venerdì 5 febbraio 2016

IL LUNGO ADDIO: MAURICE WHITE (1941-2016)




"The light is he, shining on you and me."

C'è qualcuno la fuori che spenderà almeno una buona parola per Maurice White e per quello che ha rappresentato per la storia della musica?  So benissimo che il soul ed il funk in Italia è affare per pochi e anche mediaticamente la notizia non avrà il clamore che ha avuto quella per la scomparsa del duca bianco, ma mi perdonerete, il creatore degli Earth Wind and Fire ha rappresentato e rappresenta per il sottoscritto uno dei punti fermi nella mia crescita di appassionato di musica ed uno dei motivi per cui scribacchio su questo blog.

Nel ricordo di Maurice White si intrecciano i momenti della mia adolescenza, il ricordo delle domeniche pomeriggio passate in tutte quelle discoteche e cantine in quel di Firenze ormai scomparse come i miei 16 anni, e l'ascolto delle loro canzoni così perfette e semplici all'apparenza ma così complesse nella scrittura.

Un gruppo gli EW&F che in tanti hanno cercato di imitare senza riuscirci, una sezione fiati come poche ne ascolterete, con tante anime al loro interno: dal funk nudo e crudo al soul con suggestioni latin, fino al pop lussuoso e lussurioso che David Foster, Jay Graydon, Skip Scarborough e Bill Champlin regalarono loro al fine di far crollare le ultime remore nell'ascoltatore medio di pelle bianca.

Tutto questo è stato Maurice White, e se vi pare poco...

P.s. Spero che White sia l'ultimo artista di cui celebrerò la memoria, ma ahinoi, temo che non sarà così...


lunedì 1 febbraio 2016

UNA CANZONE: E PENSO A TE - LUCIO BATTISTI


Mi sono sempre approcciato alle cover delle canzoni di Lucio Battisti con una certa diffidenza, se non con repulsione vera e propria. Canzoni già perfette di per se che non hanno bisogno di ulteriori interpretazioni: attenzione, parlo dei brani cantati originariamente da Battisti, non delle canzoni scritte in primis per altri.
Battisti è stato ricantato da tutti, dalle versioni Jazz, in certi casi pregevoli, dai cantanti pop evergreen a quelli famosi per un'ora, fino ad arrivare a, udite udite, Carlo Conti, dove il presentatore fiorentino si esibisce in un improbabile medley tratto da un album che già dal titolo dice tutto: "Carnevalestro."

"E Penso A Te" ebbe la sua prima uscita su vinile come lato B di "Maria, Maria" sempre a firma di Battisti-Mogol, 45 giri che doveva rilanciare la carriera di Bruno Lauzi, ma sarà nella versione del genio di Poggio Bustone che diventerà un classico ed una delle canzoni d'amore più belle della storia della musica italiana. Una canzone dal giro armonico semplice, struggente e malinconica, con una apertura che non è un vero e proprio ritornello né un bridge, e dalla lunga coda strumentale che ha molti punti in comune con la beatlesiana "Hey Jude".
La leggenda narra che la canzone sia nata in poco più di venti minuti, sul tratto autostradale tra Milano e Como, dove Battisti guidava e canticchiava e Mogol scriveva le parole.

Chi se non Battisti, coverizzando se stesso, riuscirà a farne una versione altrettanto convincente ma totalmente differente dall'originale. Da sempre amante delle sperimentazioni qui Lucio rivolta come un calzino il brano, facendolo diventare un pezzo dalle atmosfere funk, dal ritmo con assonanze molto simili a "Prendila Così", e con un lungo assolo di piano elettrico in odore di jazz cambiando così tutto il senso della canzone. Ma le sorprese non finiscono qui: il brano diventa "I Think Of You"  ed è cantato in inglese, e nelle intenzioni doveva far parte del secondo album di Battisti per il mercato anglosassone, modellato sulle canzoni di "Una Donna Per Amico" con l'aggiunta appunto di "I Think Of You" e di "Baby It's You", versione inglese di "Ancora Tu".
"Friends", questo il titolo dell'album, sarebbe dovuto uscire nel 1979 ma non vedrà mai la luce, e di "I Think Of You" soltanto negli anni duemila si avrà la possibilità di ascoltarla.

