venerdì 30 dicembre 2011

DOCTOR WU AWARDS 2011:FEMALE VOCALIST OF THE YEAR-KELLY PRICE


Ecco un esempio di cantante che meriterebbe più attenzione da parte dei media e del pubblico. Kelly Price è stata in assoluto "la voce" di questo 2011 ormai agli sgoccioli, una voce che ricorda l'Aretha Franklin dei giorni migliori, e se il paragone vi possa sembrare azzardato, ascoltate l'ultimo disco della ragazza. Benché a volte possa sembrare un disco "old fashioned", la voce di Kelly arriva in soccorso per alzare il livello delle canzoni, cosa che se date in mano a delle cantanti meno dotate vocalmente, non riuscirebbero mai a fare.
Applausi !

giovedì 29 dicembre 2011

DOCTOR WU AWARDS 2011: BEST R'N'B/SOUL FEMALE ALBUM - JILL SCOTT: THE LIGHT OF THE SUN


Ferma ai box nel 2011 la fuoriclasse Janelle Monae, il titolo di miglior disco r'n'b/soul femminile dell'anno va a Jill Scott ed al suo "The Light Of The Sun": decisione sofferta, vista la buona annata per quanto riguarda le donzelle - da rimarcare se paragonata ai dischi delle controparti maschili usciti nell'anno - in particolare da segnalare le buone prove di Kelly Price, Goapele e Lalah Hathaway, nonché la rediviva ex Incognito, Maysa. Buono, ma un po' sottotono invece il nuovo lavoro di Erykah Badu.
Un'artista e delle buone vibrazioni che manco a dirlo arrivano da Philadelphia, e si sente nel disco, una produzione raffinata ma mai sopra le righe, album che vede ridotte le intromissioni hip-hop preferendo andare sul cantato - e meno male dico io - perché castrare una voce di siffatta bellezza? Il premio va all'album che in ambito soul non si fossilizza su uno stile unico, ma ha il coraggio di spaziare tra le varietà di stile del genere; dal Philly Sound, al nu soul venato di funk, fino al soul da cantante confidenziale, mai melenso.
Album di classe, ma classe pura.

Miglior album r'n'b/soul di vocalist femminile del 2011.
Jill Scott-The Light of the Sun
Sul podio:
Kelly Price-Kelly
Goapele-Break of Down
Maysa-Motions of Love
Lalah Hathaway-Where it all Begins


mercoledì 28 dicembre 2011

DOCTOR WU AWARDS 2011: BEST FUNK ALBUM AND GROUP - THE BAKER BROTHERS: TIME TO TESTIFY


L'album dei "The Baker Brothers", "Time to Testify", è stato uno dei migliori usciti nel 2011, non solo per quanto riguarda il genere soul-funk, ma in un'anno di uscite alquanto parche di album da consegnare ai posteri, se la gioca benissimo con qualsiasi tipo di sonorità. Ho già parlato di loro in un recente post, ma il tipo di brano presentato non rende giustizia appieno ai ragazzi. Pur essendo un notevole esercizio di stile dedicato all'arte in musica di Donald Fagen e Walter Becker, il vero tratto saliente dei Baker Brothers è il funk, un funk tirato e sudato, mischiato con soul e jazz, da gustarsi live ma ben riprodotto anche in sala d'incisione. Un bell'esempio di ciò è il brano "Make your Move" il secondo in ordine sulla scaletta del disco: canzone da dedicare a chi in Italia sproloquia di musica soul affibbiando l'etichetta ad improbabili artisti da classifica, e ancora non ha il coraggio di decidersi a mandare in heavy rotation sulle fm station un gruppo come questo. Onore al merito a loro quindi, e all'etichetta Record Kicks, piccola ma agguerrita label italiana che dimostra con i fatti cosa vuol dire voler bene alla musica.

Miglior gruppo ed album funk del 2011:
The Baker Brothes-Time To Testify
Sul podio:
Nick Pride and The Pimptones-Midnight Feast of Jazz
Eddie Roberts and The Fire Eaters-Burn!
The Fantastics-All The People
JC Brooks and The Uptown Sound-Want More

Ma ora, è giunto il momento di muovere il culo!

domenica 25 dicembre 2011

CHRISTMAS GIFT: THE SUPREMES AT T.A.M.I. SHOW, 1964



Ecco il mio regalo di Natale: la formazione originale delle Supremes, ovvero Diana Ross, Florence Ballard e Mary Wilson, dal vivo al TAMI show nel 1964. Se ci può essere una definizione di cosa possa essere la grazia e lo stile in musica, questo potrebbe esserne un esempio. In particolare oggi voglio ricordare Florence Ballard, membro fondatore della band e magnifico controcanto alla voce solista della Ross, la sua estensione vocale andava infatti da contralto a soprano, ed unica nel portare la sua innata eleganza come surplus al gruppo. Sappiamo poi che il boss della Motown, Barry Gordy, la cacciò nel 1967, favorendo di fatto l'ascesa di Diana Ross, e sicuramente questo fu uno dei motivi della conseguente caduta di Florence nella depressione e nell'alcool, che la vedrà tentare di avviare una carriera solista che purtroppo non prenderà mai il volo e trascorrerà gli ultimi cinque anni della sua vita in relativa povertà. Da questo stato delle cose "Flo" non riuscirà a tirarsi fuori, se non passando a miglior vita nel 1976 a soli 32 anni.
Un Buon Natale anche a te, dovunque tu sei, cara sfortunata ragazza.

sabato 24 dicembre 2011

STEVIE WONDER: A WARM LITTLE HOME ON A HILL, 1967


Questa la dedico a tutti voi che passate da queste parti; se mai voleste ascoltare delle belle canzoni natalizie, questo è il disco da avere, ed in un colpo solo vi libererete di George Michael, Band Aid, Ave Marie Albanesche e tutto il corollario di melassa che circonda questa festività.
Stevie Wonder pubblicò quest'album, "Someday at Christmas", nel 1967, ed è un punto di riferimento con quanti vogliono cimentarsi con questo genere nel genere.
Questa poi è la canzone che mi riporta ai ricordi di bambino di questo giorno. E forse solo i bambini colgono la vera essenza di questa festa, aldilà di qualsiasi fede e religione.
Quindi, amici, Buon Natale di cuore dal vostro Harmo, che crediate ancora a Babbo Natale oppure no. Pace, prosperità e amore tutto l'anno.

venerdì 23 dicembre 2011

AL GREEN vs.TALKING HEADS: TAKE ME TO THE RIVER, 1974


Sfida ai massimi livelli quest'oggi, con una tra le canzoni più belle di tutti i tempi. Scritta nel 1974 da Al Green insieme al chitarrista Mabon "Teenie" Hodges, è diventata in breve un instant classic coverizzata in seguito da una miriade di artisti di ogni genere, sesso e religione. La versione dei Talking Heads è quella più conosciuta, anzi per molti miscredenti è forse l'unica versione, tanto da passare come brano originale scritto da Mr. "Ciao come sto", David Byrne. Ed è stata probabilmente proprio la spocchia di Mr. Testa Parlante a farla diventare così immediatamente riconoscibile, tanto da oscurare il brano originale. Per il sottoscritto la sfida di oggi ricorda quella pugilistica di qualche decennio fa' tra i pesi massimi Mohammed Ali ed il bianco Oscar "Gringo" Bonavena. Il pugile argentino, considerato la speranza bianca per sconfiggere Ali, nonostante tutta la buona volontà messa sul ring ed aver messo in difficoltà il pugile americano, dovette poi fermarsi all'ultima ripresa, sconfitto per ko tecnico, dopo essere andato al tappeto per tre volte al quindicesimo round. Ecco, vedendo i due video, posso dire che il paragone è calzante. Se ad esempio nell'esecuzione dei brani arriviamo ad un sostanziale pareggio, soulful e groovy la versione del reverendo Green, nervosa e cerebrale quella di mr. Byrne, poi ognuno si scelga quella che gli aggrada, il match alla fine è vinto da Al Green. Questo per un semplice motivo: Al Green è "la Voce" e poi una canzone così Byrne non l'ha mai scritta. Mi si potrà obiettare che i Talking Heads hanno fatto ben altro con i loro lavori, ma non è questo il motivo della disputa, qui parliamo di una singola canzone, ed il fatto che i Talking Heads l'abbiano adottata, tanto da farla diventare un loro cavallo di battaglia, dimostra quanto "mister spocchia" desiderasse scrivere un pezzo di questa fattura.



