giovedì 24 dicembre 2015

THE MOLESKINE FILES: NETHER LANDS - DAN FOGELBERG



Non ci salviamo dai dischi di Natale. Mai. L'altro giorno, ad esempio, ho avuto una trapanatura di coglioni mentre mi trovavo da Feltrinelli, impegnato nel cercare qualche libro da regalare e regalarmi. In sottofondo è passato tutto, e dico tutto, l'album di canzoni natalizie del sibarita Tony Hadley, già conosciuto come voce degli Spandau Ballet. Per rifarmi da siffatto strazio mi è giunto in soccorso un vecchio album di Dan Fogelberg, "Nether Lands", che voglio regalarvi con la recondita speranza di far cosa gradita.

Non importa cantare le solite tre canzonette tre per entrare in clima natalizio, anzi, " Nether Lands" non ne parla affatto ma, come vedremo, risulta più sincero ed ha il giusto afflato che non l'ennesimo riascolto di "Last Christmas". Fogelberg se ne andò in una casa rifugio in cima alle montagne rocciose in Colorado per realizzare questo capolavoro, trovandosi circondato da un panorama innevato da mozzare il fiato e nella giusta intimità per donarci delle canzoni che nella loro malinconica semplicità, sembrano spremute dal cuore. Come ad esempio la title track che apre l'album, una canzone struggente dall'arrangiamento orchestrale molto vicino alla musica classica, un deciso cambio di marcia rispetto agli altri dischi di Fogelberg. 

Così nelle altre canzoni, dove l'artista americano riesce, con buon eclettismo, a trasfigurare nel pop due tra le più belle ballad di country-rock degli anni settanta come sono "Lesson Learned" e "Once Upon A Time", ma anche il bel fingerpicking della introspettiva "Scarecrow's Dream", struggente e sognante", o la dolce "Dancin' Shoes" in ricordo di una ex fiamma che faceva la ballerina, dove il delicato arpeggio di chitarra e l'accordeon iniziale si evolve in un valzer a metà canzone, e il soft-rock di "Loose Ends", una canzone che meriterebbe di essere passata in radio ogni giorno fino alla fine dei tempi.
Da appassionato di musica brasiliana, Sergio Mendes e Jobim tra i suoi ascolti, Fogelberg ci regala un piccolo gioello di folk-bossa in "Give Me Some Time" mentre la musica classica torna a far capolino in "Sketches", preludio alla finale "False Faces", dall'arrangiamento sinfonico che chiude un disco che aldilà della serenità che musicalmente lascia intendere è prima di tutto un viaggio nell'essere più intimo dell'artista, e qui torniamo nel clima natalizio di cui sopra: un periodo dell'anno in cui, aldilà dei regali e del clima di festa, possa servire come momento di riflessione verso se stessi.

Buon Natale !

venerdì 18 dicembre 2015

LOST AND FOUND: THE LAST RECORD ALBUM - LITTLE FEAT


Il disco del budino, così è conosciuto dai più "The Last Record Album", uno dei dischi dimenticati degli anni settanta ad opera degli Little Feat. Ma le analogie con il dolce disegnato sulla copertina terminano qui, dal momento che gli ingredienti in forma di note sono ben più numerosi e complessi di quelli usati per realizzate qualsivoglia budino mollaccione.

Tanto per cominciare va detto che questa mini recensione va presa come un antipasto per quella che sarà la linea guida del blog nel 2016: ancora più spazio alla musica obsoleta, la west coast come punto di riferimento, con le novità discografiche che saranno prese in considerazione solo se andranno in questa direzione.

"The Last Record Album" è un bel viatico, per chi ne fosse a digiuno, per scoprire quale grande band fossero i Little Feat. Il boogie, il blues ed il funk della band sudista sono ancora ben presenti ma a differenza dei lavori precedenti qui è meno marcata la presenza del leader Lowell George come autore, qui sono il chitarrista Paul Barrére e il tastierista Bill Payne a tenere le redini e il disco ci guadagna in canzoni dalle strutture più complesse, ibridazioni jazz e funk dal groove più caldo come possiamo ascoltare nella stupenda "Day Or Night." Lowell George (anche produttore dell'album) ci regala un gioiello del suo repertorio, "Long Distance Love", mentre "All That Your Dream" scritta da Barrére e Payne è la canzone che manca terribilmente alle FM station di oggi.

Un disco, cari amici della musica obsoleta, che viaggiando con pigrizia ed indolenza, raggiunge delle vette di godimento impensabili, tenendo a debita distanza hype del momento e mode passeggere. Obsoleta o no, questa musica, questi artisti, hanno veramente sconfitto il tempo.


venerdì 4 dicembre 2015

NOVITA': COOL UNCLE by BOBBY CALDWELL & JACK SPLASH


Questa storia inizia con uno scambio di messaggi su Facebook tra Jack Splash e Bobby Caldwell; produttore di grido nel giro hip-hop ed r'n'b l'uno (Kendrick Lamar e John Legend, mica pizza e fichi), cantante di culto sospeso tra soul e westcoast l'altro. Da quei messaggi alla decisione di combinare qualcosa insieme il passo è breve, prima di tutto la scelta del moniker, "Cool Uncle", poi, una volta datesi le linee guida sul progetto, lo scorso 15 Novembre abbiamo potuto ascoltare il risultato di queste due menti sopraffine.

L'intelligenza e il pregio dei due è quello di non aver stravolto il loro essere: sostanzialmente il disco si muove su binari conosciuti, laddove la produzione di Splash costruisce un tappeto sonoro sapientemente miscelato fra tradizione e innovazione, con la bella e raffinata voce di Caldwell che a sessantaquattro anni suonati da le paghe (per i non toscani: "stracciare") a tanti pischelli di belle speranze. Il risultato sono delle canzoni che suonano familiari all'ascolto, impreziosite nel loro vagare tra blue eyed soul, westcoast pop e smooth funk, dalle voci di Mayer Hawthorn in "Game Over", brano che apre il lavoro, Deniece Williams ed Eric Biddines in "Breaking Up", Cee Lo Green in "Mercy", Jessie Ware in "Break Away" per arrivare a Jd8 nella conclusiva "Outro".

Cool Uncle è la coperta di Linus per gli amanti delle sonorità westcoast e del soul morbido, il disco che tutti vorremmo sempre trovare sotto l'albero, quasi imbarazzante per la qualità costante delle canzoni ivi contenute e con la speranza neanche tanto nascosta che, per una volta almeno, un artista della bravura di Bobby Caldwell possa avere la visibilità che si meriterebbe.
Trentasei anni di carriera sempre a livelli medio alti, con dei picchi di eccellenza nei primi lavori, purtroppo non sono bastati al cantante americano per essere riconosciuto come uno degli artisti di riferimento del soul bianco, se non per i soliti carbonari. Vedremo se il buon Jack Splash con questo album riuscirà nell'ardua impresa di convincere gli scettici.


venerdì 27 novembre 2015

NOVITA' : WEST END COAST - YOUNG GUN SILVER FOX



Buone nuove per gli appassionati della westcoast: il genere è ben lungi dal tramontare e gode di ottima salute, prova ne è l'album di cui andremo a parlare oggi, il primo lavoro su lunga distanza degli Young Gun Silver Fox, acronimo usato da Andy Platts e Shawn Lee, i due musicisti che stanno dietro al progetto che ha licenziato "West End Coast", album uscito lo scorso 15 novembre per la label tedesca Legere Recordings, del quale ne sono venuto a conoscenza grazie alla benemerita Willwork4funk di Milano.

Platts e Lee non sono degli sconosciuti, anzi: il primo è il leader, compositore e produttore degli Mama's Gun, band dedita al recupero del pop più arguto che girava negli anni settanta, il secondo è il responsabile del progetto Shawn Lee's Ping Pong Orchestra, band strumentale le cui chicche sonore probabilmente le avete inconsapevomente ascoltate in numerose serie Tv, come ad esempio Lost e Desperate Housewives, oppure sul grande schermo, Oceans 13 il primo film che mi sovviene, ma anche nelle pubblicità, BMW e Jaguar in primis.

"West End Coast" è un viaggio dentro la musica della westcoast con tutte le derivazioni che questo genere ha saputo costruirsi negli anni. Si parte con "You Can Feel It", il singolo estratto dall'album, e si mettono subito le cose in chiaro: qui la parte del leone la fanno le armonie vocali e il pop che band come gli America, i primi, quelli di " Homecoming", seppero ben sintetizzare dai maestri del genere. Anche il secondo pezzo, "Emilia", va in questa direzione, nonostante le voci incomincino a pendere in direzione Doobie Brothers e nonostante un assolo di chitarra, ad inizio e metà canzone, un po' straniante. Dalla westcoast pop più cristallina, con il terzo brano, " Better", comincia il lavorio che ci porta in territorio black: qui abbiamo una ritmica dagli aromi giamaicani che poi si sublima in una ballata soul, al punto da farmi ricordare una delle più misconosciute band di tutti i tempi, i Faragher Brothers.  

Con "Distant Beetween Us" ci troviamo davanti ad una delle vette del disco: qui tutto è perfetto, una sintesi estrema di melodia pop, con l'intro che ricorda gli Player, innerbata nelle voci e nel refrain dal blues eyed soul in stile Hall&Oates, fino ad approdare al Philly Sound del bridge orchestrale, bellissima.
La successiva "See Me Slumber" è un'altra genialata: a farla da padrone questa volta sono le atmosfere alla Doobie's - ma immaginateli come se la band di Michael Mc Donald fosse stata inglese invece che americana - un magistrale incastro di pop british e soul americano. 

