Yacht Rock Losers: Memories of Glen Ivy - Richard Powell (1976, Private Press)

 


 

Ci sono dischi che sembrano racconti tramandati a voce, più che oggetti reali. Memories of Glen Ivy di Richard Powell è uno di quelli. Talmente laterale, talmente fuori rotta, da far pensare a un’invenzione. Invece esiste davvero, e a riportarlo a galla è stata Numero Group, che nel 2020 lo ha ripubblicato nella serie From the Stacks con una rimasterizzazione accurata e note che ricostruiscono tutta la vicenda.

Powell aveva passato sei anni nella U.S. Navy. Tornato alla vita civile nei Settanta, finisce a lavorare come intrattenitore al Glen Ivy Trailer Park di Corona, nella contea di Riverside, California. Un microcosmo fatto di roulotte stanziali, shuffleboard, barbecue comunitari. Lì dentro c’era un piccolo bar, The Pub. Powell cantava, suonava, teneva compagnia. A un certo punto decide di incidere un LP, registrato nel 1976 con mezzi minimi e venduto soltanto nel negozio di souvenir del parco. Nessuna distribuzione, nessuna etichetta strutturata, nessuna strategia. Un disco pensato per chi abitava lì, o ci passava il pomeriggio.

Dieci brani: cinque cover, cinque originali. Le cover sono quelle tipiche di un repertorio da bar californiano dell’epoca: “Sweet Caroline”, “Feelings”, “Get Down Tonight”, “You Are the Sunshine of My Life”. Canzoni conosciute, eseguite con mestiere, senza stravolgerle.

Gli inediti, invece, sono la parte più interessante. Piccoli brani sospesi tra folk-pop e soft rock, con una scrittura melodica che richiama l’aria di Laurel Canyon, ma filtrata attraverso la dimensione dimessa di una piscina condominiale. “In the Morning” e “World of Ecstasy” hanno quella grazia semplice che potrebbe stare accanto a un demo casalingo di Michael Franks o alle pagine meno celebrate di Ned Doheny. Nulla di clamoroso, tutto misurato. Proprio per questo funziona.

Il punto non è soltanto la qualità delle canzoni. È il contesto. Memories of Glen Ivy nasce in una zona grigia dell’America anni Settanta, lontano sia dall’industria che dall’underground organizzato. Non è professionismo, non è neppure puro dilettantismo. È un prodotto comunitario in senso stretto: fatto per un luogo preciso, per persone precise. Rimasto lì per decenni, come un souvenir sonoro dimenticato tra un campo da bocce e una veranda prefabbricata.

Riascoltarlo oggi significa entrare in una bolla: un’America periferica, tranquilla, quasi anonima, dove la musica non è carriera ma funzione sociale. Si può provare a etichettarlo, yacht rock domestico, outsider soft rock, cantautorato balneare. In realtà è più semplice. È Powell che canta per la sua comunità, con una voce pacata e melodie gentili, senza ambizioni di posterità.

Un disco nato ai margini, rimasto ai margini, e proprio per questo ancora capace di dire qualcosa.



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