mercoledì 21 dicembre 2011

SHARRIE WILLIAMS: OUT OF THE DARK, 2011


Cosa meglio di un bel blues, venato di soul, per sconfiggere il freddo di questi giorni? Può sembrare una frase scontata, e forse lo è, ma quando ascolterete Sharrie Williams anche la frase più banale può diventare piena di significato. Questo è il suo quarto album, arriva dopo l'acclamato "I'm here to stay" uscito per l'etichetta Electro-fi, e dopo i gravi problemi di salute avuti dalla signora, che ora, per fortuna, paiono risolti. Un disco di blues-soul classico e di classe, una voce che ricorda a tratti la miglior Tina Turner - chissà se la Tina avesse avuto questo materiale nelle ultime prove da solista forse non parleremmo di un'artista arrivata al capolinea - un chitarrista, Lars Kutschke, che intesse trame cristalline senza strafare negli assoli. La canzone di oggi, che da il titolo all'album, "Out of the Dark", disco registrato tra gli States e la Germania, è una cover di un classico blues del 1988 di Walter Wolfman Washington. Niente di più, ma per adesso, tanto mi basta.
Keep the faith!

domenica 18 dicembre 2011

CORDUROY: JANUARY WOMAN, 1994


I Corduroy sono stati la band più divertente e "cinematica" del movimento Acid Jazz. Quartetto che nasceva a Londra nel 1991, avevano una cifra stilistica che li rendeva subito riconoscibili; attitudine a vecchie situazioni sixties, dalla moda, al cinema, alla pubblicità che ti riportavano pari pari nei loro dischi. La mia prima conoscenza dei Corduroy è avvenuta con l'album "Out of Here" del 1994 dove ci imbattiamo in delle canzoni semplici, rivestite con un bel groove di Hammond, avendo sempre l'impressione di trovarsi di fronte ad una colonna sonora immaginaria. Riascoltandolo adesso non ha perso niente della freschezza di allora, questo a conferma del fatto che canzoni come queste, che attingono dal passato, sono veramente senza tempo. Non sarà certo un capolavoro che passerà alla storia, ma è un disco che comunque quando lo risuoni, non pigi mai il tasto dello skip.
Su tutte, "January Woman", come stare al cinema a guardare una vecchia pellicola con Michael Caine.

sabato 17 dicembre 2011

UN PARKA ANTICRISI


Contemporaneamente alle misure anticrisi varate dal governo Monti, il vostro blogger preferito ha deciso di impiegare gli ultimi spiccioli che aveva in tasca nel comprare quel bel parka che vedete nella foto. Per certi versi è un'avvenimento, trattandosi del mio primo parka quanto più vicino a quello originale che possiamo ammirare nel film Quadrophenia, e a tal proposito, ho deciso di acquistarlo in sostituzione della preventivata spesa per il cofanetto del medesimo disco dei Who, uscito poco tempo fa. Il Parka è prodotto dalla Merc (avviso: adesso vi beccate un po' di pubblicità aggratis) acquistato via internet sul sito "Adaptor Clothing". Per chi è appassionato di British Style, ma non solo, fateci un salto; se ancora non vi siete arresi alla moda tamarra da tronista, che ormai spopola anche nei mercatini rionali e nei magazzini stile Ovs ed Upim, là si trova della roba molto bella e spulciando ben bene, anche a dei prezzi interessanti. Il Parka in questione, ad esempio, è costato 110 sterline, a fronte delle 130 del sito ufficiale Merc. Leggero, tiene un bel calduccio e ieri è stato testato sotto la pioggia battente caduta su Firenze con degli ottimi risultati.
Altri siti dove potete trovare prodotti British, sono Atom Retro, uno tra i più forniti ma tra i più cari, con una vasta scelta di polo, tra cui le mie preferite, Penguin, Ben Sherman e Baracuta, poi ModClothin', dove c'è una buona scelta di scarpe a prezzi interessanti, come le desert boot della Ikon e per finire questa breve carrellata, da segnalare il sito ufficiale di Baracuta, dove oltre a trovarci i giubbotti Harrington, si può prendere a prezzi di saldo pullover e cardigan oltre a delle splendide camicie.
I link dei negozi on line li trovate a fianco nella lista "Altre Voci", fateci un salto, meritano una visita.
P.s. Merce arrivata in tre giorni lavorativi.

mercoledì 14 dicembre 2011

THE ZOMBIES vs.TAMMI TERRELL: THIS OLD HEART OF MINE(IS WEAK FOR YOU), 1966



Holland-Dozier-Holland, il trio delle meraviglie della Motown, scrisse questo pezzo insieme a Sylvia Moy originariamente per gli Isley Brothers, ma la sfida di oggi vede impegnati il gruppo inglese dei The Zombies, contro la mia eroina dell'etichetta di Detroit, Tammi Terrell. Dirò che la versione dei The Zombies la preferisco a quella degli Isley, forse perché l'ho conosciuta tramite loro, poi un'altro motivo è per il fatto che la band di Rod Argent è uno tra i gruppi bianchi dei sixties che ha flirtato spesso e volentieri con il soul, riuscendo a risultare credibili ogni qualvolta si cimentavano con quei suoni. Di Tammi Terrell mi è piaciuta invece come ha interpretato il brano, cambiandolo e rendendolo quasi un'altra cosa rispetto all'originale, dimostrando una certa originalità rispetto all'andazzo degli artisti soul di allora, dove spesso le basi dei brani rimanevano pressapoco le stesse, giocando tutto sulla vocalità. Un'altra curiosità fu che nelle intenzioni degli autori la canzone doveva essere cantata dalle Supremes, cosa che avvenne però successivamente agli Isley Bros. nell'album "Supremes a Go-Go" del 1966. Tra gli artisti che l'hanno coverizzata, da ricordare la versione di Rod Stewart incisa nel 1976, bissata nel 1989 insieme a Ronald Isley, e ricantata ancora nel 1999 con Aretha Franklin. Al buon Rod probabilmente riesce bene questo pezzo, no?
Concludendo, quando volete fare un esempio a qualcuno di canzone immortale, fate ascoltare questo brano.

Annunciati da Brian Matthews da Top of the Pops,
ecco a voi, The Zombies, Live !


Ormai l'hanno capito anche i sassi che ho un debole per Tammi.
Questo è il suo ultimo singolo prima della prematura
scomparsa nel 1970.

lunedì 12 dicembre 2011

KELLY PRICE: AND YOU DON'T STOP, 2011


Dopo un'assenza durata sei anni, la cantante soul Kelly Price è ritornata tra noi, lo scorso mese di Maggio, con un nuovo album, intitolato semplicemente "Kelly". Ci troviamo di fronte ad una tra le voci più interessanti del panorama r'n'b americano, una voce che ricorda molto la Chaka Khan degli esordi, da lei omaggiata con una cover di "Ain't Nobody". Nel disco è presente la canzone che vi presento oggi: si tratta di un mash-up, abbiamo infatti la linea ritmica di un vecchio brano dei War, "Galaxy", che ben supporta gli equilibrismi vocali della nostra. Da rimarcare anche l'arrangiamento orchestrale, bello come delle foglie d'autunno al vento, e che ricorda le vecchie produzioni di Quincy Jones. Brano assolutamente contagioso, da farti alzare in piedi e metterti a ballare, un esempio che, volendo, la musica dance avrebbe ancora delle cartucce da sparare che non affidarsi solo e soltanto alla techno. La voce di Kelly è superba anche nel Gospel, splendido il suo precedente album tutto dedicato alla musica sacra afroamericana, e visto che siamo in periodo natalizio ve lo consiglio, anche se della religione e dei babbi natale non ve ne importa niente.