Il lato due del disco si apre con il pop dalle reminiscenze orientali di "In My Pocket", che ci porta dritti in bocca al soul funk bianco di "So Bad", un altro must dell'album con AWB e Attitude come punti di riferimento. In "Saturday" fa invece capolino il Michael Mc Donald post Doobie's, una bella canzone dall'andamento nervoso e dal ritornello che si stampa in testa. "Spiral", penultima canzone dell'album, è ancora protagonista il pop suadente che aleggiava nelle FM station americane di fine anni settanta, preludio al gran finale: "Long Way Back", una ballatona malinconica che improvvisamente prende il volo e accompagnata da una chitarra in stile Isley Brothers se ne va nell'empireo del soul più trascendentale.

Inutile dire che è uno dei dischi dell'anno per quanto mi riguarda, godibilissimo, mi ci sono perso dentro e non ne esco più.



venerdì 20 novembre 2015

MODERNARIATO: STOP TIME - JON REGEN



Da amante delle arti visive, ho sempre pensato che le copertine dei dischi siano parte integrante del prodotto e provo un sottile piacere quando queste sono attinenti a quello che troviamo all'interno. Recentemente mi è capitato con il nuovo album di Jon Regen, "Stop Time": l'immagine ci mostra una stanza spoglia con un divano in stile anni 60 con l'artista seduto in completo scuro e cravatta nell'atto di sfogliare un giornale, lì accanto abbiamo un tavolino di modernariato con sopra una tazza da caffè, e una bellissima caffettiera Moka a far sfoggio di se.

Potrebbero bastare questi oggetti a definire la musica di Jon Regen, ma sarebbe un giochino troppo semplice. Innanzi tutto voglio ricordare che Regen è un pianista Jazz, protetto di Kenny Barron, e che nella sua carriera ha lavorato insieme a Kyle Eastwood e Little Jimmy Scott. "Stop Time" è il suo terzo album solista e vanta alla produzione il grande Michael Froom, che abilmente riesce a tirar fuori tutta l'essenza del pianista e cantante americano, senza invasioni di campo.

Essenza musicale dicevamo, come quella che si può trovare nel trio messo su da Regen: piano, basso e batteria (Davey Faragher e Pete Thomas direttamente dalla band di Elvis Costello, The Imposters) con un pizzico di chitarra elettrica che appare in un paio di brani, essenza come canzoni che raramente superano i quattro minuti, uno stile scarno che a tratti ricorda il miglior Randy Newman e il misconosciuto Bill Quateman, ma che non manca di quel calore soulful che aleggia nella scrittura pop jazz di Regen, fortunatamente scevra da onanismi cantautorali.

"Stop Time", uscito lo scorso Giugno, si è lasciato sedimentare nel mio IPod come quei vini che hanno bisogno di riposo per uscire fuori in tutta la loro brillantezza e trasparenza: al primo ascolto mi aveva lasciato quasi indifferente, successivamente è diventato un appuntamento quasi giornaliero - e come un vino robusto ti accoglie con il suo bouquet di profumi, una buona morbidezza al palato e ti lascia con una sensazione di pulito, di asciutto - così sono le canzoni dell'album.

"Run to Me", "Stop Time" e "Annie" i momenti migliori del disco, dove ad una metodica scrittura musicale si abbina l'eccellente vocalità di Regen. Belle melodie, canzoni semplici e raffinate, fuori moda, niente di più e niente di meno; quanto di meglio per accompagnare una serata in casa con le persone più care.




venerdì 13 novembre 2015

UNA CANZONE: WHERE OR WHEN


“Where or When” è riconosciuta come una delle canzoni più belle di tutti i tempi, fa parte del songbook di Rodgers e Hart e fu rappresentata per la prima volta a New York nel 1937, nel musical “Babes In Arms”. Opera in due atti, “Babes in Arms” narra la storia - ambientata in un piccolo paese della provincia americana ai tempi della grande depressione - di un ragazzo e di una ragazza di venti anni che insieme ai loro amici provano a mettere su uno spettacolo teatrale per evitare di essere mandati dallo sceriffo del paese a lavorare forzatamente in una "work farm", dopo che i genitori, attori di vaudeville, se ne erano andati via di casa nel tentativo di guadagnare qualche soldo come attori di strada.

La stesura originale del musical era composta da forti connotazioni politiche, si parlava di Nietszche, di discriminazione razziale e un personaggio rappresentato era di idee comuniste. “Babes in Arms” fu rappresentato dal 14 Aprile al 18 dicembre del 1937, ne verrà realizzato un film nel 1939 con Judy Garland e Mickey Rooney a cui sarà stravolta la trama lasciando soltanto la traccia principale e con soltanto due canzoni delle cinque presenti. Nel 1959 George Oppenhaimer ne trarrà una versione de-politicizzata appropriata all'oscuro periodo maccartista, cambiando la sequenza delle canzoni e l’orchestrazione, e purtroppo diverrà questa la versione più conosciuta.

Se nel musical sono presenti due canzoni monumento come “My Funny Valentine” e “The Lady is A Tramp” sarà però a “Where or When” che andranno da subito i favori del pubblico; una ballata struggente che come ha ben definito il critico Richard Corliss sul Time evoca “uno stato di estasi malinconica che fonde passato e presente, il sognatore e il sogno, l’amante e tutti i suoi amori reali e immaginari”. Rodgers e Hart ci guidano attraverso una melodia dolcissima al punto che la versione cantata da Peggy Lee con l’accompagnamento al clarinetto di Benny Goodman incisa la vigilia di Natale del 1941, ad appena due settimane dall’entrata in guerra dell’America, sarà ricordata dal critico musicale Benjamin Schwarz come una delle versioni jazz più toccanti che siano mai state realizzate, che lesse nei versi e nell'interpretazione della Lee tutta la paura per un futuro pieno di incognite dato in quel preciso momento storico.

“Where or When” sarà ricantata da tutti, e quando dico tutti intendo proprio questo: dalle versioni doo-wop di Dione and The Belmonts, alla versione italiana del Trio Lescano con l'orchestra Cetra di Pippo Barzizza, agli “standard” di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, al soul delle Supremes, a quella stentorea di Jane Birkin, al jazz di Sonny Rollins fino alla versione bossa nova di Diana Krall. 

 



venerdì 6 novembre 2015

LOST AND FOUND: ERBE SELVATICHE - OSCAR ROCCHI E IL SUO MODERN SOUND



Nel 1975 anno di uscita di "Erbe Selvatiche", internet  non era neanche nella mente più fervida del più immaginifico scrittore di fantascienza, la cosa in comune, oggi come allora, era la difficoltà nel reperire questo genere di dischi. Si perché gli album delle "library", composizioni nate a commento per programmi TV, documentari e quant'altro, non avendo come scopo quello di vendere, erano perlopiù invisibili. Oggi, va meglio, ma giusto un poco, e questo grazie al lavoro di piccole ed intelligenti label che ne ristampano le opere più significative, ma trattandosi di piccole realtà anche queste tirature vanno presto esaurite. Va reso merito quindi alla rete che grazie alla comunità degli appassionati rende disponibili a tutti l'ascolto di questi album. La peculiarità e il bello di questi lavori è l'ascoltare musicisti che, pur rimanendo nei limiti dati dai commissionanti, lavorano in totale libertà, scevri da qualsiasi ruffianeria da hit parade.

Chissà se Oscar Rocchi, pianista e compositore a cui dobbiamo "Erbe Selvatiche", avrà pensato allora che il suo disco nel tempo sarebbe diventato uno dei pochi lavori prodotti in Italia di musica funk sapientemente mischiata con il soul ed il jazz. Di Oscar Rocchi trovate poco sulla rete, da quel che ho appreso il nostro è stato turnista con alcuni dei nomi più "commerciali" della musica italiana, come Umberto "quinto Beatles" Tozzi e Marcella Bella, ma ha anche lavorato con Giorgio Gaber, De André e insieme a Tullio De Piscopo è stato parte integrante di "Metamorphosis" album del batterista napoletano edito nel 1981.

Tornando ad "Erbe Selvatiche" impressiona il groove sparso a piene mani per i solchi del vinile, come poco è dato di ascoltare nelle produzioni italiane, Rocchi lavora in raffinatezza con le sue tastiere, fender rhodes e arp, accompagnato dalla chitarra fuzz di Andrea Verardi, dai fiati, sax tenore e flauto di Giancarlo Barigozzi, (si dice, ma non è certo, che il disco fu realizzato durante le session di un altro capolavoro della library music, ovvero "Woman's Colours" del Barigozzi Group), dal basso elettrico preciso e asciutto di Gigi Cappellotto che fa da pendant con la batteria di Andrea Surdi. Non in tutti i brani ci troviamo di fronte alle suggestioni funk, altrove si va di ballad cinematiche in linea con la melodia italiana che, pur non disprezzabili, sono niente in confronto agli altri pezzi.

Erbe selvatiche è stato ristampato recentemente in vinile, chi volesse accaparrarsi il disco originale, si prepari a firmare un assegno da 500 dollari.




venerdì 30 ottobre 2015

CLASSICI: TIME HAVE CHANGED - THE IMPRESSIONS


Quando dici The Impressions pensi a Curtis Mayfield, ma anche a Leroy Hutson, colui che lo sostituì alla guida del gruppo. Ma prima di vedere quale fu il contributo che Hutson diede alla band chicagoana, facciamo un passo indietro:  The Impressions è bene ricordarlo, sono stati un monumento della musica soul, dapprima con Jerry Butler alla conduzione per poi essere comandati da quel mostro sacro di Curtis Mayfield, che sostituì Butler quando questi si dedicò alla carriera solista. Le origini della band datano al 1957, quando ancora si chiamavano “The Roosters” e facevano doo-wop, solo successivamente divennero “Jerry Butler And The Impressions” per poi assumere la denominazione definitiva nel 1961. “For Your Precious Love”, “Gipsy Woman”, “It’s All Right”, “Keep On Pushing” e “People Get Ready”, questi i titoli usciti dalla penna di Mayfield che fecero diventare The Impressions un punto di riferimento della musica black e fonte di ispirazione per artisti che si dilettavano con lo ska e il rocksteady e pure del calibro di Bob Marley che più di una volta ha riconosciuto l’influenza della band nella sua musica, al punto da modellare le armonie vocali dei Wailers secondo lo stile degli Impressions.

