Il 1980: Una Terra di Mezzo
Il 1980 in musica lo ricordo come un anno a cavallo tra il vecchio che stava scomparendo e le novità che stavano arrivando, una terra di mezzo in cui il rock classico perdeva centralità senza essere ancora diventato repertorio museale, la disco veniva archiviata in fretta e spesso con malafede, e il pop iniziava a riorganizzarsi attorno a nuove grammatiche produttive. Era un anno di passaggio, non ancora nostalgico e non ancora davvero moderno, in cui convivevano fine corsa e possibilità, stanchezza e intuizione, con la sensazione diffusa che qualcosa si stesse chiudendo senza che fosse ancora chiaro cosa avrebbe preso definitivamente il suo posto. McCartney II ne è un bell’esempio e lo trovo un capolavoro a suo modo.
Quella terra di mezzo aveva però una sua compattezza, e alcuni dischi di quell’anno la fotografano con precisione insolita. Prendiamo quattro album, due produzioni anglosassoni e due italiane, che utilizzano materiali contemporanei come se fossero già residui, suonano spettrali, registrano la crisi dell’idea stessa di futuro. Riascoltati oggi restituiscono la sensazione di un futuro allora percepito come imminente e mai realizzato, come una nostalgia per un futuro perduto. Con l’avvento del postmoderno questa condizione diventa strutturale: il passato non viene più superato ma reso archivio permanente, citabile e ricombinabile. La musica continua a produrre novità, ma smette di produrre futuro, perché manca un orizzonte temporale condiviso. Il futuro tornerà solo più tardi, con techno e jungle, ma in forma distopica: non promessa, bensì condizione già in atto, più simile a un incubo che a un progetto.
I Simple Minds, per cominciare, furono accolti da urla e bottigliate come opener di Peter Gabriel al concerto del 1980 a Firenze, da un pubblico per il quale il futuro era poco più di uno scenario da fumetti Marvel. Poco dopo abbandoneranno qualsiasi reale tensione innovativa, pur firmando un disco bellissimo come New Gold Dream.
I Japan daranno alle stampe un ultimo album ancora più spettrale, Tin Drum, prima dello scioglimento. In seguito il loro leader, David Sylvian, rifuggirà consapevolmente qualsiasi idea di futuro, ripiegando su una produzione sempre più introspettiva e fuori dal tempo.
I Confusional Quartet portano già in nuce una forma di postmodernismo, paradossalmente partendo da un riferimento esplicito al futurismo di Marinetti.
I Krisma, infine, sono ancora in attesa di essere riconosciuti per ciò che sono stati: una delle proposte musicali italiane più radicali e autenticamente internazionali mai prodotte. Quattro dischi che aiutano a capire come il 1980 sia stato davvero un anno crocevia per le tendenze del decennio, qui ancora in nuce.
Il quadro si completa guardando agli album che, da angolazioni diverse, hanno tracciato le traiettorie del decennio seguente. Gaucho degli Steely Dan rappresenta il punto di arrivo, e di chiusura, di una stagione in cui complessità, perfezionismo e ambizione formale riuscivano ancora a convivere con il successo di massa. Dopo, quello spazio si restringe drasticamente: il pubblico e il contesto cambiano e la musica si orienta verso immediatezza e semplicità.
Making Movies dei Dire Straits fu il disco che legittimò definitivamente un’idea di rock adulto, patinato, tecnicamente impeccabile, piacione, pensato più per essere ammirato che messo in discussione. Un suono elegante, controllato, che aprì la strada a un rock “riccardone”, colto e rassicurante, perfettamente allineato allo spirito degli anni Ottanta.
Metamatic di John Foxx sta all’estremo opposto. È uno dei pochi dischi del 1980 che prova davvero a immaginare un futuro, ma lo fa svuotandolo di qualsiasi residuo umanistico. È freddo, urbano, minimale, quasi ostile. Dove Making Movies rifinisce il rock fino a renderlo inoffensivo, Metamatic lo azzera e riparte dalla macchina. Non diventerà un modello di massa, ma apre una faglia: elettronica come linguaggio principale, non come decorazione. Anticipa e rende possibile synth-pop e new romantic, ma solo sul piano strutturale: i generi successivi ne raccolgono il lessico sonoro, spesso rivestendolo di estetica e nostalgia, rendendolo più accessibile e meno radicale.
