non è spettacolare ma comunque la trovo ben a fuoco per le canzoni ivi contenute. "Leap of Faith" è un po' la summa del Bluey pensiero, l'album prima di tutto è suonato e registrato in maniera impeccabile, scevro da quel suono a volte lezioso della sua band; è come se il sound degli Incognito ci sia restituito nudo e senza orpelli. Funk morbido girato in mid tempo per molti dei brani, a tal punto che l'utilizzo dei cori in "Stronger" e l'andamento di "Take A Chance on Me" ricorda a tratti il verbo di Fagen e Becker, Steely Dan per intendersi. In "Got To Let My Feeling Shows" affiora invece il George Benson di inizio anni '80 in jam con i Kool and The Gang, mentre in "Ain't Nobody Business" e "Why Did I Let You Go" è il funk virato in house che prende il sopravvento. C'è spazio anche per un ballata mid-tempo come "Keep Myself Together", il soul alla King Floyd di "Groove Me" in "Live Like A Millionare" tutta giocata in falsetto, fino al Brasile in Bossa di "Sky". Insomma, alla fine dei salmi ci troviamo di fronte ad uno dei migliori dischi usciti in questo scorcio di 2013, e il mio consiglio è di consumarne i solchi fino allo sfinimento.
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martedì 14 maggio 2013
VIBRAZIONI LUSITANE
Oggi le buone vibrazioni arrivano dal Portogallo, Oporto per la precisione, con il singolo di debutto in uscita il 3 di Giugno per la benemerita etichetta nostrana "Recordkicks" , del combo "Marta Ren and The Groovelvets".
"2 Kinds of Men" e "Summer's Gone" i titoli del 45 giri, dove ci propongono due diversi modi di intendere la musica dell'anima: il primo è un funk morbido, con in risalto la bella voce di Marta, anche se per le mie orecchie sa di già sentito, molto meglio il lato B, dove ne è stato tratto un video molto bello. Qui siamo in territorio Northern Soul, e la freschezza della canzone unita alla bella presenza di Marta e al buon lavoro della band, mi fa decisamente propendere per questo brano.
Insomma le premesse per un ottimo lavoro sulla lunga distanza ci sono tutte, per adesso gustiamoci questo singolo e le bellezze della cantante.
giovedì 9 maggio 2013
LOST AND FOUND: BLACK RENAISSANCE
Ecco uno degli album diventato una sorta di "Sacro Graal" da parte dei collezionisti di vinile. Harry Whitaker, tastierista nella band di Roy Ayers e compositore, registrò questa session di due lunghi brani insieme al suo combo "Black Renaissance", a New York, durante il "Martin Luther King Day" del 1976. Per farvi capire la statura del combo vi dirò che i "Black Renaissance" erano composti oltre che da Whitaker dal trombettista Woodie Shaw, dal saxofonista Azar Lawrence, dal bassista Buster Williams e dal percussionista 'Mtume. La storia di questa session poi assumerà i contorni della leggenda; registrata e mai pubblicata ufficialmente, se non in forma di bootleg da una label giapponese. In pratica Whitaker e gli altri non videro il becco di un quattrino, il bootleg ben presto divenne più raro di uno scudetto della Fiorentina (ahimè) ma il prossimo 21 Maggio uscirà in ristampa in edizione limitata in un bel vinile colorato di rosso grazie alla label "Ubiquity Records" per i tipi della "Luv'n'Haight Classics, mentre in versione digitale è già scaricabile.
Il sound è quello che una volta veniva chiamato "spiritual jazz", un misto di soul, jazz alla Sun-Ra e alla Pharoah Sunders, tutto girato con groove funk che ha fatto la gioia di una generazione di dj's e di ascoltatori. Vi lascio all'ascolto del disco, mai come questa volta le parole sono superflue per descrivere tale meraviglia, certo non è un'ascolto da farsi distrattamente, ma quando arriverete alla fine, ne trarrete godimento puro.
lunedì 6 maggio 2013
L'EPICA DELLO SPACE COWBOY
"Ecco, da qui si traccia una riga e si riparte."
Credo che per molti di voi la frase sopra sia stata pronunciata più di una volta, in tutti quei casi che la vita ci pone davanti a delle scelte, ma qui parliamo di musica e come nella vita di tutti i giorni, anche la settima musa ti si para davanti e ti chiede di decidere. Una di quelle volte è accaduta nel 1994, quando il secondo disco pubblicato da Jay Kay e dal suo gruppo, Jamiroquai, atterrò sul mio lettore cd.