Mayfield rimarrà nella band fino al 1970 e dopo l’uscita di “Check Out Your Mind” andrà a raccogliere onori e gloria come solista; “Superfly” fu il primo lascito di uno dei più grandi musicisti del secolo trascorso. Non rinunciò però a scrivere per la band e quando Hutson nel 1971 gli subentrò come leader un nuovo album era già pronto: “Times Have Changed”. Album del 1972, sfortunato quanto bellissimo, è ancora intriso del sound di Mayfield il quale scrisse sette degli otto brani presenti ed è accreditato anche nella produzione. Hutson prestò la propria voce insieme a Fred Cash e a Sam Gooden, gli altri Impressions, e arrangiò “Inner City Blues” di Marvin Gaye dandone una versione più tirata e funkeggiante dell’originale. “Time Have Changed” è pregno degli umori di quel periodo, quindi album che va a scavare nel sociale e nel politico e fu forse anche questa una delle cause per cui fu un mezzo fallimento nelle vendite, cosa che porterà Hutson all’abbandono dopo solo due anni dalla sua entrata.

L’album si apre con “Stop The War” con alla voce Fred Cash, brano urgente e potente dall’inconfondibile mood chitarristico di Mayfield, appena il tempo di prenderci una pausa con la title track, canzone elegante che viaggia sulla morbidezza ecco arrivare la già citata “Inner City Blues”, un cambio di ritmo dalla versione originale tanto da renderla più rude nonostante la maggior presenza di archi rispetto all’originale di Gaye. “Our Love Goes On And On” ci ricorda che Mayfield è stato un grande compositore di musiche da film e questa infatti sarà donata a Gladys Knight per la Ost di “Claudine”, brano da montagne russe, massiccio, che va su e giù per le scale armoniche. “Potent Love” è il pezzo migliore di tutto il disco, singolo mancato, attacca con le percussioni per poi agganciarsi al basso e agli strumenti ad archi, all’inconfondibile chitarra wah-wah, e al falsetto di Hutson supportato dagli altri due cantanti; è la classica canzone che gira intorno a se stessa senza avere apparente destinazione, come una jam infinita da cui non riesci a staccarti. “I Need To Belong To Someone” è la classica ballad in stile Motown, molto somigliante a “People Get Ready”, e sempre in direzione ballad va il brano seguente “This Love For Real” sempre impreziosito dalla voce di Hutson, il pezzo finale, “Love Me”, farebbe invece la sua bella figura in una serata Northern Soul, ritmo incalzante e voce implorante del cantante, fiati a rimarcare gli hook e i violini a ricamarci sopra, stupendo.

In conclusione "Time Have Changed" è un capolavoro che merita di essere riscoperto.

venerdì 23 ottobre 2015

LOST AND FOUND: SKINNY BOY - ROBERT LAMM




All'uscita di "Skinny Boy", suo primo album solista, Robert Lamm era uno di quei musicisti che avrebbe già potuto vivere di rendita: membro della band degli Chicago dobbiamo a lui due capolavori della musica pop crossover quali "Saturday In The Park" e "25 or 6 to 4". Un artista dalla scrittura sopraffina e il disco uscito nel 1974 ne è la riprova. Nei desideri di Lamm forse c'era la voglia di cimentarsi in proprio per dimostrare che poteva fare anche a meno della band ma, come vedremo, non andò così.

"Skinny Boy" è un lavoro che colpisce innanzi tutto per l'assenza dei fiati, caratteristica questa degli "Chicago", poi per una scrittura policroma che va a pescare in diversi generi musicali: una rarità oggi, una cosa normale in quegli anni. Il brano che apre il disco "Temporary Jones" è l'unico che non è scritto in toto da Lamm, qui infatti collabora il grande Bob Russell, un tizio che ha lavorato con Duke Ellington e Billie Holiday, tanto per fare due nomi, e da subito colpisce l'eleganza della scrittura musicale e una produzione asciutta fatta principalmente di pianoforte (suonato da Lamm)  basso   (Terry Kath dei Chicago presta la propria opera in tutti i brani), batteria ed archi. La canzone pop dai sentori soul fa capolino nel secondo brano, "Love Song", dove il nostro fa tesoro della lezione di Gino Vannelli e ci confeziona un bel brano dove il fender rhodes ed il basso sono protagonisti assoluti, con un bell'inserto alla chitarra acustica di Kath. Anche Paul MC Cartney, quello post Beatles, sembra essere uno degli amori neanche troppo nascosti di Lamm, il brano successivo infatti va in questa direzione: "Crazy way to spend a year" è una ballata che ricorda il Paul del periodo Wings e si fa notare per un notevole arrangiamento a base di archi. Al pezzo seguente "Until the time run out" invece bastano piano, basso e batteria per costruire una canzone che a momenti ricorda le ballad di Crosby, Stills & Nash.

Il soul che amoreggia con il gospel è la cifra di "Skinny Boy" dove la voce ed il piano elettrico di Lamm sono ben supportati ai cori dalle Pointer Sister. Il brano in questione verrà poi riproposto con l'aggiunta dei fiati nell'album "Chicago VII". Con " One step forward two steps back" e "Someday I'm Gonna Go" torniamo in territorio post Beatles, e sono ancora due brani dagli arrangiamenti ridotti all'osso, ma a cui non manca niente. "Fireplace and Ivy" posta in mezzo ai due brani precedenti è invece una ballad che inizia lenta e che diresti messa come un riempitivo salvo poi esplodere in una accelerazione a tre quarti del brano grazie alla partitura per archi, veramente notevole. Con "A Lifetime We" è di nuovo il soul a fare capolino, questa volta giocato in senso cinematico e con un pizzico di jazz al suo interno. Si prosegue con il rock blues di "City Living", pezzo non trascendentale ma comunque apprezzabile giusto in tempo per tornare sulle montagne russe di " Crazy Brother John", ballad mid tempo che a metà brano va in accelerata con gli archi a pompare per poi concludersi così come era iniziata. 

Insomma, come avrete capito, un disco così il sottoscritto se lo inventerebbe di sana pianta, ci trovo dentro tutti i generi musicali per cui ho messo su questo blog e poco importa se commercialmente il disco fu una frana (non per i collezionisti, il disco adesso è una rarità e ci sono delle copie in vendita a 350 euro) al punto da far subire un brusco stop alla carriera solista di Lamm, che proseguirà a creare e a far soldi con gli Chicago e tornerà con un disco in proprio una ventina di anni dopo. Ma questa è un'altra storia.




venerdì 16 ottobre 2015

CLASSICI: OFF THE WALL - MICHAEL JACKSON


Se per la maggior parte degli appassionati di musica soul e non solo "Thriller" è considerato come il capolavoro di Michael Jackson, per il sottoscritto è “Off  The Wall” che rappresenta il punto massimo raggiunto dall’artista afroamericano. Benchè sia un disco stra-venduto, trovo "Thriller" un disco meno spontaneo del precedente; forse il suo grande successo è in parte dovuto ai video, questi si davvero innovativi, che accompagnarono le canzoni.  Cosa ben diversa è “Off The Wall”, prodotto da un Quincy Jones in stato di grazia e primo album solista di Jackson siglato per la Epic Records, già affrancatosi dai fratelli e dalla Motown e destinato a diventare una stella di prima grandezza.

Vi confesso che  un brano bello, fresco e sfrontato come “Don’t Stop Till You Get Enough”, messo ad apertura del lavoro, ho tentato invano negli anni seguenti a ricercarne il mood fra i più svariati artisti:  una canzone irripetibile, costruita come un ponte che unisce i vari aspetti della musica black, disco, soul e funk uniti insieme per creare qualcosa di nuovo e mai ascoltato fino ad allora.
Del resto lo stile del disco è ben diverso dalle produzioni precedenti di Jackson, quindi niente più sonorità Motown ma uno sguardo aperto a 360 gradi sul mondo del soul, un album a suo modo visionario e coraggioso, che mantiene tutta la sua freschezza a distanza di trentacinque anni dalla sua uscita. Insomma, tutto il Michael Jackson successivo parte da qui e qui ci sono tutte le intuizioni che poi sfrutterà negli anni a venire.