Se le canzoni di Battisti sono unanimamente riconosciute come classici della canzone italiana, lo dobbiamo anche a quei jazzisti che si sono approcciati al suo lavoro alla stregua degli standard della canzone americana, Battisti e Mogol come novelli Rodgers e Hart, a tal punto che una delle più belle versioni jazz del songbook battistiano è proprio "E Penso A Te". Questa volta è la tromba e l'arte di Enrico Rava nell'album "What A Day" del 1990, a rendere onore e gloria al brano, dove il musicista recupera quell'atmosfera di struggente malinconia del brano originale. 




martedì 19 gennaio 2016

IL LUNGO ADDIO: GLENN FREY (1948 - 2016)



Oggi parliamo di canzoni ascoltate per la prima volta alla radio ai tempi delle scuole medie, di una sera quando ascoltando il programma serale "Supersonic" sulle frequenze Rai mi imbattei in "One of This Night". La differenza con quei giorni lontani e adesso è che nonostante abbia ascoltato molto altro, altre musiche, altri suoni, la musica degli Eagles e di Glenn Frey non se ne è mai andata, anzi, sarebbe meglio dire che non l'ho mai rinnegata.

La musica di Glenn Frey e degli Eagles come una immaginaria California che entrava non solo dentro ad una cameretta di una casa della periferia fiorentina, ma anche nella mia anima, lasciandomi sensazioni che poi mi hanno accompagnato nel corso degli anni. Poco importa se molti considerano gli Eagles e tutto quello che ci gira intorno come qualcosa di superfluo di cui puoi fare a meno: io ci sono cresciuto e di quel periodo mi porto dietro delle belle canzoni pop, da ricordare insieme agli amici di allora e come spesso mi accade, quei dischi furono un punto di partenza verso i suoni di un'altra America, più cruda di quella raccontata dagli Eagles.

Proprio oggi in radio, le note di "Lyin Eyes", "Take it Easy" e "Tequila Sunrise" mi hanno accompagnato al lavoro in una fredda mattina di Gennaio, e come in quel tempo lontano ho immaginato la cupola del Brunelleschi e il Ponte Vecchio sospeso sull'Arno come se fossero dei placidi monumenti sotto il sole della California.

Ciao Glenn, e grazie.

 

lunedì 18 gennaio 2016

CAPOLAVORI: FUTURES(1977) - BURT BACHARACH



Futures è il primo album di Burt Bacharach dopo la fine del rapporto artistico con il paroliere Hal David, (anche se qui sono presenti due brani della premiata ditta) ma è anche il primo disco in cui il compositore americano si lascia indietro i successi che lo avevano caratterizzato nel decennio precedente per giungere ad un nuovo linguaggio, più interiore e più maturo, se mi passate il termine.
Poco conosciuto, Futures è davvero uno sguardo in avanti rispetto all'anno di uscita, si parla del 1977, non orecchiabilissimo ad un primo ascolto, ma se prestiamo l'attenzione che merita, possiamo già da subito riconoscerne quei tratti che saranno poi sviluppati nel decennio successivo nel capolavoro di Carole Bayer Sager "Sometimes Late At Night" per concludersi compiutamente negli anni novanta con "Painted From Memories", un ennesimo capolavoro dove Elvis Costello prende il posto della ex moglie di Bacharach.

La musica di Bacharach, anche quella più riconoscibile e di successo, ha comunque una vena malinconica di fondo, penso a brani come "Alfie" e "A House Is Not A Home", in Futures però si va in direzione della disillusione e dell'introspezione, come se l'artista volesse renderci partecipi del proprio "mal di vivere" raccontandolo in forma di note. Sembra quasi una sfida ai propri fans, una maniera gentile di farsi partecipi di una fase delicata della propria vita ascoltando composizioni facili all'apparenza ma tremendamente complicate nella costruzione e nella metrica.