sabato 10 dicembre 2011

THE BAKER BROTHERS: HEAD SOUTH, 2011


Gli inglesi The Baker Brothers, con il loro nuovo album, "Time to Testify", uscito per l'etichetta "Record Kicks" - casa discografica di culto, da seguire per chi ama le sonorità funk e soul, ma anche per chi si interessa di buona musica - hanno ribadito la supremazia inglese nel mondo soul-funk, riuscendo nella difficile impresa di rendere personale un genere che per forza di cose deve rapportarsi con quanto realizzato nel passato dai padri nobili della black music. Settimo album in otto anni, ed un caleidoscopio di stili, dal funk nervoso di brani quali "Pieces of the Puzzle", "Snap Back" e "Genki Strut", al blue eyed soul di "Once I Had Friend" tra echi di Hall e Oates, fino ad arrivare a sfiorare la perfezione con il brano "Head South". Si, qui ci troviamo in pieno territorio Steely Dan, e i nostri fratellini sono riusciti a tirar fuori un brano che, aldilà di un semplice esercizio di stile, è un pezzo che non sfigurerebbe in un album dei due geni americani, magari come ghost track di "Katy Lied".
Chi bazzica i territori di Fagen e Backer sa quanto è difficile avvicinarsi alla loro arte senza passare per meri scopiazzatori e fare delle colossali figure "cacine" (per i non fiorentini sarebbe una figura di merda..). Qui invece si sente la passione sgorgare dalle note e la convinzione nel cimentarsi alla pari, ottenendo come risultato un brano da incorniciare e da mettere come esempio per tutti quelli che ancora credono nella musica come strumento per farti stare meglio, e di questi tempi sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.

giovedì 8 dicembre 2011

GALLIANO: PRINCE OF PEACE, 1992


Antefatto: quando nel 1987 acquistai spinto da curiosità per la copertina il Cd "Acid Jazz and Other Illicit Grooves", mi trovai di fronte a tre opzioni, una volta ascoltatone il contenuto: affacciarmi alla finestra della mia cameretta ed urlare al miracolo, uscire di casa in cerca di una chiesa per accendere un cero a San Marvin, o in ultima analisi, cercarsi una femmina con cui copulare al ritmo della musica del dischetto. Chiaramente me ne rimasi ben fermo, anche con le mani, onde evitare accuse di rimbambimento precoce da parte della mia famiglia e dei vicini di casa. Quello che non accadde allora ebbe luogo qualche anno dopo, indovinate con quale opzione, alla luce dei dischi usciti per le etichette Talkin' Loud di Gilles Peterson e la Acid Jazz di Eddie Piller, dove si certificava, finalmente, la rinascita della soul music suonata non solo e soltanto con l'elettronica - tendenza che ebbe nel periodo il soul r'n'b americano - recuperando tutta l'iconografia sixties, innerbata da dosi massicce di jazz, funk ed hip-hop. Non a caso, anche stavolta grazie agli artisti inglesi, fu inventato di sana pianta un genere che recuperava uno stile ed un modo di far musica soppiantato dai soliti cazzari di discografici, e di tutti i personaggi protagonisti dell'ondata Acid Jazz, i Galliano furono tra quelli che ho amato di più. I primi ad essere messi sotto contratto per la Talkin' Loud ed i primi a stilare le coordinate di quello che sarà il nuovo genere: un tappeto sonoro raffinato dal groove inconfondibile e pronto per far nuovi proseliti, cosa che avvenne con il sottoscritto. "Prince of Peace" può essere a ragione presa come esempio, per chi non conoscesse cosa è stato l'Acid Jazz, di quel movimento che provò a farsi largo nell'indistinto mare magnum di fine anni '80, arrivando alla metà dei novanta, periodo che è bene dirlo, non è stato solo appannaggio del grunge e del solito indie rock, che a forza di ripetere le stesse cose, era diventato più mainstream di un disco di Claudio Villa.
Let's Groove Man !

martedì 6 dicembre 2011

EARTH, WIND AND FIRE vs. D'ANGELO: CAN'T HIDE LOVE, 1973

Due pesi massimi della black music per una canzone presa come paradigma di tutte le soul ballad passate, presenti e future. Scritta nel 1973 da Skip Scarbourogh, autore anche di "Lovely Day" portata al successo da Bill Withers, sarà universalmente conosciuta nella versione degli EWeF, che la incisero nel 1975 per il loro album "Gratitude". L'arrangiamento della canzone, con quell'intro di fiati di quattro battute, la rende immediatamente riconoscibile e sarà una pietra di paragone per le cover a venire. A scalfire il primato della band di Maurice White ci penserà nel 1996 il soul singer D'Angelo, dandone una versione live da brividi, che per il sottoscritto fa' finire alla pari il match di oggi. Comunque una canzone che mette in subbuglio i sensi, mai un pezzo che parla di una schermaglia sentimentale era stata tradotto in musica con tanta eleganza, e gli sfidanti di oggi le rendono onore una volta di più. Da ricordare anche una discreta cover di Dionne Warwick del 1982, dall'album "Friends in Love".


domenica 4 dicembre 2011

LINGOMANIA: MONOMANIA, 1986 - AMORE A PRIMA VISTA, 1987

La band nella reunion del 2007

Proseguiamo nella ricerca di quei gruppi italiani dediti alla fusion ed ormai passati nel dimenticatoio. Oggi parliamo dei Lingomania, gruppo che cercò di coniugare il rigore jazzistico con l'elettronica, sulla scia delle band americane quali gli Steps Ahead ed i Yellowjackets, ma tenendo conto della tradizione melodica italiana e l'ambizione di creare delle sonorità fruibili a tutti gli appassionati di musica. I Lingomania nacquero nel 1984 grazie al sassofonista Maurizio Giammarco, band dove si avvicendarono negli anni Enzo Pietropaoli e Furio Di Castri al basso, Roberto Gatto alla batteria, Danilo Rea e Stefano Sabatini alle tastiere, Flavio Boltro alla tromba e Umberto Fiorentino alle chitarre, quindi, come vediamo, una vero e proprio supergruppo jazz. Il primo disco della band uscì nel 1986 per la Gala Records, "Riverberi" il titolo, ascoltato per la prima volta nel programma Rai-Stereonotte, ed acquistato dopo lunghe peripezie alla Ricordi di Milano - si, sono stato uno dei folli che andavano ad acquistare i vinili anche a trenta milioni di anni luce da casa - visto che qui a Firenze e zone limitrofe era un oggetto sconosciuto o poco più. La parabola artistica dei Lingomania si completerà con altri due album, sempre pubblicati dalla Gala Records, "Grr...expanders" del 1987 e "Camminando" del 1989, raccogliendo gli apprezzamenti degli appassionati di jazz e rimanendo pressoché sconosciuti a tutti gli altri, nonostante la vittoria nei referendum delle riviste Musica Jazz e Guitar Club come miglior gruppo italiano. Poche sono anche le notizie reperibili in rete, nonostante i loro dischi siano stati ristampati nel 2006, ed è un peccato che una delle formazioni più interessanti del panorama italiano sia come un fantasma passato tra le innumerevoli schifezze dei soliti noti che ci vengono ammansite quotidianamente.


venerdì 2 dicembre 2011

PERIGEO: LA VALLE DEI TEMPLI, 1975


Dopo aver spalleggiato i Weather Report, aprendo i loro concerti durante la tournée del 1975, il Perigeo, gruppo faro del jazz rock italiano, composto dai alcuni tra i migliori musicisti jazz di allora, D'Andrea, Biriaco, Fasoli, Tommaso e Sidney, pensò bene di ingaggiare il percussionista Tony Esposito per la realizzazione del nuovo album, "La Valle dei Templi". Disco che dette uno scossone a l'allora asfittico panorama jazz italiano: per la prima volta si univano elementi black alla musica jazz e rock del gruppo, e questo grazie all'apporto decisivo di Esposito. Del resto i musicisti napoletani hanno sempre avuto relazioni pericolose con il funk e la musica afroamericana in generale, basti pensare ai Napoli Centrale, ad Enzo Avitabile e pure al primo Pino Daniele.
Grande tecnica in questo lavoro, ma non solo come esercizio sterile fine a se stesso, qui l'abilità dei musicisti è messa al servizio della musica e di chi l'ascolta, e come dimostra la title track, non c'è spazio per elucubrazioni cervellotiche, basta avere il coraggio di lasciarsi trasportare dai suoni e dai profumi che inevitabilmente, oggi come nel 1975, questa musica riesce ad evocare.
Lavoro "epocale", che nei miei successivi ascolti di musica italiana, non ho trovato l'eguale, ancora oggi fresco e che provoca entusiasmo in chi, oggi, l'ascolta la prima volta.