Il resto dell’album riserva sorprese ad ogni ascolto, se da un lato abbiamo brani che funzionano bene per il dancefloor, come “Working Day And Night” e “Get On The Floor”, dall’altro sono i brani mid-tempo ad esaltare: “Rock With You” e “Off The Wall” ambedue scritti da Rod Temperton sono due gioielli tagliati su misura per la voce di Michael e restano a tutt’oggi ineguagliati e ineguagliabili. Burt Bacharach insieme a Carol Bayer Sager ci regalano invece un brano pop semplice e cristallino come loro usavano fare: “It’s The Falling In Love”.
Il piacere sarà ricambiato da Jackson, durante una pausa delle registrazioni di “Off The Wall” partecipando in duetto con la Sager in una canzone, “Just Friends”, dal suo album solista “Sometimes Late At Night”, divenuto nel tempo oggetto di culto. “Girlfriend” è il brano che Paul Mc Cartney regalò a Jackson e che sancì l’inizio della loro collaborazione, Stevie Wonder scrisse l’ennesimo capolavoro della sua carriera, “I Can’t Help It”, brano slow dove magicamente si uniscono il pop con il soul più morbido.
La sensazione riascoltando il disco a distanza di anni è quella di un Jackson in pace con se stesso come mai dopo e di un incastro riuscito di persone che caso volle si trovassero, chi più chi meno, nel momento migliore del loro percorso artistico.


venerdì 9 ottobre 2015

LA WESTCOAST ITALIANA: MAX MEAZZA - CHARLIE PARKER LOVES ME



Di Max Meazza ricordo che ne sentii parlare a inizio anni ottanta. Avevo iniziato il mio approccio con la musica della westcoast  americana con i dischi di Michael Franks, allora i più facili da trovare, e lessi una recensione di "Shaving The Car", primo album solista di Meazza, dove veniva accostato al musicista americano. A torto, con il senno di poi, o forse il recensore non aveva ascoltato altro, perché se un'affinità deve esserci, credo che la si debba trovare più in Marc Jordan, che non con Franks. Incuriosito cercai per mari e monti, leggasi i negozi di dischi fiorentini, il disco di Max, con il risultato di farmi venire i calli ai piedi e a restare con la bisaccia vuota. Soltanto diversi anni dopo, presso il negozio oggi chiuso di Nannucci, riuscii a procacciarmi a prezzo di saldo " Shaving the Car" insieme a "Personal Exile", secondo album solista del nostro. 

E sugli esìli dei musicisti della westcoast (da parte dei discografici in primis) ci sarebbe da scriverne un tomo, ma quando pensi che non faranno più ritorno arriva notizia della loro presenza grazie ad un nuovo disco. Max Meazza, bluesman di razza (la sua carriera inizia con la band dei Pueblo, il loro primo album sul finire degli anni 70 ebbe un buon successo di vendite e di esposizione radiofonica) è uno dei pochi qui in Italia che diffonde il verbo della westcoast e come dicevamo è ritornato dieci anni dopo l'ultima uscita, con " Charlie Parker Loves Me", album autoprodotto grazie al progetto "Musicraiser", e che vede la partecipazione del grande Marc Jordan, nel bel brano omonimo firmato dall'artista americano che apre il disco.

Un lavoro questo che sorprende per la freschezza e la lucidità con cui Meazza espone tutta la sua arte, fatta di intrecci sonori dove il blues rimane comunque sottotraccia, ben miscelato con quegli ingredienti che vanno dal blue eyed soul fino al pop jazzato che hanno dato peculiarità al genere. L'album mi riporta alle atmosfere che artisti come Mark & Almond e il Mark Murphy di fine anni 60 riuscivano a creare, ma faremmo un torto se dicessimo che il lavoro si limitasse a questo. Meazza riesce a sorprendere anche nei brani a sua firma, dove si viaggia sul filo del disincanto e di una latente malinconia:  "Lost in L.A.", "Neon Angel" e la bellissima "Laurie Bird"(solo voce, chitarra acustica ed elettrica, più basso, con il violino di Giulia Nuti a ricamare la storia di una ragazza perduta) ne sono gli esempi più calzanti. 
C'è spazio anche per una bella cover di "Solid Air" di John Martyn altro artista molto amato dal nostro, come per altri tre brani da ascoltarsi immaginando di trovarsi sulla spiaggia di Venice Beach al tramonto: "A Face in The Crowd", "To Late For My Heart" e "Forward Motion" qui con alla voce il suo autore, Mark Winkler . Echi di JJ Cale li troviamo nel brano " Black and White Generation", bel blues rock che ci ricorda le radici di Meazza. Ancora John Martyn in "She's a Lover" cover virata in blue eyed soul con una chitarra wah-wah che da una nota di funk al brano e l'onnipresente Fender Rhodes (che Dio benedica chi lo ha inventato) a dare corposità al tutto. 

Se la musica westcoast è anche uno stato dell'anima prima che un genere musicale, "Charlie Parker Loves Me" può essere considerato chiarificativo in tal senso: le immagini che riesce a creare, sia il trovarsi su di una spiaggia californiana nell'ora che precede la notte, che il viaggiare per le strade blu della provincia americana, o che vi troviate in una vecchia stazione della Greyhound, sono tutte dentro la testa e non c'è bisogno d'altro.

Una postilla obbligatoria per dare il giusto risalto ai musicisti che vi hanno suonato, (la lista completa la trovate qui) precisi e puntuali nella costruzione di un suono elegante e raffinato come il genere richiede, ma senza cadere in un tecnicismo fine a se stesso: qui tutti contribuiscono a dare corpo ai desiderata di Meazza fino a creare una trama sonora che riesce ad emozionare.

Buon ascolto !



venerdì 2 ottobre 2015

NOVITA': SIMI STONE



Simi Stone ad otto anni iniziò a prodursi delle musicassette in proprio, ma non copiava i dischi per gli amici, no no, suonava proprio. Cosa non mi è dato sapere, ma basta forse questa traccia a farci capire che il suo destino era già segnato. Capiamoci, chi, da appassionato di musica, non ha provato a fare altrettanto ? Io ad esempio mi dilettavo a bacchettare i mestoli di mia madre sui fustini del Dash, oppure facevo fischiare la radio davanti alle casse dello stereo ricercando improbabili sperimentazioni sonore, oppure picchiettavo sul microfono del registratore a cassette imitando un cavallo al trotto. Quando capii che non era il caso e troppo pigro per imbracciare qualsivoglia strumento, mi dedicai all'ascolto di gente più capace di me e ancora oggi è questo il mio rapporto con la musica.

Simi Stone dicevamo, figlia di una hippy e di padre giamaicano, nata a Woodstock, si proprio quella lì del festival di pace amore e figli maschi; come minimo te la immagineresti con dei sottanoni e collane di perline alla Mama Cass a cantare di paturnie pacifiste accompagnata da bonghi, campanellini e armamentario da freakkettone fine anni sessanta.
La musica di Simi Stone è si piantata anema e còre negli anni sessanta, ma quelli precedenti all'estate dell'amore, qui l'amore è tutto verso la musica soul dei dintorni di Detroit, ovvero Motown e parenti stretti, quindi nell'album di debutto della cantante afroamericana, pubblicato lo scorso luglio per la Reveal Records, ci troverete anche il pop "catchy", il Northern Soul per la gioia delle vostre gambe ballerine, un pizzico di blues, il "Mountain Motown", genere coniato dalla nostra Simi per definire la sua musica, e soprattutto una voce cristallina, limpida, triste, innocente e intrigante al tempo stesso. 

Non arriva dal nulla Simi Stone, in passato ha fatto parte del movimento Afro-Punk, ha suonato r'n'r in una band, The Suffrajet, ottenendo anche un notevole successo di critica. Se ne andava in tour con gente come Urge Overkill, Eagles of Death Metal e financo i buoni Cheap Trick. E' approdata in Europa con Simone Felice e Bobby Burke, ovvero The Duke and The King, band questa si in odore di freakketonismo spinto che ricordo proponeva una miscela di soul e funk, poi fortunatamente qualcuno si è accorto che tanto talento andava portato su disco, come solista.

Insieme a David Baron, suo partner musicale, è nato questo disco, il primo, a suo nome, come i predestinati a fare grandi cose. Notevole la crew che vi ha collaborato: si va da Natalie Merchant, che le ha scritto la bellissima "Don't Come Back", a Zachary Alford, Sara Lee e Gall Ann Dorsey. 
Un album fresco, bello sin dalla copertina, che dura lo spazio di un respiro con canzoni che di rado superano i tre minuti, ma proprio per questo essenziale e senza fronzoli.
Simi Stone punta al vostro cuore e sono sicuro che vi arrenderete presto.



lunedì 21 settembre 2015

NU SOUL: LIANNE LA HAVAS - BLOOD



Come raccontato nel post precedente anche del nuovo album di Lianne La Havas, "Blood", è probabile che ne abbiate sentito parlare poco o niente; ben altro risultato invece nel Regno Unito, luogo di nascita della cantante, dove invece il disco ha avuto dei risultati lusinghieri anche in fatto di vendite.
Arrivata al secondo lavoro la signora Lianne affina e migliora quello che di buono aveva fatto nell'album precedente; dove colà la parte predominante erano canzoni in formato acustico, qui abbiamo un'evoluzione decisa verso sonorità decisamente più varie (in tutti i brani c'è la firma della cantante inglese) non solo r'n'b o nu soul che dir si voglia, ma tramite questi generi si arriva ad una forma di trascendenza che ci porta diritto nei sentieri più nobili della musica pop. Non spaventatevi però perché non siamo affatto in territori ostici, il disco è ben ancorato in forme sonore accessibile ai più, anche quando la nostra intrallazza con il jazz.

Se escludiamo il primo singolo pubblicato, "Unstoppable", il brano più orecchiabile del lotto, nelle successive canzoni è il lato più intimista che prende il sopravvento, canzoni come "Tokyo" e "Wonderful" ne sono gli esempi più pertinenti e i migliori del disco, altrove Lianne si spinge in territori al confine con il rock più "rumoroso", come ad esempio lo sono le staffilate di chitarra che incontriamo in "Never Get Enough". Il jazz fa capolino in "Green and Gold", suggestione di epoche passate, ancora jazz con il linguaggio morto del doo-wop (a proposito a quando una riabilitazione di questo bello ma bistrattato genere ?) nel pezzo successivo, "What You Want Do". 

Quello che però fa pendere la bilancia verso un voto di eccellenza e ne fa uno dei lavori che ho apprezzato di più in questo 2015 è la voce della La Havas, migliorata vieppiù e capace di emozionare come poche: in fatto di espressività siamo su livelli davvero molto alti. Una voce dalla grana fine ai limiti del sofisticato, ma capace di spingersi in ruvidezze prossime alla scontrosità. 