E poi c’è Ace of Spades dei Motörhead, che sta da un’altra parte ancora: fonde l’energia del punk con la potenza del metal, unendo velocità, aggressività e riff elettrici che non erano la norma nel metal tradizionale fino a quel momento, diventando un punto di riferimento fondamentale per il thrash e lo speed metal degli anni successivi.
Se questo è il panorama internazionale, quello italiano del 1980 racconta una storia parallela e per certi versi più drammatica. Il 1980 in Italia segna un cambio di pelle netto. Si chiude un decennio in cui la musica aveva preteso centralità culturale e politica: il progressive come forma alta, il rock jazz militante di Area e Napoli Centrale, il cantautorato come forma di espressione e di scelta. Nel 1980 questa idea implode. Non viene sostituita da un nuovo progetto forte, ma da una frammentazione di linguaggi, posture e intenzioni. Cinque dischi pubblicati quell’anno registrano tutti, ciascuno a modo suo, la fine di una stagione, Patriots di Battiato non è compreso in quanto lo conoscono anche i sassi.
Sick Soundtrack dei Gaznevada non è solo un disco new wave: mescola no-wave, punk americano e new wave britannica in un linguaggio nervoso e urbano. Suoni grezzi, sax abrasivo, ritmiche spezzate e contaminazioni elettroniche segnalano la fine del progressive italiano e l’inizio di qualcosa che guarda alla città come spazio di alienazione e di visioni distopiche.
Urlo di Ivan Cattaneo si può considerare il disco anti-cantautorale per come quel modello era stato concepito negli anni Settanta. È un album oltraggioso, dadaista, queer ben prima che il termine entrasse nel lessico comune, costruito per sabotare centralità del testo, impegno e gravità autoriale. È new wave non tanto per i suoni, quanto per l’attitudine: superficie, corpo, gesto, identità come performance. Non apre un nuovo canone, ma chiude definitivamente quello precedente.
Vivo da Re dei Decibel fa emergere per la prima volta in modo chiaro le intuizioni autoriali di Enrico Ruggeri. I testi sono attraversati da malinconia e mal di vivere, mentre sul piano musicale Ruggeri mette a fuoco un immaginario preciso: il cabaret alla Kurt Weill, la tradizione degli chansonnier francesi, la new wave, Bowie, i Japan. Ne esce un disco ancora legato al rock ma già proiettato verso una scrittura più personale e teatrale, che segna il passaggio dall’urgenza di gruppo alla centralità dell’autore.
J’accuse… Amore Mio di Faust’o è un disco disturbante, il terzo di una trilogia iniziata con Su*dio e Poco Zucchero, in cui la new wave si intreccia a un esistenzialismo urbano privo di appigli. I testi sono nichilistici, le atmosfere tese e claustrofobiche, il suono nervoso ma introverso. Ne esce una fotografia lucidissima di una generazione senza riferimenti, che usa la musica come strumento di analisi e di smascheramento della modernità, non come evasione o intrattenimento.
E si torna, inevitabilmente, ai Krisma. Cathode Mamma è il loro terzo album e il punto di svolta elettro-pop per il duo. Con questo disco non solo adottano una grammatica synth pop europea, ma la integrano con un’idea concettuale sulla cultura mediatica e la televisione nella società contemporanea. È uno dei pochi lavori italiani di quegli anni che si pone all’altezza delle istanze internazionali dell’elettronica applicata al pop, comprese multimedialità e videoclip come linguaggio espressivo. Un disco, e una band, che ha influenzato la scena elettronica e synth-pop internazionale, ma che in Italia conoscono in pochi. E non dovrebbe sorprendere.





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