mercoledì 30 novembre 2011

CURTIS MAYFIELD: FREDDIE'S DEAD, 1972


Non ho mai visto il film "Superfly", ma di certo, mi è bastato ascoltarne la colonna sonora per entrare dentro la storia di questo caposaldo della blaxploitation. Ma anche se la pellicola non fosse mai esistita, il disco si reggerebbe in piedi da solo, anzi, lo fa' benissimo anche così. "Superfly", prima di essere un semplice accompagnamento sonoro è prima di tutto il capolavoro assoluto del supereroe Curtis Mayfield, il concept di risposta al "What's Going On" di Marvin Gaye, dove là si chiedeva cosa stesse accadendo in città, Curtis lo racconta senza tante perifrasi. Accadeva che la droga e lo spaccio avevano invaso i ghetti, insieme con la rabbia dei neri per una condizione di vita non più sostenibile, e Curtis ce lo racconta con il suo falsetto a ritmo di funk, accompagnato da basso e percussioni, fiati e chitarre wah wah.
"Freddie's Dead" è il lamento per la morte di Fat Freddie, un personaggio del film che viene investito da un'automobile. Il brano, in versione strumentale, ricorre in diverse parti della pellicola tanto che nella sua versione singola verrà sottotitolata come "Theme from Superfly", anche se la title track del disco non è questa. Il singolo, in versione cantata, riscosse un buon successo di vendite, arrivando al numero quattro della classifica statunitense.
Curtis Mayfield nonostante il successo critico del disco, sconterà con la censura da parte dei media la crudezza dei testi e la sua militanza politica.
Uno dei dischi faro degli anni '70, senza alcun dubbio.

lunedì 28 novembre 2011

STEELY DAN: JOSIE, 1977


Trenta musicisti coinvolti, nottate passate a riascoltare un fraseggio di chitarra, un piatto di batteria fatto costruire apposta per suonare una determinata nota su un determinato passaggio di una determinata canzone, una parte per sax suonata da Wayne Shorter scritta come un assolo improvvisato e più autentica di un'improvvisazione - tutto vero, Wayne Shorter si vide recapitare la sua parte per sax nel brano "Aja" da Fagen e Becker, logico poi che li mandò bellamente affanculo dicendo loro che lui, jazzista, avrebbe improvvisato e non avrebbe mai suonato parti scritte; il bello è che dopo aver ascoltato il brano se ne tornò dai due dicendo che erano si, due figli di puttana, ma quel che avevano scritto per lui era così perfetto da superare qualsivoglia improvvisazione da lui pensata. Di "Aja" si potrebbe scrivere un libro soltanto con gli aneddoti, oggi però voglio focalizzarmi su "Josie", pezzo posto a conclusione del secondo lato del disco (già, i vinili avevano due lati da suonare, e ciò aveva un senso anche per la costruzione di un album a regola d'arte). Dunque, parlavamo di "Josie". Se volete cercare una canzone che faccia da esempio su cosa sia il funk, questa ne è l'esempio più calzante. Costruita su un groove micidiale da parte di Jim Keltner alla batteria e Chuck Raney al basso, il brano prosegue con le ricamature alla chitarra di Larry Carlton, il tutto a sostenere un testo di Fagen, declamato come una storia romantica ma che invece è una storia che parla di degrado urbano, abusi sessuali e droga, una delle canzoni più truci mai scritte dagli Steely Dan.
Tra le altre curiosità, gli Steely Dan erano il gruppo prediletto di Frank Zappa, che già prima della realizzazione di "Aja" ne decantò le doti.
Curioso che abbia vinto un solo Grammy Award all'epoca, come "miglior Best Engineering album non classical"e - citando il critico Don Breithaup - sarebbe come se agli affreschi della Cappella Sistina avessero dato un premio come miglior "finitura opaca".

sabato 26 novembre 2011

AMY WINEHOUSE vs. THE CITY CHAMPS: LOVE IS A LOSING GAME, 2007



Barcellona contro Chievo oppure All Blacks contro Italia. Scegliete il paragone e il tipo di gioco che più vi aggrada per definire i termini del match tra Amy Winehouse e il trio proveniente da Memphis dei The City Champs. Non c'è partita, però, come spesso accade in certi incontri, la squadra sfavorita riesce a volte ad impegnare, seppure per poco, quella più brava ed infarcita di campioni. In questo caso, il trio americano formato da Joe Restivo alle chitarre, Al Gamble alle tastiere e George Supplick alla batteria, nel cimentarsi con la cover di "Love is a losing game" la butta nel jazz venato di soul, Booker T. come nume tutelare, aggiungendovi dosi massicce di groove per cercare di impensierire almeno un po' la performance vocale della Amy. E cosa altro potevano fare? La cover è inserita nel loro primo album "The Safecracker", uscito nel 2009, bel dischetto di sonorità vintage, ricorda a tratti quei vecchi vinili che si producevano in quel di New Orleans, roba tipo Bar-Keys e The Meters per intendersi con una spruzzata di Henry Mancini, il classico gruppo che deve essere ascoltato live per apprezzarne tutte le sfumature.
Di Amy invece, cosa altro dire? Non aggiungerò nient'altro che non sia già stato detto, vi chiedo soltanto di gustarvi l'interpretazione del video: per chi pensa che il soul sia una musica senz'anima e che non ha niente da dire questa può essere una risposta, nel senso che aldilà di tutti i virtuosismi possibili, l'anima che questa musica farà vibrare, sarà solo e soltanto la vostra.



venerdì 25 novembre 2011

DONNY HATHAWAY E ROBERTA FLACK: THE CLOSER I GET TO YOU, 1979

photo via Tarkus

Questa potrebbe essere la storia di un uomo che con la sua musica e la sua voce ha messo una parola definitiva su come intendere la soul music. Non voglio però fare qui una biografia dell'artista, ma parlerò soltanto delle emozioni che mi da tutte le volte che incrocio la sua opera. Donny Hathaway in soli tre dischi solisti ed uno realizzato insieme a Roberta Flack, ha lasciato un'impronta indelebile nel mondo della musica, non soltanto nel soul ed affini. Si può dire che ha completato quello che Stevie Wonder prima e Marvin Gaye poi avevano iniziato, ovvero una musica che partendo da storie perlopiù sentimentali sono via via diventate canzoni che hanno descritto senza mediazioni di sorta la condizione sociale dei neri americani e la successiva presa di coscienza nella lotta per i diritti civili nell'America a cavallo delle presidenze Johnson e Nixon. Hathaway era tutto questo ma anche di più. Ascoltate come un brano strumentale qual'è "The Ghetto" con il suo andamento funky e intriso degli umori di strada di tanti quartieri "bassi" delle metropoli americane, sia diventato un inno che vale più di cento discorsi. Ascoltate l'uso innovativo che fece del piano fender rhodes, ascoltate quelle canzoni che sono ancora oggi una primaria fonte d'ispirazione per gli artisti che operano in ambito soul, come i tributi che cantanti come Amy Winehouse, Laureen Hill e Alicia Keys gli hanno dedicato. Ascoltate i duetti insieme alla sua amica Roberta Flack, vi ripagheranno di tanti obbrobri musicali fatti in nome di un sentimentalismo che sfocia il più delle volte in ruffianeria e manierismo.
Purtroppo, come troppo spesso accade nella vita di talentuosi musicisti, Donny è stato sconfitto dai fantasmi che hanno accompagnato la sua breve esistenza. Fantasmi in forma di depressione, schizofrenia paranoica, allucinazioni nelle quali sosteneva che i bianchi rubavano la sua musica con dei macchinari collegati al suo cervello.
Donny Hathaway ci ha lasciato un giorno di Gennaio del 1979, a trentatré anni, precipitando dal quindicesimo piano dell'Essex House, albergo situato in quel di Manhattan. C'è chi parlò di suicidio, chi disse di un disgraziato incidente o forse fu un'ultimo disperato tentativo per essere finalmente libero.
Remake del post già apparso su Call of the West del 29-10-2010.