Lo ribadisco, un grande album che non aspetta altro che lo ascoltiate.



lunedì 14 settembre 2015

DIVA'S: JILL SCOTT - WOMAN


Allora, come va ? Passata una bella estate ?  Stanchi delle ultime prodezze dei cantanti tuttologi nostrani e sugli ultimi profeti del nulla a nome The Kolors? E allora cazzo, ripartiamo con un disco che qui nel bel paese ha avuto la stessa rilevanza di un tulipano in Olanda, ed è un peccato perché il lavoro merita ed è molto bello, quindi se preferite la solita fuffa, cavoli vostri.

E' tornata Jill Scott con "Woman", un album che rimette le cose a posto, e bene, nel mondo della musica soul. Non vi aspettate rivoluzioni però, quelle sono già avvenute (per ora, mai dire mai) questa è solo buona musica e tanto mi basta.

Giunta al quinto album, la signora Scott ha nel frattempo cambiato casa discografica, trasferendo la distribuzione della sua etichetta Blue Bells dalla Warner Bros. alla Atlantic e a tal proposito sembra che il cambio le abbia giovato, dal momento che "Woman", come detto, è il lavoro più a fuoco nella carriera della brava Jill. Se da un lato l'r'n'b rappresenta la cifra stilistica della cantante, dall'altro abbiamo un avvicinamento (molto alla lontana a dir la verità) a quello che era il soul del periodo di Philadelphia, grazie a due brani prodotti dal figlio di Dexter Wansel, Andrew, nonché una corroborante e decisa sterzata verso il blues che sottotraccia attraversa tutto il disco.

A livello di testi siamo in territorio desiderio e vulnerabilità dell'universo femminile 2.0, ovvero, semplificando,  tutto quanto spaventa la controparte umana, e al pari della scrittura su pentagramma anche qui c'è tanta sostanza, siamo infatti ben lontani dalle canzoncine melense in rima cuore e amore. Un disco tutto sommato riflessivo, come ben espresso nelle canzoni, dai toni non gridati che magari deluderà i vecchi fan della Scott ma personalmente ho apprezzato questa virata verso sonorità più soft. La Scott ha avuto tutto sommato coraggio nel produrre un disco lontano dal pop mainstream che va per la maggiore ed ha sfornato una sintesi ad hoc sul mondo della musica soul di oggi, sperimentando nuovi stili con uno sguardo al passato.

Quindi bando alle stronzate e ripartiamo con il piede giusto.


giovedì 30 luglio 2015

MODERNISMO: THE MADS IN SOUL -THE MADS



I tre colpi di pistola immaginari che illustrano la copertina del nuovo EP degli The Mads sono esplicativi di quello che troverete all'interno. Tre cover di tre classici della musica soul, "In The Midnight Hour", "Knock On Wood" e "Harlem Shuffle", asciutti, senza fronzoli, come tre colpi alla mascella tirati da Mohammed Ali o come le scorribande della firm del Milwall FC. 

I ragazzi suonano bene e da quando sono tornati in città aggiustano il tiro su ciò che il modernismo ha ancora da dire ai nostri giorni: non una moda effimera dettata dai media ma un vero e proprio modello di vita. Nell'attesa della loro prima prova su lunga distanza deliziamoci con questi brani come un antipasto di quello che verrà, a dimostrazione che l'essenza della musica soul la puoi trovare anche in una crew di chitarra basso e batteria senza troppi barocchismi e le smancerie di chi si crede la reincarnazione di modelli inarrivabili. 

Sincerità e tanto stile, quello vero, quello della strada è ciò che troverete in questi solchi e credetemi, non è un soltanto modo di dire.

Potete scaricare i brani in free download su Bandcamp e su Soundcloud


venerdì 10 luglio 2015

CLASSICI: TIME IS SLIPPING AWAY - DEXTER WANSEL


Dexter Wansel non si può certo dire che sia stato, nella sua carriera di musicista, una persona a cui mancava la fantasia; i suoi album solisti incisi per la Philadelphia International dal 1975 al 1979 ne sono un esempio calzante; ognuno di essi è al tempo stesso vicino ai dettami del philly sound ma senza esagerare e mantengono una propria impronta personale subito riconoscibile.

Tastierista nonché produttore, compositore e vocalist, Wansel pubblicò l’ultimo suo album per l’etichetta di Philadelphia nel 1979 e “Time Is SlippinG Away” è un esempio calzante di quanto scritto sopra. Il disco è diventato nel tempo una sorta di “classico minore” della musica soul, non è passato alla storia come un capolavoro ma all’interno di esso ci sono alcuni brani che a riascoltarli oggi farebbero bella figura su tanti lavori più conclamati del genere.

Il brano che apre l’album “We’ll never forget (My Favorite Disco)” paga il tributo di Wansel alla disco e al sound degli “Chic”, discomusic con elementi jazz-funk ed è il pezzo che  ha avuto maggior fortuna, molto suonato e ballato nelle discoteche dell’epoca. Il brano successivo “The Sweetest Pain” con alla voce Brandi Wells nel disco accreditata come Terri Wells è il brano che preferisco e anticipa di ben dieci anni le suggestioni smooth dei Soul-to Soul; ascoltate ad esempio “Keep On Movin'” per fare un paragone, a tal proposito ricordo anche una cover realizzata dagli inglesi “Loose Ends” negli anni ottanta. Si prosegue poi con “Funk Attack” a riprova della poliedricità di Wansel; se non fosse che è ascritto al musicista di Philadelphia lo potremmo scambiare per un brano dei Parliament. La title track e “New Beginning” sono invece due soul ballad, la prima è un classico esempio di romanticismo applicato alla forma canzone, cantata dallo stesso Wansel, senza però scadere in melensaggini, l’altra è un brano in forma  mid-tempo scritto e cantato dal chitarrista della M.F.S.B. Herb Smith. Con “It’s Been Cool” si ritorna al funk, mentre la disco in forma elegante riappare in “I Want To Rock You”;  questa è la canzone più vicina allo stile del Philly sound per come lo conosciamo. Si conclude con un pezzo fusion, “One For The Road”, la cosa più vicina agli altri dischi di Wansel, in particolare a quel capolavoro che fu “Life On Mars”.

 Il disco, che vede tra l’altro l’accompagnamento delle Jones Girls alle parti vocali nonché dagli inconfondibili fiati ed archi di Don Renaldo, fu registrato ai Sigma Studio di Philadelphia, non raggiunse il successo sperato e nel tempo è diventato una sorta di documento di addio al Philly Sound da parte dei musicisti coinvolti nella registrazione. Un classico minore, si è detto, vorrei però averne ancora di dischi così e vorrei rimarcare lo status di innovatore che ebbe Dexter Wansel per il genere, cosa che non viene ricordata troppo spesso. 


giovedì 25 giugno 2015

TARGA MEI MUSICLETTER 2015 MIGLIOR BLOG PERSONALE





"DoctorWu" è stato nominato (insieme ad altri nove blog) come candidato alla vittoria finale del Targa Mei MUSICLETTER.IT 2015 nella categoria miglior blog personale.

Vi invito a votare ancora, avete tempo fino al 5 Settembre.

Questo il link per votare: https://www.facebook.com/musicletter.it/posts/10153486860843436

Votate, votate, votate !!

lunedì 22 giugno 2015

NOVITA': LEON BRIDGES - COMING HOME



Andate in chiesa ?
Pensate mai al mistero della fede e della resurrezione ?
Credete in Dio oppure no ?
Se pensate che adesso attaccherò un pippone sulla religione o su recenti manifestazioni in quel di Roma non preoccupatevi, qui si parla di un altro tipo di fede

Ad esempio, se per un fortuito caso qualche anno fa vi sareste trovati a Forth Worth, e avreste avuto il fiuto di entrare in quella che presumo sia la chiesa battista della città e vi foste imbattuti in Leon Bridges nel momento preciso in cui cantava le lodi al Signore, anche la vostra pellaccia di atei e miscredenti sarebbe vacillata di fronte a lui dal momento che più di un dubbio vi sarebbe venuto in mente e avrebbe fatto crollare definitivamente le vostre convinzioni. Magari avreste pensato alla resurrezione si, ma a quella di Sam Cooke e del primo Marvin Gaye. Un miracolo ? Si e bello sostanzioso, mica come quei monsignori che da noi citano Emma e Marco Mengoni nelle loro prediche (è accaduto davvero eh) vuoi mettere la voce e il corazon di due santi che per interposta persona sono di nuovo tra di noi.

Fortunatamente il verbo di Leon Bridges è giunto anche in forma di disco, "Coming Home" il titolo, e se apparentemente può sembrare un esercizio di retro soul fine a se stesso, per fortuna i pensieri, le parole e le opere dell'artista non omettono la sostanza di quello che in origine era la musica dell'anima, non a caso così chiamata. Leon Bridges ha capito che era doveroso e necessario operare affinchè le anime degli ascoltatori fossero mondate dalla merda che le radio e le tv ci propinano ogni santo giorno e così, grazie ad un disco di poco più di mezzora che è cristallizzato nel tempo, precisamente nel 1963, anno di nascita di sua madre, sarete purificati dalla "munnezza" e potrete godere del cibo immateriale di cui l'anima si nutre.

Sam Cooke e Marvin Gaye dicevamo, e con loro anche il primo Smokey Robinson appare a far capolino tra le note, tre angeli quindi, che però non dimenticando che l'uomo è fatto di carne fanno si che ad accompagnare Leon Bridges sia una band psichedelica texana, i White Denim, a ricordarci che oltre allo spirito il corpo si nutre del pane e del vino.

Leon Bridges ha stile, veste come i nostri genitori si vestivano negli anni 60.
Leon Bridges non si è scordato di generi ormai dimenticati come il doo-wop,.
Leon Bridges è analogico, che James Brown lo abbia in gloria!