Ad ogni ascolto ti sorprendono le soluzioni adottate da Bacharach per raccontare il suo mondo: dalla voce soulfoul dolce e arrabbiata di Joshie Armstead nell'iniziale "I Took My Strenght From You" o la strabiliante "Us" sempre con Jo Armstead alla voce, qui ancora più rancorosa, brano questo che anticipa di venti anni davvero le canzoni di "Painted From Memories", bellissimo, che ha la sua continuazione nella successiva "Where Are You", aperto e chiuso da un fenomenale assolo di sax per opera di David Sanborn, quasi come fosse una canzone unica divisa in due parti.
Le strazianti parole di James Kavanough in "We Should Met Sooner" sono giusto mitigate dall'accompagnamento e dalla melodia ideata da Bacharach, dove il bel ritornello è costruito come per dare un briciolo di speranza al testo cantato da Jamie Anders.
"No One Remembers My Name", con il testo di Hal David, sembra invece appartenere al songbook di Carole Bayer Sager e all'album citato all'inizio del post, ma lo precede di quattro anni, e le voci qui impiegate sono quelle delle coriste di Burt: Sally Stevens, Melissa Mackay e Marti Mc Call.
Da segnalare infine due composizioni strumentali che non fanno che confermare la grandezza di Bacharach, la title track "Futures", brano dalle sfumature funk e "Another Spring Will Rise", un capolavoro coronato da un memorabile fraseggio al pianoforte, summa di tutta l'arte del compositore di Kansas City.

Concludendo la recensione, mi sono accorto di avere usato molte iperboli per descrivere "Futures". Poco male, ne sarebbero occorse anche di più, ascoltate il disco e ne converrete anche voi.


lunedì 11 gennaio 2016

IL LUNGO ADDIO: DAVID BOWIE (1947-2016)

Una delle frasi retoriche più insopportabili è quella che recita "lo spettacolo deve continuare " quando in alcuni casi sarebbe cosa buona e giusta fermarsi.

Bene, oggi è una di quelle giornate, come lo fu quella dell'otto Dicembre del 1980; fermarsi come forma di rispetto nel ricordo di David Bowie, e di tutti quei momenti scolpiti nella nostra memoria. Si perché l'artista inglese ha attraversato ogni giorno della nostra esistenza, come un alieno arrivato dalle stelle nel periodo più innovativo e glorioso della storia della musica popolare, e come un demiurgo ha scandito gli stati d'animo di noi nati all'inizio degli anni sessanta e fine cinquanta.

Dall'adolescenza inquieta in cui "Rebel Rebel " era il tuo inno stradaiolo, alle bellissime  suggestioni soul e funk di "Fame" e "Young Americans " a quel qualcosa che avevi dentro e non sapevi tirarlo fuori, salvo trovare le risposte in "Heroes" e in "Ashes to Ashes", fino al canto del cigno di "Let's Dance", inno agli edonistici anni 80 ed ultimo lavoro dove ti potevi immedesimare nell'artista. Una peculiarità questa che non ho ritrovato nei seguenti lavori, un barcamenarsi tra mestiere, voglia di sperimentare cose nuove, ma senza quel qualcosa in più (l'anima forse?) che trovavo sempre e comunque negli album precedenti.

Questo piccolo ricordo di David Bowie voglio che finisca con quella che considero una delle più belle canzoni che siano mai state scritte nella storia della musica, quella "Life on Mars" che prima di una canzone è uno stato dell'anima, anche se non conosci una parola d'inglese.

Questo era il mio David Bowie.

Riposa in pace, e grazie di tutto.

lunedì 4 gennaio 2016

CLASSICI: DOWN TWO THAN LEFT (1977) - BOZ SCAGGS




Boz Scaggs adesso è un tranquillo signore di settantadue anni, bluesman di razza da sempre, che incide i suoi dischi senza chiedere nulla di più alla sua gloriosa carriera. Sempre belli e raffinati, ma che scivolano via dopo un paio di ascolti. Se per caso eravate presenti negli anni settanta forse stenterete a riconoscere quello che fu uno degli eroi del nascente suono californiano che mischiava sapientemente rock, soul e pop. Scaggs ha avuto dei dischi venduti nell'ordine delle milioni di copie e un ragguardevole numero di hits e di canzoni che ancora oggi vengono suonate nei parties a basso grado di tamarraggine.