mercoledì 23 novembre 2011

ERIC ROBERSON: PICTURE PERFECT, 2011


Eric Roberson, Erro per gli amici, è probabilmente il miglior soul singer attualmente in circolazione, snobbato e semisconosciuto dalla maggior parte degli appassionati di musica, ma tenuto nella massima considerazione e rispetto da parte dei suoi colleghi. Si può dire che Erro rappresenta l'anima indie del movimento soul ed r'n'b, se mai ne esiste uno. Quel che è certo è che il nostro, per poter ottenere la massima libertà artistica, ha sempre schivato le major preferendo incidere per etichette indipendenti al punto da crearsene una propria, la Blue Erro Soul, nel 2003. La parabola artistica di Erro è iniziata nel 2001 con l'album "The Esoteric Movement", fino ad arrivare ai giorni nostri con l'album uscito il mese scorso, "Mister Nice Guy", il sesto della serie.
A differenza di tanti celebrati campioncini del cosidetto indie rock, Roberson ha dimostrato cosa vuol dire essere "indipendenti" da qualsiasi pressione delle etichette discografiche, pubblicando i suoi dischi quando ne aveva voglia; ha venduto i suoi primi quattro Cd principalmente durante i suoi concerti o in piccoli punti vendita, riuscendo a piazzarne 100mila copie e ricevendo sempre degli ottimi apprezzamenti da parte della critica. Il suo modo di lavorare è un modello per altri artisti indipendenti, ed è la dimostrazione che con le idee giuste e il non appecoronamento verso modelli considerati "vincenti", anche nella soul music odierna si può ambire a costruire qualcosa di interessante e degno di nota.
Il suo ultimo lavoro è veramente il miglior disco di "neo soul-r'n'b" contemporaneo uscito quest'anno, morbido senza cadere nella melensaggine, 15 brani che non annoiano mai, un caleidoscopio di stili che partono dalle sonorità classiche senza esserne una copia carbone, per arrivare a suggestioni hip-hop senza esagerare. Soltanto in un brano, l'ultimo, "All for me", c'è la sensazione di qualcosa di fuori posto rispetto ai brani precedenti. E' una classica ballad solo piano, orchestra e voce dall'andamento solenne, ma, e qui sta l'intuizione del nostro, dove una Whitney Houston od un Lionel Richie avrebbero fatto entrare il classico colpo di grancassa ed alzato il pathos nel momento topico del brano, qui assistiamo ad un naturale svolgersi della canzone, rimanendo negli argini del buon gusto, senza gli strabordamenti in territori di tronfismo kitsch, tipici di questo tipo di ballad.
Album consigliatissimo che, qui lo dico, riporta alla mente i momenti migliori del grande D'Angelo (non Nino e neppure Gianfranco, ma i fratelli soul sapranno di chi parlo).

lunedì 21 novembre 2011

MELVIN SPARKS: DISCO BOOTY, 1975



Melvin Sparks è stato un testimonial di prodotti per barbeque. E forse in America, per chi non si interessava alla musica, è stato più conosciuto per questo. Ed è un peccato, perché Melvin, chitarrista partito dal jazz per poi approdare ad una fusione tra soul e funk, è stato uno dei pionieri del futuro acid-jazz, e ne è diventato un punto di riferimento. Non ha inciso molti dischi, sette, dal 1970 al 2006, ma ha partecipato come turnista in centinaia di album dei maggiori musicisti del genere, tipo Lou Donaldson e Idris Muhammad, per dirne due.
Musicista eclettico, come lo si ascolta nel brano di oggi, dove si diverte con i ritmi della disco, innestata però da una dose massiccia di funk. Il pezzo non è presente in nessuno dei suoi album, è un rare groove che arriva da una compilation della Ace Music uscita nel 2001 e compilata dal dj inglese Dean Rudland. E non è un caso che ancora una volta le orecchie più attente per questi suoni arrivino dall'Inghilterra, dove alla musica black è data pari dignità che al rock, a differenza del nostro paese, dove se confessi di essere appassionato di soul, bene che ti vada vieni commiserato.

sabato 19 novembre 2011

THE COMMODORES: X RATED MOVIE, 1978


Davanti a questo gruppo e a questo disco, mi sento come i turisti che, passando per Firenze, si trovano di fronte, tutte insieme, la cattedrale di Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto ed il Battistero. Oppure, mentre stanno ammirando le opere site nella galleria degli Uffizi. I sintomi: capogiro, tachicardia, vertigini, confusione e in casi estremi, allucinazioni. Si, è la famigerata sindrome di Stendhal. E' una malattia rara, ma tra i malanni dell'appassionato di musica c'è pure questa. I Commodores sono conosciuti principalmente per essere stati il gruppo di Lionel Richie (come se gli altri fossero dei miseri scalzabbubole) e questo album, "Natural High", e la canzone ivi contenuta "Three Times A Lady", li fece assurgere al ruolo principe di band per pomicioni. Che le ballad siano state il pezzo forte del gruppo non ci piove, ma i nostri Commodori se la cavavano molto bene anche con il funk. Vi ricordate "Brickhouse" dall'album precedente? Anche in "Natural High" c'è un pezzo che fa vibrare le corde giuste, quelle del groove ovviamente, e il titolo è già tutto un programma, "X Rated Movie". Come dire, dal funk sofisticato a quello hardcore! ^____^
Comunque diciamo che questo è l'ultimo album dove l'r'n'b ed il funk la fanno da padrone, poi la parabola dei Commodores e quella di Lionel Richie veleggerà verso i lidi del pop, benché di classe, ma sarà così irremediabilmente annacquato il loro sound, facendo storcere più di un naso ai puristi del soul'n'funk.

giovedì 17 novembre 2011

THE FATBACK BAND: LET THE DRUMS SPEAK, 1975


C'è poco da fare; il groove o ce l'hai dalla nascita o non ce l'hai. E' inutile provare ad afferrarlo quando sei già a spasso per il mondo, inutile tentare di imitarlo; se non ti è apparso quando hai visto per la prima volta la luce, quello che puoi avere in dono, è una parvenza di groove. Prendi ad esempio la Fatback Band. Ah beh, magari mi direte che facevano un funkettino leggero leggero, imbastardito con la disco, ma scommetto che tutte le volte che sentite partire un loro pezzo, vi scatterà dentro la molla del groove, sempre che lo possediate, naturalmente. A loro di certo non mancava, e strabordava dai solchi dei loro vinili: il miracolo del groove poi avveniva quando vedevi la folla riempire la pista da ballo. Un miracolo di conversione, si, anche per chi non ne aveva le stimmate, salvo poi ritornare nel grigiore quando il brano sfumava e partiva, che so', un cazzo di disco delle Baccarà o peggio, quando qualche rocker di razza provava a cimentarsi con il funk (ueh, il correttore ortografico al posto di rocker mi ha scritto cocker, in questo caso devo dire a ragione. Di chi parlo? Avete mai sentito "Funky New Year" degli Eagles? Ovvero, come sputtanarsi una gloriosa carriera in quattro minuti).
Ritornando alla Fatback Band, "Let The Drums Speak" è tratto dall'album del 1975 "Yum Yum", disco di street funk dove i ragazzi iniziavano a lasciarsi alle spalle le ruvidezze dei primi anni, mantenendo però l'impostazione live delle canzoni e, cosa importante, non a discapito della qualità, sempre molto alta in questo vinile.
Let's Groove !

mercoledì 16 novembre 2011

HAROLD MELVIN AND THE BLUE NOTES: BAD LUCK, 1974


Questa era la musica soul che si suonava nelle feste scolastiche alla metà degli anni '70, e che veniva ballata nelle discoteche. Arrivava da Philadelphia, il suono era riconoscibile all'istante e coinvolgente come pochi altri generi lo sono stati, talmente caratteristico da creare un sottogenere nell'ambito della soul music che prenderà il nome di Philly Sound. L'etichetta discografica che ebbe più hits nelle classifiche fu la Philadelphia International dei produttori Gamble e Huff, sia lode a loro, ed il gruppo più famoso e rappresentativo furono i Blue Notes di Harold Melvin. Come partivano le prime note di un qualsiasi loro disco, li riconoscevi all'istante, e questo grazie all'inconfondibile voce del solista, il grande Teddy Pendergrass, e ai complessi intrecci vocali degli altri. E pensare che il buon Teddy entrò nella band in qualità di batterista, salvo poi prendersi quel ruolo di primo piano che lo rese famoso, tanto da lasciare la band all'apice del successo - i componenti della band non accettarono il cambio di nome da lui proposto, ovvero "Teddy Pendergrass and The Blue Notes"- per intraprendere la carriera solista.
Ritornando alla line-up original, "Bad Luck" era fra tutti il brano che preferivo, ascoltare l'attacco iniziale please, e se non bastasse, il ritornello veniva buono da urlare mentre lo ballavi in qualche scalcinata discoteca di periferia. E questo fu il bello del Philly Sound e delle canzoni dei Blue Notes, non solo musica da ballo, ma anche eccezionale aggregatore di una determinata classe sociale, il proletariato urbano, e di una generazione, la mia.