Ho visto la luce !

Allelujah !


venerdì 5 giugno 2015

CLASSICI: KALEIDOSCOPE WORLD - SWING OUT SISTER



Quando uscì "Kaleidoscope World" gli Swing Out Sister forse erano coscienti di non poter ripetere il successo planetario di "It's Better To Travel", e sicuramente non avrebbero immaginato che di lì a poco avrebbero dato nuovo fiato ad un certo tipo di pop che nei famigerati anni 80 era caduto colpevolmente nel dimenticatoio. Certe sonorità, certi artisti, Burt Bacharach e Morricone, Jimmy Webb e Dusty Springfield, sarebbero tornati di gran moda nel decennio successivo, complici altre band inglesi come ad esempio gli Stereolab o i Belle and Sebastian; onestà vorrebbe che il merito vada ascritto tutto a Corinne Drewery e Andy Connell se questo è accaduto, i primi a crederci e a far tesoro della lezione dei maestri della melodia.

Ricordo che acquistai l'album dopo aver ascoltato il singolo "You On My Mind", che fortunatamente non scopiazzava il pur bello "Surrender" dell'album precedente, ma questo era solo l'antipasto, e già dalla seconda traccia, la memorabile "Where In The World", iniziava a ri-dischiudersi un mondo rimasto in soffitta per troppo tempo. 
Ma facciamo un po' di ordine. Gli SOS (acronimo con cui da adesso appellerò gli Swing Out Sister) arrivavano come detto dal successo mondiale di "It's Better To Travel" e a quel tempo erano un trio, comprendente il batterista Martin Jackson che lasciò la band durante le registrazioni di "Kaleidoscope World". Già membro degli "Magazine" formò la band insieme al tastierista Andy Connell, questi arrivato dagli "A Certain Ratio", a cui si aggiunse poi Corinne Drewery, affascinante designer di moda nonché modella, a digiuno o quasi di musica se non per un provino da vocalist sostenuto per la band dei Working Week.

Se nel primo album la cifra stilistica del gruppo era un discreto melange di pop elettronico con una spruzzata di jazz, "Kaleidoscope World" è il trionfo del pop in bianco e nero formalmente vicino al jet set degli anni 60, dei film di Claude Lelouch e di Audrey Hepburn, e le canzoni ivi contenute sono orfane per la maggior parte dei suoni sintetizzati che allora spopolavano;  ci troverete invece massicce dosi di orchestra e fiati, in un connubio che anche grazie alla voce di Corinne ci fanno precipitare nel passato dando la stura a chi poi farà dell'ossessione per il mondo retro il proprio stile di vita. 

"Where In The World" dicevamo pocanzi. Posto come secondo brano del lato A è una canzone senza tempo che sarà da qui in poi un dei punti di riferimento della band, un fiume di melodia che scorre impreziosito dalla chitarra di Vini Reilly (qualcuno lo ricorda nei Durutti Column?) e dalla voce di Corinne (fateci caso, queste canzoni orecchiabili e all'apparenza semplici sono di una difficoltà enorme nel cantato). La coda del brano poi è sorprendente, quasi come un inserto che partendo dal solo di chitarra spagnoleggiante si dipana come una sorta di colonna sonora immaginaria all'apparenza slegata dal contesto ma che ne è la degna chiusura, come a indicarci su come sarà da ora in poi il mondo degli SOS.

Il filo comune con i maestri del genere è dato dalla presenza di Jimmy Webb agli arrangiamenti di "Precious Word" e "Forever Blue", altre due canzoni killer. In "Heart For Hire" è il mondo di Burt Bacharach a farla da padrone, "Tainted" e "Waiting Game" sono forse le due canzoni che più stonano nel contesto, quasi un favore fatto alle FM station di quel periodo, ma è solo un momento, con "Masquerade" e "Between Stranger" si ritorna in carreggiata ma non solo, il gran finale è dato dalle strumentali "The Kaleidoscope Affair" e "Coney Island Man" dove si omaggia l'arte di Ennio Morricone, mentre il cerchio si chiude con la copertina del disco, in perfetto stile glamour retro, sia nell'immagine di Andy e Corinne, che nel logo dell'etichetta discografica, la "Fontana", che per l'occasione rispolverò il logo così come era negli anni sessanta.

Musica leggera, si, ma con tanta sostanza dentro, a chi vi dice che va bene per i cocktails offrite loro un Vodka Martini, forse capiranno.


lunedì 25 maggio 2015

STORIE POP: THE GRASS ROOTS E "PIANGI CON ME"


Quando nell’autunno del 1966 la band inglese The Rokes fecero uscire il loro primo quarantacinque giri di grande successo qui in Italia, “Che Colpa Abbiamo Noi”, non avrebbero mai immaginato che il lato b del disco, “Piangi Con Me”, sarebbe diventato un brano che avrebbe sbancato le classifiche di vendita negli States grazie al gruppo dei Grass Roots. In un periodo ruggente per la musica italiana, quello della metà degli anni sessanta, era norma per tutte le band che si dannavano l’anima per spargere i semi del beat, di prendere le canzoni degli artisti di lingua madre inglese e farne delle versioni in italiano; in questo caso no, fu esattamente il contrario.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 1965 anche gli Stati Uniti erano in piena rivoluzione beat, gruppi come The Byrds avevano inaugurato la felice commistione tra il folk di Bob Dylan con il rock delle band inglesi e in questo filone si fece spazio un geniale autore nonché produttore che rispondeva al nome di P.F. Sloan. Questi insieme al suo sodale Steve Barry era alla ricerca di una band che potesse mettere in pratica quello che lui aveva vergato sul pentagramma. La prima volta provò con una band,”The Bedouins”, che avendo saputo che dovevano limitarsi a cantare quello che il duo avrebbe scritto, senza incidere niente del proprio repertorio, rimandarono al mittente la proposta. PF Sloan comunque non si perse d’animo e trovata una band di L.A., “The 13th Floor”, ebbe maggior fortuna: non solo i 13th Floor accettarono di cantare le di lui canzoni, ma furono d’accordo anche con il cambio del nome, che divenne così “The Grass Roots”. Dopo aver inciso una cover di Bob Dylan, con poca fortuna a dire il vero, ed un secondo singolo in stile Byrds, “Where Were You When I Needed You”, questo con un buon riscontro nelle vendite, ecco che a questo punto arrivò “Piangi con me”.

Ma ritorniamo ai Rokes e a quello che accadde allora. La band inglese di stanza in Italia fu una delle poche ad incidere brani originali e “Piangi con me” scritto da Shapiro e Mogol fu uno di questi. Con la speranza di lanciare la carriera dei Rokes nella patria natìa, del brano ne fu tratta una versione in inglese, “Let’s live for today”, dal testo stravolto ma molto più bello rispetto all’originale in italiano: se questo parlava in maniera adolescenziale di vittime e perdenti, quello in versione inglese scritto da un team di parolieri della band divenne un inno all’amore e prendeva di mira i falsi miti della società occidentale ed il carrierismo, tanto che ai Grass Roots ne fu fatta incidere una versione censurata. È a questo punto che la storia si tinse di giallo: il brano che ascoltò il cantante dei Grass Roots durante un soggiorno in Inghilterra non era però la versione dei Rokes, che fu incisa ed uscì in UK dopo quella dei Grass Roots, ma dei Living Daylights, che non si sa come ne vennero in possesso dal momento che i Rokes non rilasciarono ad altri la licenza di incidere il brano. Un furto ?  E’ probabile però che i Grass Roots abbiano poi comunque ascoltato in anteprima la versione inglese dei Rokes, dal momento che l’arrangiamento del brano ha più analogie con questa versione che non con quella dei Living Daylights.

Fatto sta che “Let’s Live For Today” fu proposta dal cantante dei Grass Roots al resto della band e a PF Sloan, che decise che quello sarebbe stato il brano che avrebbe lanciato la carriera della band, cosa che di fatto avvenne (il brano arrivò in Usa al nr. otto di Billboard e al nr.5 di Cashbox) lasciando forse con un palmo di naso i Rokes che con lo stesso pezzo non riuscirono ad avere il successo sperato in Inghilterra, con la parziale consolazione però di essere stati una tra le band più amate nell’Italia degli anni sessanta e per questo ricordati ancora oggi. I Grass  Roots dopo il successo di “Let’s live for today” ebbero altre hit, divennero i beniamini dei dj’s delle AM station americane e incisero un altro brano di un autore italiano,  Lucio Battisti. “Balla Linda” divenne “Bella Linda” ed arrivò al nr. 24 delle charts Usa, ma questa è un’ altra storia. 

lunedì 18 maggio 2015

LA MUSICA CHE TI CAMBIA LA VITA: THE PEARLFISHERS - THE YOUNG PICNICKERS



Caro David

Sono seduto davanti alla finestra, fuori i bambini aspettano lo scuolabus, il gatto del vicino sta andando a cacciarsi in un guaio, spinto dalla curiosità dell'ennesima rissa tra felini. Sto ascoltando "The Young Picnickers", l'album dei tuoi The Pearlfishers e devo dirti che è una perfetta colonna sonora per questa stagione, di un'estate che sta sbocciando con ancora i profumi della primavera.
"We're gonna save the summer" recita il primo brano del disco, salviamo l'estate, e improvvisamente si viene scaraventati dentro un miracoloso viaggio all'interno della migliore musica pop che sia mai stata scritta da un po' di tempo a questa parte, con in testa ben presente la lezione dei maestri del genere: Brian Wilson, Jimmy Webb e Burt Bacharach.