"Down Two Than Left" arrivava dopo le stratosferiche vendite di Silk Deegrees, album seminale per il genere, e vede un cambio alla guida artistica: Michael Omartian qui prende il posto di David Paich. Il risultato è un lavoro più orientato verso il blue eyed soul rispetto al precedente, non c'è una hit come fu Lowdown ma nel complesso considero l'album di una spanna superiore a Silk Deegrees.
Se "Hollywood" paga il suo tributo alla scena disco, qui giocata in chiave funk, è con "A Clue" e "Watcha Gonna Tell Your Man" , due autentici monumenti del soul bianco che il disco prende il volo. 

Nel mezzo ci troviamo il soul virato jazz (anzi chiamiamola pure fusion, termine nobilissimo per chi non fa del purismo a tutti i costi il proprio credo) di "Were Waiting", una bellissima ballad divenuta un classico come " Then She Walked Away" e tanta classe da vendere. La saltellante "1993" ricorda "Lido Shuffle" mentre il blues entra mani e piedi nel bel funkettone "Gimme The Goods".  Da par suo il grande Jeff Porcaro ci regala una delle sue migliori performance alla batteria, coadiuvato in modo preciso dalla crema dei musicisti californiani di allora, tra cui vanno ricordati Jay Graydon, Ray Parker Jr. e Steve Lukhater alle chitarre, Victor Feldman alle tastiere e David Hungate al basso. 
Si ha un bel dire che la musica va avanti, ed è giusto così, ma davanti ad un lavoro come questo, si vorrebbe essere per sempre prigionieri degli anni settanta.



giovedì 24 dicembre 2015

THE MOLESKINE FILES: NETHER LANDS - DAN FOGELBERG



Non ci salviamo dai dischi di Natale. Mai. L'altro giorno, ad esempio, ho avuto una trapanatura di coglioni mentre mi trovavo da Feltrinelli, impegnato nel cercare qualche libro da regalare e regalarmi. In sottofondo è passato tutto, e dico tutto, l'album di canzoni natalizie del sibarita Tony Hadley, già conosciuto come voce degli Spandau Ballet. Per rifarmi da siffatto strazio mi è giunto in soccorso un vecchio album di Dan Fogelberg, "Nether Lands", che voglio regalarvi con la recondita speranza di far cosa gradita.

Non importa cantare le solite tre canzonette tre per entrare in clima natalizio, anzi, " Nether Lands" non ne parla affatto ma, come vedremo, risulta più sincero ed ha il giusto afflato che non l'ennesimo riascolto di "Last Christmas". Fogelberg se ne andò in una casa rifugio in cima alle montagne rocciose in Colorado per realizzare questo capolavoro, trovandosi circondato da un panorama innevato da mozzare il fiato e nella giusta intimità per donarci delle canzoni che nella loro malinconica semplicità, sembrano spremute dal cuore. Come ad esempio la title track che apre l'album, una canzone struggente dall'arrangiamento orchestrale molto vicino alla musica classica, un deciso cambio di marcia rispetto agli altri dischi di Fogelberg. 

Così nelle altre canzoni, dove l'artista americano riesce, con buon eclettismo, a trasfigurare nel pop due tra le più belle ballad di country-rock degli anni settanta come sono "Lesson Learned" e "Once Upon A Time", ma anche il bel fingerpicking della introspettiva "Scarecrow's Dream", struggente e sognante", o la dolce "Dancin' Shoes" in ricordo di una ex fiamma che faceva la ballerina, dove il delicato arpeggio di chitarra e l'accordeon iniziale si evolve in un valzer a metà canzone, e il soft-rock di "Loose Ends", una canzone che meriterebbe di essere passata in radio ogni giorno fino alla fine dei tempi.
Da appassionato di musica brasiliana, Sergio Mendes e Jobim tra i suoi ascolti, Fogelberg ci regala un piccolo gioello di folk-bossa in "Give Me Some Time" mentre la musica classica torna a far capolino in "Sketches", preludio alla finale "False Faces", dall'arrangiamento sinfonico che chiude un disco che aldilà della serenità che musicalmente lascia intendere è prima di tutto un viaggio nell'essere più intimo dell'artista, e qui torniamo nel clima natalizio di cui sopra: un periodo dell'anno in cui, aldilà dei regali e del clima di festa, possa servire come momento di riflessione verso se stessi.