martedì 15 novembre 2011

EDDIE ROBERTS AND THE FIRE EATERS: BURN, 2011


Ecco scovata una band che, per quanto mi riguarda, ha licenziato uno dei migliori dischi soul funk dell'anno. I Fire Eaters sono il nuovo progetto del chitarrista inglese Eddie Roberts, band nata grazie ad un tour spagnolo della band di Roberts, The New Mastersounds, dove ha unito le forze con la sezione ritmica dei Sweet Vandals, gruppo spagnolo dedito, come il gruppo di cui sopra, ad un torrido soul-funk. La miscela ha dato vita ad un disco incendiario, non a caso chiamato "Burn", un'ora circa di brani originali e un paio di cover dallo stesso comun denominatore: funk, acid jazz e soul. Niente di nuovo, il gruppo si muove nella tradizione delle band che hanno caratterizzato il genere, un nome su tutti il James Taylor Quartet, ma ricorda anche artisti quali Jimmy Smith e Donald Byrd. Quel che è certo è che dischi come questi sono dei toccasana per le orecchie, una dimostrazione che aldilà di qualsiasi menata intellettualoide, aldilà di ogni presunta "novità", basta la passione e la "fede" nella musica dell'anima per realizzare delle opere che magari non passeranno alla storia, ma che nella loro energia e nella loro spontaneità, meriterebbero miglior fortuna che non l'attenzione dei soliti carbonari.

lunedì 14 novembre 2011

DARONDO: GET UP OFF YOUR BUTT, 1973


Che si potrebbe tradurre anche come "Alza il culo", e in giorni come questi la trovo una frase molto pertinente a proposito del satrapo di Arcore. Ma il nostro Darondo non poteva certo sapere quarant'anni fa dell'avvento di un piccolo uomo nel nostro vivere quotidiano e chissà a chi era rivolto l'invito. Di sicuro una volta che il pezzo è partito il culo viene voglia di alzarlo si, ma per mettersi a ballare. Funk scarno, suonato live senza sovraincisioni, potente come un pugno allo stomaco, una massiccia linea di basso a dare la linea, la batteria all'unisono, una armonica in sottofondo a ricamare e la voce del nostro che esorta a passare all'azione.
Bella scoperta questo Darondo, l'ennesimo miracolo della musica, a differenza di quello promesso diciassette anni fa dal solito omino.

venerdì 11 novembre 2011

ANITA BAKER: YOU BRING ME JOY, 1986

Ballatona strappacore, scritta da quel talento misconosciuto di David Lasley, e la voce...quella voce ! Nel 1986, Anita Baker arrivò d'imperio nello stardom musicale, imponendosi come nuova diva di un genere già orfano di una presenza che unisse lo charme di Diana Ross, con la potenza di Aretha Franklin.
Ritornava il soul, grazie ad un disco di canzoni diventate degli instant classic, e forse a causa di queste, rimarrà come un'opera unica e mai più ripetuta da Anita Baker.
E' il destino delle opere prime che hanno al loro interno tante canzoni da poterne fare dei singoli potenziali, dischi già maturi che bastano per gli anni a venire.
Un team di musicisti fuoriclasse, arrangiamenti che tenevano conto della lezione del passato ed un tris di autori che firmeranno i brani migliori dell'album: Rod Temperton con "Mistery", il già citato David Lasley e Ken Hirsch con "No one in the world".
Per concludere, un disco senza tempo, che è rimasto come un corpo a se stante nel panorama della soul music degli anni '80.
Soul di classe ?

giovedì 10 novembre 2011

BILLY COBHAM AND GEORGE DUKE BAND: STRATUS, 1976


La chiamavano fusion, anche in senso dispregiativo; per me era una miscela esplosiva ed irresistibile di jazz, funk, soul e rock. Billy Cobham e George Duke erano insieme ai Return to Forever di Chick Corea, alla Mahavishnu Orchestra di John Mc Laughlin e ai nostrani Perigeo la mia personale oasi dagli ascolti hard rock che caratterizzarono la mia adolescenza. Il brano di oggi, "Stratus", è tratto dall'album "Spectrum" uscito nel '73 per mano di Billy Cobham ed il video che potrete gustarvi arriva da quel festival da urlo che fu il Jazz Fest di Montreaux, sempre agognato e mai visto dal vivo. Ascoltare poi questo pezzo, uno standard per il genere, suonato insieme alla band di George Duke, ti fa ripiombare indietro in quelle atmosfere da blaxploitation. Gustatevi pure il grande John Scofield alla chitarra e Alphonso Johnson al basso. Ora, dopo aver ascoltato questo pezzo, non capisco e non capirò mai come questo genere abbia avuto più infamie che lodi, anche se ho una mia piccola convinzione: l'invidia verso certe capacità tecniche da parte della critica musicale, adusa ad esaltare l'ennesimo hype che non a riconoscere l'arte quando questa si manifesta.

mercoledì 9 novembre 2011

THE JACKSON 5: NEVER CAN SAY GOODBYE, 1971-SMOKIN' JOE TRIBUTE


Questa è la versione originale della canzone portata al successo in versione disco da Gloria Gaynor e coverizzata anche da Isaac Hayes. Il motivo del post però è un'altro. Questo brano fu pubblicato nel Marzo del 1971, mese che vide svolgersi il giorno otto, quello che passerà alla storia come il "Match del secolo" di pugilato, tra Cassius Clay e "Smokin" Joe Frazier.
Ed è il mio personale omaggio e ricordo del pugile che sconfisse Mohamed Alì, scomparso ieri all'eta di 67 anni per un tumore al fegato. Un'altro che ci lascia, un'altro pezzo della mia infanzia che sparisce.
So long, Joe.

martedì 8 novembre 2011

EVERYTHING BUT THE GIRL: LETTING LOVE GO, 1990


Chiunque si affidi alle cure del produttore Tommy Li Puma sa quello che gli aspetta. Dischi iper prodotti, sonorità raffinate spesso al limite dello stucchevole, impeccabili costruzioni sonore dove niente è lasciato al caso. Tutto deve essere al proprio posto, e ognuno deve spremere il meglio da se stesso, dove per ognuno si intendono i migliori turnisti in circolazione che bazzicano gli studi discografici. Quando il produttore americano ebbe modo di ascoltare gli EBTG si trovò come essere folgorato sulla via di Damasco nel sentire la calda voce di Tracey Thorn e la grazia musicale di Ben Watt, tanto da essere convinto a chieder loro di volare in America per incidere un disco alla maniera degli Steely Dan e degli sconosciuti cantori del pop soul californiano. La prima volta il duo inglese oppose un netto rifiuto alla proposta, salvo ritornarci sopra un anno dopo, forse capendo l'intuizione di Li Puma. Nacque più o meno così "The Language of Life", un disco del tutto straniante dalla produzione fin lì realizzata dagli EBTG, ma talmente belle nella sua semplicità di fondo, nonostante la pulizia e l'iper-produzione di cui sopra, tanto da celare la complessità di quelle trame compositive che i brani contengono.
Forse più pop che soul, ma basta la voce di Tracey Thorn per far pendere la bilancia dalla parte della musica dell'anima.
A proposito, questi alcuni dei musicisti che parteciparono al progetto: Michael Brecker, Stan Getz, John Patitucci, Joe Sample, Vinnie Colaiuta, Omar Hakim, Michael Landau. Vi bastano?