Musica che scalda il cuore, termine troppo spesso abusato per musica pensata per le classifiche, ma non in questo caso, dal momento che brani come "Another day out in the suburbs" rimandano alla mia giovinezza e mi cullano facendomi ripensare a tutti quei momenti passati insieme a mia madre, quando mi portava a giocare ai giardini e nell'aria aleggiavano le note di Gilbert O' Sullivan.
Ecco, se c'è una cosa che le tue canzoni evocano sono tutti quei momenti lontani che ci sono rimasti impressi nella mente e ogni tanto spuntano fuori a ricordarti cosa eri. Ricordo che però non diviene mai nostalgia per rifugiarsi in un passato idealizzato, ma è più un modo di interrogarlo per capire quel che siamo diventati nel corso degli anni.
La vita è troppo breve per perdersi dietro agli schiamazzi dei cialtroni che dettano gli stili di vita a noi e ai nostri figli, e la tua arte è li a ricordare che noi siamo portati alla bellezza, non ad inseguire la volgarità.

C'è una canzone in "The Young Picknickers" che è la summa e una delle vette assolute della musica pop, tale da potersi definire perfetta, come forse neanche il buon Paddy Mc Aloon è riuscito a raggiungere. "You Justify My Life" è come il punto di non ritorno di un certo tipo di intendere la musica e la vita, e i fatti sembrano darmi ragione dal momento che questo brano è del 1999 e ad oggi devo ancora ascoltarne uno che anche lontanamente si avvicini a questo.
In conclusione di questa mia lettera ti devo ringraziare, perché attraverso la tua musica e nonostante la mia non più giovane età, sono ancora qui ad inseguire i miei sogni, benché ne abbia abbandonati molti nel corso della vita; sono lì, chiusi in un cassetto che ogni tanto apro per ricordarmi di ravvivarli.

Cordialmente tuo

Leo "Harmonica" Giovannini

P.s. David Scott è scozzese, leader degli The Pearlfishers, band di musica pop. "The Young Picknickers è il loro terzo album uscito nel 1999.

 

lunedì 11 maggio 2015

LOST AND FOUND: WORDS AND MUSIC - LONETTE MC KEE


Un mio amico l'altro giorno mi ha consigliato di farla finita di postare articoli riguardanti dischi di gente sconosciuta e di concentrarmi su roba meno snob. Dall'andamento delle visite devo dire che ha ragione, dal momento che il post sui The Knack è stato quello più letto dell'ultimo mese. Ma l'amico di cui sopra sa già che non gli verrà data soddisfazione e che se vuole leggere qualcosa sui soliti nomi e dei soliti dischi è bene che si rivolga altrove. C'è veramente tanto di sommerso là fuori che non basterebbe la vita media di una persona per riuscire a parlare di tutto quello che il tempo ha obliato per continuare a disquisire per l'ennesima volta di un disco dei Pink Floyd o dei Nirvana, tanto per fare due esempi.

Il post di oggi ci porta nel 1978, e probabilmente l'artista protagonista delle mie elucubrazioni, Lonette Mc Kee, è più conosciuta tra gli appassionati di cinema che non di musica. Si, perchè la signora Mc Kee ha recitato in "Sparkle", film del 1976, pessima pellicola su un trio di sorelle molto ispirato alla vita delle Supremes (la miglior figura ce la faceva lei però, perlomeno durante le scene di canto) per poi passare a recitare parti in Cotton Club, Malcolm X e Mo' Better Blues. La Mc Kee è anche regista nonché sceneggiatrice, pochi sanno invece che ha inciso dei dischi, pochi per la verità, solo tre nell'arco di trent'anni, passati come delle meteore nell'etere.

Il primo di questi merita però una riscoperta, "Words and Music" il titolo, uscito nel 1978 e che ad ascoltarlo oggi dopo tutti questi anni ti chiedi come sia stato possibile che sia rimasto un oggetto sconosciuto ai più. La Mc Kee aveva dalla sua la bellezza, una ragguardevole estensione vocale, un album registrato per la Warner Bros. suonato da signori musicisti tra cui Patrice Rushen, Harvey Mason, Abraham Laboriel, Lee Ritenour e Ray Parker Jr.
Il disco è un bel melange di generi, dove il pop è giocato in chiave soul ed r'n'b senza disdegnare il blues un po' come lo erano i lavori di Minnie Riperton e Roberta Flack, manca il brano da scala classifiche come lo hanno avuto le artiste succitate ma comunque ci troviamo in presenza di un bel pugno di canzoni a ribadire l'alta qualità della produzione "media" di allora. Come a dire della differenza tra i film di genere italiani di quaranta anni fa e quelli odierni: da Marisa Mell ad Ambra Angiolini.

E qui il mio amico se ne ritornerebbe con la stessa, scontata domanda: "ma tu sei davvero convinto che la musica del passato sia migliore di quella odierna ?" La risposta la sapete già.



venerdì 1 maggio 2015

LOST AND FOUND: WE NEED TO GO BACK, THE UNISSUED WARNER BROS. MASTERS - DIONNE WARWICK




Quando nel 1972 Dionne Warwick lasciò l’etichetta Sceptre per approdare alla Warner Bros nessuno poteva immaginare che sarebbero stati gli anni più burrascosi della sua carriera. La Warwick si mosse insieme ai suoi mentori, Burt Bacharach e Hal David, che negli intendimenti dovevano andare avanti nella collaborazione con la cantante e aumentarne il successo, ma sfortuna volle che dopo averle prodotto e scritto in buona parte il primo album uscito per la nuova label, “Dionne”, il magnifico duo di autori di li a poco si divise, probabilmente anche a causa del fallimento agli occhi della critica e del pubblico del loro rifacimento in musical di un leggendario film di Frank Capra, “Lost Horizon”. 

Ora mi direte che la carriera della Warwick, visti i precedenti, non aveva quasi più niente da chiedere, tra album e raccolte di 45 giri al 1972 si parla di sedici LP pubblicati, ma sarebbe stato un vero peccato se la voce dell’artista afroamericana fosse caduta nel dimenticatoio. Alla Warner non si persero d’animo e come uscirono Bacharach e David subito subentrarono i tre portenti creativi della Motown, ovvero i signori Holland-Dozier-Holland; non solo, nell’arco dei cinque anni passati alla Warner la Warwick avrà modo di lavorare con autori e produttori del calibro di Thom Bell, Ashford & Simpson, Randy Edelman, Joe Porter, Jerry Ragovoy, Steve Barri e Michael Omartian. I dischi prodotti in quel lasso di tempo non ebbero però il successo sperato, nonostante i nomi dispiegati, ma l’uscita nell'agosto del 2013 di un album di outtakes di quelle sessioni, “We Need To Go Back: The Unissued Warner Bros. Masters” a cura della label Real Gone Music, ci fa perlomeno pensare che qualcosa non torna. 

Si, perché quei diciannove brani rimasti inediti sono molto belli e in alcuni casi superiori a quello che venne pubblicato, se ascoltate un’altra recente raccolta pubblicata sempre dalla Real Gone concernente i singoli usciti per la Warner, la differenza balza all’orecchio. Nell’album sono presenti anche tre brani scritti da Bacharach nel 1974 e rimasti inediti, ma il pezzo forte sono due canzoni uscite dalla penna di Ashford & Simpson: “We Need To Go Back” e “Someone Else Gets The Prize”. Due piccoli capolavori supportati dalla voce di una Warwick in stato di grazia; elegante e raffinata come non mai e dalla timbrica che raggiunge la giusta misura e la piena maturità. 

Nella normalità i due brani scritti da H-D-H, notevoli invece quelli prodotti da Thom Bell che danno un tocco di Philly Sound al repertorio della Warwick. Anche il resto non è da meno ma qui mi fermo e vi lascio nella curiosità di scoprire le altre gemme di cui è costellato l’album. Insomma, una bella raccolta, fatta con intelligenza e con un senso, fuori dalle logiche di spremitura dell’appassionato di musica; qui c’è una piccola parte di storia della musica popolare che rischiava di andare perduta per sempre e che grazie ai curatori della raccolta possiamo goderne tutti.

giovedì 30 aprile 2015

FUNKY STUFF: SATURDAY NIGHT SPECIAL - THE LYMAN WOODARD ORGANIZATION


Il cosiddetto "lo-fi" mi ha sempre dato l'impressione di essere una cosa "finta", fatto più per scelta consapevole che non per una effettiva scarsità di mezzi, quasi come se fosse un vezzo e una moda. Nel disco di oggi, che è bene dirlo con il rock non ha niente a che vedere ma con il lo-fi più genuino si, la scarsità dei mezzi di registrazione è palese e si sente, ma rende il disco della Lyman Woodard Organization, "Saturday Night Special" quanto di più sincero sia stato prodotto in ambito funk e non solo. Siamo nella Detroit del 1975, quindi una città già massacrata dalla crisi petrolifera del 1973 e l'album in questione è alla stregua di un documentario in forma sonora di quello che girava nei ghetti della downtown americana (che poi Detroit è una enorme, unica downtown, abitata principalmente da afroamericani, nove su dieci del totale degli abitanti, e dove un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà). Detroit come "Murder City" o come "la città del diavolo" e qui Lyman Woodard, organista jazz che è stato uno dei turnisti più richiesti nei dischi Motown, nonchè direttore artistico per Martha and The Vandellas, ha buon gioco, insieme a quattro musicisti ed un mellotron, a sbatterti in faccia tutto il bello e tutto il brutto del forse unico "ground zero" della società americana.