Buon Natale !

venerdì 18 dicembre 2015

LOST AND FOUND: THE LAST RECORD ALBUM - LITTLE FEAT


Il disco del budino, così è conosciuto dai più "The Last Record Album", uno dei dischi dimenticati degli anni settanta ad opera degli Little Feat. Ma le analogie con il dolce disegnato sulla copertina terminano qui, dal momento che gli ingredienti in forma di note sono ben più numerosi e complessi di quelli usati per realizzate qualsivoglia budino mollaccione.

Tanto per cominciare va detto che questa mini recensione va presa come un antipasto per quella che sarà la linea guida del blog nel 2016: ancora più spazio alla musica obsoleta, la west coast come punto di riferimento, con le novità discografiche che saranno prese in considerazione solo se andranno in questa direzione.

"The Last Record Album" è un bel viatico, per chi ne fosse a digiuno, per scoprire quale grande band fossero i Little Feat. Il boogie, il blues ed il funk della band sudista sono ancora ben presenti ma a differenza dei lavori precedenti qui è meno marcata la presenza del leader Lowell George come autore, qui sono il chitarrista Paul Barrére e il tastierista Bill Payne a tenere le redini e il disco ci guadagna in canzoni dalle strutture più complesse, ibridazioni jazz e funk dal groove più caldo come possiamo ascoltare nella stupenda "Day Or Night." Lowell George (anche produttore dell'album) ci regala un gioiello del suo repertorio, "Long Distance Love", mentre "All That Your Dream" scritta da Barrére e Payne è la canzone che manca terribilmente alle FM station di oggi.

Un disco, cari amici della musica obsoleta, che viaggiando con pigrizia ed indolenza, raggiunge delle vette di godimento impensabili, tenendo a debita distanza hype del momento e mode passeggere. Obsoleta o no, questa musica, questi artisti, hanno veramente sconfitto il tempo.


venerdì 4 dicembre 2015

NOVITA': COOL UNCLE by BOBBY CALDWELL & JACK SPLASH


Questa storia inizia con uno scambio di messaggi su Facebook tra Jack Splash e Bobby Caldwell; produttore di grido nel giro hip-hop ed r'n'b l'uno (Kendrick Lamar e John Legend, mica pizza e fichi), cantante di culto sospeso tra soul e westcoast l'altro. Da quei messaggi alla decisione di combinare qualcosa insieme il passo è breve, prima di tutto la scelta del moniker, "Cool Uncle", poi, una volta datesi le linee guida sul progetto, lo scorso 15 Novembre abbiamo potuto ascoltare il risultato di queste due menti sopraffine.

L'intelligenza e il pregio dei due è quello di non aver stravolto il loro essere: sostanzialmente il disco si muove su binari conosciuti, laddove la produzione di Splash costruisce un tappeto sonoro sapientemente miscelato fra tradizione e innovazione, con la bella e raffinata voce di Caldwell che a sessantaquattro anni suonati da le paghe (per i non toscani: "stracciare") a tanti pischelli di belle speranze. Il risultato sono delle canzoni che suonano familiari all'ascolto, impreziosite nel loro vagare tra blue eyed soul, westcoast pop e smooth funk, dalle voci di Mayer Hawthorn in "Game Over", brano che apre il lavoro, Deniece Williams ed Eric Biddines in "Breaking Up", Cee Lo Green in "Mercy", Jessie Ware in "Break Away" per arrivare a Jd8 nella conclusiva "Outro".

