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DIPINTO SU TELA

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Lo vedi in copertina con un pennello in mano, nell'atto di imprimere del colore su di una tela, ma non è un pittore nel senso letterale del termine. Possiamo però intenderlo tale in un altro modo, se sostituiamo al pennello la sua voce ed al posto della tela abbiamo un disco, vinile, cd od mp3. Si, l'ascolto del nuovo album del cantante afroamericano Gregory Porter mi ha dato questa sensazione/emozione, "Be Good" il titolo, è infatti uno di quei dischi che ti arrivano in casa quando meno te lo aspetti, diventano da subito necessari e ti riconciliano con il canto, in questo caso con il "bel" canto. Bel canto che noi italiani sappiamo riconoscere di primo acchito, non importa che sia impaludato in teatri lirici però, basta anche un locale buio con tre sedie e due tavolini perché il miracolo di ascoltare una bella voce si compia. Gregory Porter è la voce che ci riporta alla miglior tradizione dei crooner neri, Lou Rawls e Nat King Cole in primis, ed ogni altra ...

BUONE NUOVE (STAGIONATE)

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Prima di diventare, insieme a Jay Graydon, uno tra i principali produttori della scena pop-west coast californiana, David Foster è stato autore di alcuni tra i dischi più interessanti per il genere durante il decennio dei seventies. Il primo gruppo con cui ha collaborato sono stati gli Skylark, autori di due vinili tra il 1972 ed il 1974, l'ultimo sono stati gli Airplay, band formata insieme al chitarrista e producer Jay Graydon autori di un disco fondamentale per il genere uscito nel 1980. Nel mezzo ci sono stati gli Attitudes, ed è la band di cui vi parlerò nel post di oggi. Foster riunì alcuni tra i migliori musicisti dell'area californiana, ovvero Paul Stallworth, Danny Kortchmar e Jim Keltner, arrivando a pubblicare due album tra il 1976 ed il 1977. Tralascio volentieri il primo disco, piacevole ma niente di che, sopratutto alla luce dei componenti la band, mentre il secondo, "Good News", già fa intravedere le notevoli capacità di Foster come musicista ed autore ...

FOPP

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Smargiassi, grezzi, fuori di testa e massicci. Questi, in poche parole, erano gli Ohio Players. Qualcuno forse se li ricorderà grazie al loro hit che trovò un buon riscontro anche qui da noi, quel "Love Rollecoaster" coverizzato in maniera sciapa dai Red Hot Chili Peppers, ma se ci soffermiamo solo su quel brano conosceremo soltanto un quarto della forza della band di Dayton, Ohio. Un gruppo grezzo e compatto, dicevamo, capace però di passare, grazie ai loro stupefacenti arrangiamenti, dal blues al funk più duro e puro fino a morbidezze inaspettate, come ad esempio possiamo ascoltare nell'album "Honey" del 1975. Prima di approdare sulla riva del funk gli Ohio Players erano un buon gruppo che si dilettava nel fare del black-rock anonimo, l'approdo alla Mercury Records però dette loro la spinta e la convinzione nel cambiare marcia e diventare in pochi anni un gruppo che sbaragliò letteralmente la concorrenza. La band era capitanata dal chitarrista e vocalist L...

LA DONNA DI PICCHE

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Proseguiamo l'excursus sulle nuove voci femminili legate al jazz e a quel che ci gira intorno parlando oggi della canadese Elizabeth Sheperd. L'album di cui vi parlerò oggi non è nuovissimo essendo uscito nel 2010 per l'etichetta Do Right! Music, "Heavy Falls The Night" è il titolo, mentre un nuovo cd, il quarto se escludiamo una raccolta di lati B e remix vari, è in uscita il prossimo aprile. Di lei si dice che sia una delle jazziste più talentuose del momento, anche se il termine jazzista è riduttivo, visto che la ragazza sa muoversi bene e con eclettismo in territori contigui al jazz. Dopo aver ricevuto il plauso per i suoi precedenti lavori ed aver fatto dei concerti sold-out in posti come il Jazz Cafè di Londra, il Cotton Club di Tokyo e l'Hollywood Bowl di S.Francisco, "Heavy Falls The Night" arriva giusto come un'evoluzione del sound di Elizabeth Sheperd. Anzitutto nel disco si ascolta una particolare cura nelle sovraincisioni vocali della...

LA TIMIDEZZA DI MR. JORDAN

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Di Marc Jordan e del suo album "Blue Desert" ne ho già parlato un po' di tempo fa', ma siccome mi è capitato di riascoltarlo recentemente e le canzoni lì contenute sono di una bellezza rara, voglio ritornarci sopra. L'artista canadese è la classica persona che è tanto timida quanto brava, che forse per la sua timidezza è rimasto ai margini del panorama musicale e ciò si può evincere dai suoi lavori, canzoni sofferte che parlano del "privato" dell'artista, dischi che hanno il pregio di entrare in casa dalla porta di servizio, ma che poi si arrogano il diritto di diventare il fulcro della propria collezione di musica e musicanti. Questo poi è uno dei lavori dove chi non si accontenta di ascoltare nenie monocordi da tre minuti tre, troverà pane per i suoi denti, fatto com'è di progressioni armoniche inaspettate, di assoli suonati pensando ai grandi del jazz, e a dei testi costruiti per esaltare le qualità vocali dell'interprete. L'album fu ...

SUONATE COME LORO, SE VI RIESCE !

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via Tarkus Se nel post dedicato a Pino Daniele ho usato la parola "rivoluzione" per i musicisti che crearono il "Neapolitan Power", miscela di jazz, rock e funk, oggi parliamo della persona che con la sua band fu l'artefice di quella rivoluzione. James Senese ed i Napoli Centrale furono a metà degli anni '70 il gruppo che più di ogni altro cercarono di cambiare il linguaggio della musica italiana, o perlomeno provarono a creare qualcosa di nuovo, tenendo ben presente però da dove provenivano. Quindi, poteva capitare in mezzo a suoni sicuramente debitori al jazz e al funk, di ascoltare richiami alla canzone napoletana. Senese, sassofonista ispirato da Wayne Shorter, creò con i Napoli Centrale un sound che fu di trasgressione sociale, teso e nervoso, arrivato in un momento propizio per riuscire ad avere successo non solo in Italia - è bene ricordare che il loro primo album arrivò al numero tre degli album più venduti - ma anche in Europa. I fermenti sociali e ...

CHE C'AZZECCA LA MUSICA CON IL FESTIVAL DI SANREMO ?

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Si, facendo spregio della lingua italiana, come l'amico Zio Scriba mi ha fatto notare, giustamente, nel post di ieri, rincaro la dose dopo aver visto lo spregio alla musica che ho visto ieri sera durante la prima serata del festival. Si può dire che se il declino di una nazione passa anche dalla cultura popolare, quello che ho visto può essere preso ad esempio come risultato dello sfascio a cui il paese è stato portato da trent'anni a questa parte. La musica, o quel simulacro che è passato ieri sera, è ormai diventato un mero accessorio ad uno show televisivo, dove a farla da padrone è stata una predica di 50 minuti, si 50 avete capito bene, misticoqualunquistica dell'Adriano molleggiato. Se ancora qualcuno pensava che il fondo lo avessimo già toccato da un pezzo, chi ieri sera ha auto la malaugurata idea di vedersi tutto il festival, converrà con me che siamo davvero arrivati ad un punto di non ritorno. Sulle canzoni non ce n'è una che sia una da poter ricordare, sono ...