La title track divisa in due parti è la colonna sonora della città dei motori, dal lavoro che inizia all'alba alla catena di montaggio, fino al giocare dei bambini nelle strade, le rapine, la droga, le puttane, gli sbirri. Il funk cinematico più groove che abbiate mai potuto ascoltare, questo si lo-fi, registrato da cani ma proprio per questo sincero fino al midollo.
Il secondo brano, "Joy Ride", nella sua apparente rilassatezza è il suono della città dopo una giornata di lavoro, la colonna sonora di chi va a casa dopo essersi spezzato la schiena in fabbrica, note dolenti e disincantate, bellissima.
Come detto Lyman Woodard è stato un signor organista e il resto del disco ce lo conferma: meno funk urbano ma sempre comunque musica dal ghetto e questa volta sono i ritmi latin a fare da sottofondo ritmico alle acrobazie jazz soul del combo, con su tutte "Cheeba", brano diviso in due parti con una coda di improvvisazione pura. Non è il latin da balera quello che ascolterete qui, ma come detto, quello stradaiolo degli immigrati.

Il disco uscì per l'etichetta "Strata", mai ristampato per anni, ci ha pensato nel 2009 la Wax Poetics Records a nettare e a rieditare il disco, opera meritoria dove per la prima volta possiamo ascoltare le canzoni ripulite dallo "sporco" originario, ma se permettete, vi invito caldamente ad ascoltarlo nella versione originale, quella sudicia ma anche quella più sincera.


venerdì 24 aprile 2015

GODI POPolo: MARIO ACQUAVIVA


Le reazioni che ho avuto ascoltando "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di Mario Acquaviva sono state di sorpresa, meraviglia e rabbia. Intendiamoci, sono per natura un bastian contrario, come ogni toscano che si rispetti, mi piace andare a scovare roba che più snob non si potrebbe, mi piace il pop inteso come arte della canzone orecchiabile ma rifuggo da qualsivoglia ruffianeria che un ritornello può essere in grado di procacciare nell'ascoltatore distratto. Quindi, come vedremo, in "Notturno Italiano" e "Sogni e Ridi" di carne al fuoco ce n'è molta.

La sorpresa: vi confesso che di Mario Acquaviva fino all'altro giorno non sapevo niente e tanto meno mi immaginavo che in Italia, una trentina di anni fa, ci fosse stato un artista che prendendo spunto dal pop impelagato con il jazz (Steely Dan ? Steely Dan!) sia riuscito a creare due capolavori della canzone tricolore e soprattutto che sia riuscito a farseli pubblicare. Che poi non abbia venduto niente avreste potuto scommetterci una bolletta e ahivoi ci avreste vinto poco, dacché certe proposte sono come delle predicazioni nel deserto e facile è indovinare la sorte dei malcapitati che azzardano ad uscire dai canoni della canzonetta da festivalbar. Che poi, lì, al festivalbar, il signor Acquaviva c'è anche andato, nel 1983, ma probabilmente in quel contesto è passato più inosservato di un gatto nero nella notte. 

La meraviglia: due album, come dicevamo, che come minimo andrebbero ascoltati allo sfinimento per capire quanto geniale e preziosa sia stata la maestria musicale di Acquaviva. Il primo lavoro, "Notturno Italiano" edito nel 1983 in formato di E.P. dice già tutto del nostro e ne faceva presagire mirabilie in futuro, se soltanto fossimo stati in un paese più ricettivo a queste sonorità. Sin dalla title track, un superbo esempio di pop jazz e funk suonato come meglio non si potrebbe (e qui il plauso va ai turnisti che vi parteciparono, tra cui Faso e il povero Feiez, in futuro con Elio e Le Storie Tese) poi lasciatemi dire che questo disco suona BENE; dico, l'avete presente il piattume dei dischi registrati in Italia? Bene, qui sembra davvero di stare in uno studio di Los Angeles, dove niente viene lasciato al caso, e il risultato è quello di avere per le mani un pezzo unico, paragonabile in Italia ai dischi registrati negli studi della Numero Uno, l'etichetta di Battisti. 

Ci vorranno quattro anni, 1987, affinché Acquaviva riesca a realizzare il secondo album, "Sogni e Ridi" e qui le intuizioni del primo lavoro saranno sviluppate in maniera compiuta, lavorando di sintesi ma sempre nel solco del pop dagli afrori jazzati. 
Ma voi pensavate davvero che la maggioranza degli ascoltatori italiani fossero pronti per i cambi armonici, i ritmi spezzati, i ritornelli mancanti (possiamo azzardare che Acquaviva abbia evoluto il suono del Neapolitan Power) ? 
Sventurato paese il nostro, avere un artista che era quanto di più vicino all'arte di Donald Fagen e aver voltato la testa.

Di Acquaviva trovate poco o niente in rete, anzi, se qualcuno ne sa qualcosa di più è il benvenuto (ho visto che su ebay sono in vendita un Lp "Ballabile" uscito nel 1980 a nome Mario Acquaviva e probabilmente è lo stesso artista componente della band prog degli anni 70 "Quarto Stato". 




venerdì 17 aprile 2015

LOST AND FOUND: CHAPTER ONE - BLO


Quando pensi alla musica africana la prima cosa che ti viene in mente sono quegli artisti che usano fondere i suoni tradizionali con gli strumenti elettrici occidentali, e anche non puoi fare a meno di ricordare il grande Fela Kuti o gli Osibisa. Un altra cosa certa è che quando pensi alle band africane te le immagini e te le ricordi con almeno minimo dieci elementi al loro interno, tra strumenti tradizionali, fiati e quant'altro.

I Blo invece erano tre ragazzi nigeriani, il nome della band è l'acronimo dei loro nomi di battesimo, Berkley, Lalou, Odumosu, chitarra, batteria, basso e chiusa lì. Come altri ragazzi di altri paesi i nostri tre eroi hanno iniziato ai tempi della scuola a trastullarsi con gli strumenti; a quell'epoca avevano un altro nome, The Clusters, e suonavano altre cose, quelle che tutti conosciamo: qualcosa dei Beatles, un po' di r'n'b, Elvis, rumba e cha cha cha, ovvero tutto quanto facesse muover le chiappe nelle feste studentesche. Quindi molta musica occidentale e poca Africa ma la svolta per i nostri avvenne quando Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, durante uno dei suoi tre viaggi in quel di Lagos all'inizio degli anni settanta, li volle con se in tour per l'Europa e negli States dove i tre futuri Blo avranno modo di capire quale direzione dare alla loro musica. Ritornati in Nigeria a fine 1972 la prima cosa che decisero fu quella di salutare Baker e di formare una nuova entità, lasciando ai ricordi The Clusters e divenendo semplicemente Blo.

La musica appunto: spazio ad un suono che dall'esperienza fatta in occidente se ne ritornava nella terra madre africana e ne inglobava la ritmica nella parte del basso, mentre chitarra e batteria se la giocavano con la psichedelia innerbata da massicce dosi di Funk. Il loro primo album, "Chapter One" registrato a Lagos, è un iperbolico esempio di tutte queste componenti messe insieme ed è oggi stesso una piacevole sorpresa rimasta nascosta per troppo tempo.
Beat funk, rock e psichedelia, dicevamo, e sullo sfondo quel basso pulsante che ricorda il ritmo dei padri: raramente ho ascoltato un ensemble così ben amalgamato ed un disco i cui brani sono così convincenti.
Perso nei meandri della storia e nelle bancarelle dei collezionisti, "Chapter One" è stato provvidenzialmente ristampato nel 2013 dall'etichetta Mr. Bongo, quindi non avete più scuse per fare orecchie da mercante.

Buon Ascolto.
 

domenica 12 aprile 2015

UNA CANZONE: THE NIGHT - FRANKIE VALLI



Bisogna esser grati ai Dj's della scena Northern Soul, che una canzone così se non era per loro non se la sarebbe filata nessuno; non se l'è filata nemmeno il buon Clint Eastwood che manco l'ha inserita per qualche secondo nel film che ricorda l'epopea dei "Jersey Boys", ovvero degli The Four Seasons. Uno dei motivi può essere che per gli americani la parola Northern Soul non significa niente o forse perché la canzone non ebbe successo negli States, e alla prima uscita, nel 1972 ebbe poco riscontro anche dall'altra parte dell'oceano salvo ritornare in un altra veste nel 1975, grazie alle nottate spese nel ballo e nel sudore di chi bazzicava il Wigan Casino o il Blackpool Mecca, anno in cui "The Night" riuscì ad arrivare al settimo posto delle charts inglesi.

Dici "The Night", la notte, e magari ti viene in mente il bel brano dell'italo belga Adamo, e sai poco o niente di Frankie Valli, anzi Francis Castelluccio, guarda un po' un altro con sangue italiano nelle vene; si, magari lo conosci per "Grease" e "Can't Take My Eyes Off Of You", mica poco, ma quando avrai ascoltato le prime note di "The Night", con quel suo riff di basso doppiato da un organo che sembra arrivare dalla navata di una chiesa gotica, e poi le parole: "Beware, of his promise, Believe what i say, Before I go forever, Be sure of what you say... "But The Night begins to turn your head around..."  saprai che di Frankie Valli potrai dire di aver ascoltato tutto e nient'altro vorrai ascoltare.

La notte che ti consumi davanti ad un bicchiere di alcool, piena di promesse si, ma false. La notte puttana, la notte passata a lavorare a bestemmiare a non dormire. C'è tutto in questa canzone, anche se non capisci un cazzo di inglese te la puoi far diventare tua, come una colonna sonora delle tue notti bastarde.
Canzoni come queste sono come le pietre lavorate dagli scalpellini del rinascimento, ci cammini sopra e non ti fermi mai ad ammirarne la bellezza e la precisione, quando lo fai, vorresti quelle pietre ovunque.

Del brano ne sono state fatte delle cover, da parte di artisti inglesi, of course, ma non riescono ad eguagliare la bellezza dell'originale, anche se, ad onor del vero, rimarcano la drammaticità insita nel pezzo.

KTF