lunedì 7 novembre 2011

THE WHO vs. MARTHA AND THE VANDELLAS: HEAT WAVE, 1963


Prima sfida nel blog tra due formazioni angloamericane: da una parte gli inglesi Who, dall'altra le americane Martha and the Vandellas. La canzone è "Heat Wave", cioè Holland-Dozier-Holland, cioè il non plus ultra del suono Motown. Il brano è del 1963, qui vediamo l'originale eseguito da Martha in "Ready Steady Go", uno tra i più celebrati tv show della tv inglese, ed era, se non erro, il 1964. Del 1965 invece è la cover dei Who, tratta da un film documentario francese, intitolato non a caso "Les Mods".
La canzone è essa stessa un documentario: cattura tutto l'ottimismo e lo spirito del tempo, fu venduta a camionate, e sta alla pari, se non più in alto, di tanti celebrati inni rock.
Ma ora, fuoco alle micce: quale delle due performance preferite?



domenica 6 novembre 2011

NICK PRIDE AND THE PIMPTONES: WAITING SO LONG, 2011


Come prima canzone di artisti contemporanei che presenterò settimanalmente nel blog, la mia scelta è andata sui Nick Pride and The Pimptones, gruppo di Newcastle dedito ad un soul-jazz-funk, adatto per scatenarsi nei dancefloor. Il gruppo è nato nel 2007, ed è un progetto del chitarrista e produttore Nick Pride, hanno realizzato due album, uno nel 2009, "It's The Pimptones!!!!", e l'altro, "Midnight Feast Of Jazz", è uscito da poco per la Record Kicks di Milano. Come vi dicevo è il classico gruppo che andrebbe gustato dal vivo, magari in un party, ma la carica che i ragazzi ci mettono nel suonare si può apprezzare anche su disco, e senz'altro mantengono quello che promettono, insomma, è un gruppo che ti fa divertire e, facendo un paragone alimentare, è o.g.m. free e non contiene grassi.
Il brano che vi posto oggi "Waiting so long" , vede la partecipazione alla voce di Jess Roberts, una caliente cantante londinese che gli amici di Roma hanno avuto modo di ascoltare il 28 di Ottobre scorso al Circolo degli Artisti con la sua band.
Tutti in pista !

sabato 5 novembre 2011

DARONDO: DIDN'T I, 1973


photo by Amanda Lopez

Chi è Darondo? Un Suv coreano? Il nome- "Da Rondo" - di una trattoria? Nessuno dei due, anche se la trattoria esiste veramente ed i suv coreani per ora non contemplano quel nome. Darondo è il nick di William Pulliam, uno che i miti del rock se li mangia a colazione. Il suo nome è avvolto nel mistero e nella leggenda, all'inizio degli anni '70 ha inciso tre singoli per tre case discografiche diverse, poi si narra che una sera, tornando a casa con la sua Rolls Royce dopo aver aperto un concerto di James Brown, abbia deciso di lasciare il mondo della musica. Si dice anche che la sua occupazione principale fosse quella del "pimp", cioè del magnaccia, anche se lui ha smentito. Lo hanno visto fare pure il fisioterapista non ortodosso (chissà che faceva ai pazienti) e il collezionatore di opere d'arte. La sua musica è uscita dagli scaffali dei collezionisti di dischi grazie a quel minatore indefesso di Gilles Peterson che ne ha trasmesso i brani su Bbc radio 1, poi di seguito i più scafati, e ci metto tutti voi lettori del blog, avranno riconosciuto due suoi pezzi inseriti in due episodi di due serie tv americane "Breaking Bad" e "Life on Mars", e chissà se vi avrà incuriosito talmente tanto da farvi acquistare una raccolta di canzoni del nostro uscita recentemente per la Ace Records, dal titolo "Listen to my song - The Music City Session". Nastri di una lunga sessione di registrazione, per un album che doveva uscire nel 1974 e che gli appassionati credevano perduti, sono ritornati a noi in tutto il loro splendore, sonorità funk e soul, dove sono ben presenti i riferimenti dei maestri primevi, cioè Curtis Mayfield, Al Green e Ronald Isley. Suoni grezzi, suonati live senza altri orpelli, che fanno finalmente giustizia della fama del nostro, mettendone in risalto la sua anima più vera.
Indispensabile.

venerdì 4 novembre 2011

AZAR LAWRENCE: THEME FOR A NEW DAY, 1976


C'è qualcuno che si ricorda di queste sonorità? A metà degli anni '70 erano un'alternativa alle chitarre rumorose e alle sinfonie progressive, ma forse grazie a queste ultime, l'interesse per quelle musiche erano una naturale evoluzione di quegli ascolti. Chiamatelo jazz rock, soul funk, space soul, la sostanza era la stessa e gente come i Return to Forever, John Mc Laughlin, Billy Cobham e i nostrani Perigeo erano il pane quotidiano per molti di noi. Il musicista di oggi, pur muovendosi in quest'ambito, non era molto conosciuto all'epoca pur avendo registrato un discreto album, "People Moving" da cui è tratto il brano di oggi. Sassofonista, Azar Lawrence ha lavorato insieme alla crema dei jazzisti di allora, Mc Coy Tyner, Miles Davis e Freddy Hubbard, e scusate se è poco. Come solista ha realizzato cinque dischi, tre vanno dal 1974 al 76, gli altri due sono del 2009 e del 2010.
"Theme for a new day" è un perfetto incastro di jazz in una struttura soul-funk, anche i restanti brani dell'album non sono da meno, pur essendo di una scrittura più immediata rispetto a questo. La sua grana sonora ricorda John Coltrane, ma non voglio esser sacrilego e qui mi fermo.
Da riscoprire e gustare.

giovedì 3 novembre 2011

MAXWELL: ASCENSION (DON'T EVER WONDER), 1996


Se per molti quest'anno sarà ricordato come il ventennale dall'uscita di Nevermind dei Nirvana, il vostro dottore vuole celebrare un altro anniversario, magari non clamoroso come quello sopra citato, ma altrettanto importante per un certo genere musicale e non solo. Si, sono già passati quindici anni dall'uscita del primo album di Maxwell, "Urban Hang Suite", disco che possiamo considerare come quello della rinascita del soul, quel soul fatto grande dai padri nobili del genere, Marvin Gaye, Curtis Mayfield, Stevie Wonder e Prince. Se poi ci mettiamo il carico di assonanze vocali con Smokey Robinson, si può senz'altro chiudere il cerchio.
L'album, un concept basato sulle esperienze personale di Maxwell su e intorno l'amore, è uno di quei lavori che fanno da spartiacque per un genere, si può classificare il nuovo soul come prima e dopo questo disco, mi vengono in mente anche i coetanei lavori di Erika Badu e D'Angelo, altrettanto seminali come questo. Le sonorità del disco rimandano appunto a quelle dei classici artisti soul, sonorità calde, vellutate, con una linea di basso funk, chitarre wah wah, fiati, e tastiere fender rhodes, ci trovi dentro il jazz, quello più torrido, ballate da togliere il fiato e tanto erotismo. Il nostro, dimostrando di vederci lungo, ha voluto con se, per realizzare il disco, autori del calibro di Leon Ware e Itaal Shure, Stuart Matthewman e Hod David. Insomma, per chi non si accontenta delle direttive della critica rock, su cosa meriti di essere ricordato e su cosa sia un capolavoro, questo album ha tutto il diritto di essere posto nell'olimpo della musica di tutti i tempi e non solo nel suo genere.

mercoledì 2 novembre 2011

TAMMI TERREL: ALL I DO IS THINK ABOUT YOU, 1966


Questa canzone era già apparsa nel mio vecchio blog, ma una ripassatina non fa mai male. Il brano, scritto da Stevie Wonder, è una oscura gemma del repertorio di Tammi Terrell, sfortunata cantante dell'epoca d'oro della Motown, scomparsa all'età di 24 anni per un tumore al cervello. Forse la conoscete per aver cantato in coppia con Marvin Gaye, -almeno due titoli,"Ain't no mountain high enough" e "You're all i need to get by" - credo che li avrete ascoltati tutti, e sicuramente i suoi maggiori riconoscimenti li ha avuti insieme a lui. Il brano di oggi è quello che si può definire un "future classic", cioè una canzone che definisce uno stile ed un'epoca ma che ha avuto più fortuna da postuma che non al momento. Grazie anche all'opera di Paul Weller che l'ha scelta per una compilation uscita lo scorso anno, che riuniva 28 rare canzoni r'n'b e soul di quegli anni, oggi possiamo gustarci questa chicca che altrimenti, me compreso, sarebbe rimasta sconosciuta ai più.
Diciamo che con questa canzone possiamo iniziare ad approcciare nel modo migliore il cofanetto "Quadrophenia-The Director's cut" in uscita il 14 di Novembre. Sarà un modo di ripassare quelle sonorità che giravano intorno agli anni in cui è ambientato il capolavoro degli Who, per capire quanta importanza hanno avuto per l'elaborazione dei suoni del gruppo inglese.
Mai pubblicato come singolo dalla Motown, stranamente.
Emozionante e commovente!