La riga ben dritta fu tracciata sopra molta fuffa che girava allora, su quel soul di plastica suonato solo con i synth che spopolava in quel periodo e "Return Of The Space Cowboy" fu la conferma a quanto di buono era stato seminato con il precedente album della band, "Emergency On Planeth Earth". Altri semi erano nell'aria in quei giorni, i semi dell'acid jazz, di suoni che riprendevano il filo del grande soul dei seventies, suonato con il cuore e non solo con la testa, e lo "space cowboy" divenne in poco tempo il punto di riferimento per la scena e per la riappropriazione di quello che era stato. E tutto grazie a dei ragazzi bianchi, un miracolo direi, ma chi segue la scena inglese sa bene che i miracoli, almeno quelli musicali, avvengono tutti da quelle parti.
"Return Of The Space Cowboy" è un monumento al funk ed al soul, suonato in modo impeccabile da una delle migliori band del genere, ancora più ambizioso del precedente e dai suoni più ricercati; insomma, pur non inventando niente di nuovo, i Jamiroquai presero le migliori intuizioni di Stevie Wonder e Sly Stone e le riportarono a casa. Un trionfo di "bassi", e qui un peana a Stuart Zender, bassista della band è d'obbligo, il fender rhodes con il clavinet ed il moog presi di petto dai b-movies polizieschi, altro peana, questa volta per Toby Smith, tastierista del gruppo, trame vocali "jazzy", ascoltare "Mr. Moon" e la title track, istrionismo, performance live da leggenda, equiparabili a quelle dei Brand New Heavies come intensità, mettiamoci anche il valore aggiunto che il leader Jay Kay sta sul cazzo a molte persone - è il classico tipo che o lo ami o lo odi - il che rende il tutto ancora più prezioso.
C - A - P - O - L - A - V - O - R - O
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lunedì 29 aprile 2013
UN CAPOLAVORO NASCOSTO: SHUGGIE OTIS, INSPIRATION INFORMATION
Di musicisti scraniati si sa il mondo del rock ne è pieno, ma anche chi si dilettava con altri suoni non era da meno; vi dicono niente le mattane di George Clinton, lo Sly Stone più acido oppure il misconosciuto Darondo, artista che in dirittura d'arrivo mollò tutto per andarsene a fare il pappa e il mercante d'arte? Anche Shuggie Otis, chitarrista, vibrafonista, batterista e compositore non è stato da meno: autore di soli quattro album in carriera, dal 1971 al 1974, perderà quasi il lume della ragione perdendosi dietro ad un progetto "Inspiration, Information" che oltre ad essere stato il suo canto del cigno è diventato con il passare degli anni uno dei capolavori più misconosciuti del mondo della musica. Per fortuna che il nostro a 59 anni, tanti ne ha adesso, sembra aver deciso di rientrare tra noi umani avendo collaborato alla riedizione dell'album - la seconda, dopo quella curata nel 2001 da David Byrne - aggiungendo quattro brani precedentemente scartati, più un Cd , "Wings of Love" il titolo, di brani inediti realizzati tra il 1975 ed il 2000 che mai videro la luce. "Inspiration, Information" è, come dicono quelli che parlano bene, un disco "seminale" non solo per la musica black ma per tutta in generale, vera ossessione del musicista che ci lavorò per ben tre anni, a scapito della propria salute mentale. Il tratto saliente dell'album è una continua elaborazione di sonorità funk minimaliste, ben giostrate dalla voce stentorea e sottotraccia del nostro, una drum-machine che marcia imperterrita per tutti i solchi, canzoni che paiono esplodere da un momento all'altro ma che restano abilmente tenute in riga da Otis, quasi a volerci tenere in un limbo incatenandoci nell'attesa del piacere, che, parafrasando una pubblicità recente, diventa essa stessa piacere. Molte le similitudini con quell'altro grande capolavoro della musica black, "There's A Riot Going On" di Sly Stone, ma forse soltanto nella modalità di lavoro e nell'utilizzo della drum-machine. Qui signori miei, ci sono vent'anni di anticipazioni sonore che potremo ascoltare poi con buona parte del movimento neo-lounge degli anni '90, gli High Llamas, ad esempio, si sono costruiti una carriera con queste sonorità, ma vengono in mente anche gli Air, nonché dei paladini del nu-soul di oggi e scavando fino in fondo molte delle intuizioni qui presenti possono essere fonte primaria per suoni che devono essere ancora creati. Quindi, come vedete, c'è molto di cui ascoltare e parlare di questo disco, al punto che mi riserverò di un altro post per recensire il cd di inediti, che merita anche esso un ascolto più approfondito.
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