Cool Uncle è la coperta di Linus per gli amanti delle sonorità westcoast e del soul morbido, il disco che tutti vorremmo sempre trovare sotto l'albero, quasi imbarazzante per la qualità costante delle canzoni ivi contenute e con la speranza neanche tanto nascosta che, per una volta almeno, un artista della bravura di Bobby Caldwell possa avere la visibilità che si meriterebbe.
Trentasei anni di carriera sempre a livelli medio alti, con dei picchi di eccellenza nei primi lavori, purtroppo non sono bastati al cantante americano per essere riconosciuto come uno degli artisti di riferimento del soul bianco, se non per i soliti carbonari. Vedremo se il buon Jack Splash con questo album riuscirà nell'ardua impresa di convincere gli scettici.


venerdì 27 novembre 2015

NOVITA' : WEST END COAST - YOUNG GUN SILVER FOX



Buone nuove per gli appassionati della westcoast: il genere è ben lungi dal tramontare e gode di ottima salute, prova ne è l'album di cui andremo a parlare oggi, il primo lavoro su lunga distanza degli Young Gun Silver Fox, acronimo usato da Andy Platts e Shawn Lee, i due musicisti che stanno dietro al progetto che ha licenziato "West End Coast", album uscito lo scorso 15 novembre per la label tedesca Legere Recordings, del quale ne sono venuto a conoscenza grazie alla benemerita Willwork4funk di Milano.

Platts e Lee non sono degli sconosciuti, anzi: il primo è il leader, compositore e produttore degli Mama's Gun, band dedita al recupero del pop più arguto che girava negli anni settanta, il secondo è il responsabile del progetto Shawn Lee's Ping Pong Orchestra, band strumentale le cui chicche sonore probabilmente le avete inconsapevomente ascoltate in numerose serie Tv, come ad esempio Lost e Desperate Housewives, oppure sul grande schermo, Oceans 13 il primo film che mi sovviene, ma anche nelle pubblicità, BMW e Jaguar in primis.

"West End Coast" è un viaggio dentro la musica della westcoast con tutte le derivazioni che questo genere ha saputo costruirsi negli anni. Si parte con "You Can Feel It", il singolo estratto dall'album, e si mettono subito le cose in chiaro: qui la parte del leone la fanno le armonie vocali e il pop che band come gli America, i primi, quelli di " Homecoming", seppero ben sintetizzare dai maestri del genere. Anche il secondo pezzo, "Emilia", va in questa direzione, nonostante le voci incomincino a pendere in direzione Doobie Brothers e nonostante un assolo di chitarra, ad inizio e metà canzone, un po' straniante. Dalla westcoast pop più cristallina, con il terzo brano, " Better", comincia il lavorio che ci porta in territorio black: qui abbiamo una ritmica dagli aromi giamaicani che poi si sublima in una ballata soul, al punto da farmi ricordare una delle più misconosciute band di tutti i tempi, i Faragher Brothers.  

Con "Distant Beetween Us" ci troviamo davanti ad una delle vette del disco: qui tutto è perfetto, una sintesi estrema di melodia pop, con l'intro che ricorda gli Player, innerbata nelle voci e nel refrain dal blues eyed soul in stile Hall&Oates, fino ad approdare al Philly Sound del bridge orchestrale, bellissima.
La successiva "See Me Slumber" è un'altra genialata: a farla da padrone questa volta sono le atmosfere alla Doobie's - ma immaginateli come se la band di Michael Mc Donald fosse stata inglese invece che americana - un magistrale incastro di pop british e soul americano. 

Il lato due del disco si apre con il pop dalle reminiscenze orientali di "In My Pocket", che ci porta dritti in bocca al soul funk bianco di "So Bad", un altro must dell'album con AWB e Attitude come punti di riferimento. In "Saturday" fa invece capolino il Michael Mc Donald post Doobie's, una bella canzone dall'andamento nervoso e dal ritornello che si stampa in testa. "Spiral", penultima canzone dell'album, è ancora protagonista il pop suadente che aleggiava nelle FM station americane di fine anni settanta, preludio al gran finale: "Long Way Back", una ballatona malinconica che improvvisamente prende il volo e accompagnata da una chitarra in stile Isley Brothers se ne va nell'empireo del soul più trascendentale.

Inutile dire che è uno dei dischi dell'anno per quanto mi riguarda, godibilissimo, mi ci sono perso dentro e non ne esco più.