martedì 1 novembre 2011

DOOBIE BROTHERS: YOU'RE MADE THAT WAY, 1977


Come vogliamo appellare questa canzone ? Blue Eyed Soul, Pop-Soul, West Coast ? Quel che è certo è che arriva da uno dei migliori dischi dei '70, quel "Livin' on the fault line" dei Doobie Brothers, uscito nel 1977, qui con uno strepitoso Michael Mc Donald che si era unito alla band l'anno precedente, proveniente dagli Steely Dan, dove contribuì alla realizzazione del nuovo corso dei Doobies con "Takin' it to the streets".
"Livin' on the fault line" rappresenta però il punto più alto della carriera del gruppo americano ed è un caposaldo di quella particolare miscela di pop, soul, funk e sonorità west coast, suonate da dio e talmente sottostimate che a riascoltarle adesso gridano vendetta.
Riguardo a ciò, chi mi segue, sa come la penso su buona parte della critica musicale, incapace di riconoscere la bellezza quando gli si presenta sotto il naso e buona soltanto a rincorrere l'ultima moda del momento. Pensatela come volete, ma queste canzoni migliorano con il passare degli anni e lasciano una profonda nostalgia per quei grandi artisti che le realizzarono.
Michael Mc Donald poi, aggiungeva anche la sua voce black, oltre che alla scrittura, e se i Doobies incisero dei dischi da tramandare ai posteri fino a "One Step Closer" del 1980, passando per "Minute by Minute" del 1978, il merito è da ascrivere totalmente al suo genio.
E pensare che oggi c'è chi si sollazza con i Coldplay...

lunedì 31 ottobre 2011

EARTH, WIND AND FIRE: IN THE STONE, 1979


Quando gli EWeF scrissero questo pezzo erano ad un passo dal successo planetario, ma avevano già realizzato otto album dal 1971, e pur avendo avuto un buon riscontro in Usa con i precedenti tre lavori, uno su tutti "That's the way of the world", mancavano ancora di quel disco che gli avrebbe consacrati in tutto il mondo.
Per chi bazzica il funk inutile dire che gli album che vanno dal 1971 al 1974 sarebbero già bastati per dare gloria ed onori alla band di Maurice White, con "In The Stone", con quel suo ritmo incalzante, quei fiati così paraculi e una melodia sapientemente mischiata con il pop ed a suggestioni latine, i nostri erano ormai pronti per rompere le ultime resistenze dei miscredenti.
Inutile dire che questo pezzo vi farà muovere il culo dalla sedia, molto più di "Boogie Wonderland" che per il sottoscritto poteva anche rimanere chiuso in un cassetto.
"I Am", questo l'album da cui è tratto, pagava il suo tributo al pop di classe in altre due canzoni, una "After the love is gone" è la classica ballatona perfetta per i cuori infranti, l'altra, "Can't hide love", è il non plus ultra in fatto di raffinatezza in musica ed è una delle mie preferite.
Ecco, diciamo che se la carriera degli EWeF fosse finita qui, sarebbe stata una morte perfetta, purtroppo i nostri con la svolta elettronica di "Raise!", sono andati sempre più banalizzando e semplificando la loro musica.
Una parola la spendo per la sezione fiati della band: una delle migliori mai ascoltate in un gruppo soul, che ha avuto il merito di nobilitare album altrimenti scadenti, uno per tutti "Face Value" di Phil Collins, che non si sa ancora quanti ceri ha acceso per aver avuto quei fiati nel suo disco.
Funk alle masse !

domenica 30 ottobre 2011

THE HIGH NUMBERS: OOH POO PAH DOO, 1964


Ganzi questi quattro ragazzotti che rifanno una canzone di Jessie Hill: un classico r'n'b già portato al successo dagli Standells, dopo tanti anni ritorna in pista grazie all'energia degli High Numbers. E bravi lo sono davvero, il cantante con quegli occhiali scuri è una forza della natura, non parliamo poi del batterista, picchia come un ossesso e diresti che un lampo di lucida follia lampeggia nei suoi occhi. Il chitarrista con quella faccia e quel buffo nasone si diverte a far roteare il braccio per dare delle belle svisate sulla chitarra ed è anche un bel tipo incazzoso: ha fracassato la chitarra sul palco perché dopo aver rotto il capo della stessa sul soffitto, le persone accorse al concerto hanno cominciato a prenderlo per il culo. Il bassista invece bilancia gli altri tre, essendo molto flemmatico e non appariscente, ma sa suonare lo strumento con una bella tecnica. Bello il filmato in bianco e nero, girato nella sala del Railway Hotel di Londra, che ricorda quello degli anni passati, strano poi che anche allora i ragazzi vestivano più o meno come adesso. Qualcosa mi dice che il gruppo avrà successo in futuro e già si vocifera che la band ritornerà con il nome che aveva precedentemente, "The Who", e che il loro primo disco sarà qualcosa da ricordare per le generazioni a venire.
Miracoli del retrofuturo e della rete, immaginarsi di essere nel 1964 e crederci davvero!

sabato 29 ottobre 2011

DIANA ROSS: LOVE HANGOVER, 1976

photo by Terry O'Neill

Se c'è una cura per questo, non la voglio. Parafrasando Diana Ross nella sua "Love Hangover", potrei dire la stessa cosa; nessuna cura per guarire dall'ascolto compulsivo di questo brano.
Non solo: da quando quasi un mese fa ho deciso di rivitalizzare questo blog, non passa giorno che non mi spari in cuffia almeno un paio di album di black music, che sia soul, funk, r'n'b e loro derivati, e conoscendomi bene credo che questa malattia me la porterò dietro per un bel po'.
Del resto quando si ritrovano canzoni come queste, nessun vaccino può rendere immune dal virus del soul. Qui Diana flirtava pericolosamente con la Disco, aveva già una carriera che le poteva permettere di cantare di tutto.
Il risultato in questo caso fu un pezzo da consegnare ai posteri, partiva come una ballad per poi trasformarsi in una lunga coda mid-tempo, ben diverso da altri artisti storici del soul e non solo che si cimentarono con la disco. Per esempio, avete mai ascoltato la versione disco di "I Love you for sentimental reason" che ne fece James Brown? Beh, meglio lasciar perdere, là il buon James sembrava afflitto dalla sindrome del "cappone", talmente era irriconoscibile. Che dire poi delle prove di Elton John e Paul Mc Cartney? Come se bastassero grandi nomi per nobilitare un genere considerato fatto da cani e porci, quando i cani e i porci perlomeno credevano nel genere e lo nobilitarono.
Diana Ross ebbe il merito di tirar fuori un pezzo che nobilitò veramente la disco, facendone un instant classic e venendo suonato ancora oggi e campionato in millanta brani hip-hop.
E pensare che non ne voleva saper niente di incidere questo brano.

venerdì 28 ottobre 2011

NAT TURNER FEAT MAJOR HARRIS: RUBY LEE, 1972


Il sound di Philadelphia prima di essere un genere musicale, è uno stato dell'animo. Quando arriva ne rimani intrappolato e non puoi farci niente e non è nemmeno spiegabile, è un po' come cercare di far capire la saudade ad un non brasiliano. Il Philly Sound qui da noi è conosciuto principalmente grazie all'etichetta Philadelphia International fondata dai produttori Gamble e Huff nel 1971, ed è diventata con gli anni sinonimo di quel particolare tipo di sound che arrivava da quella metropoli. Prima di loro però, altre realtà operavano nella città, come ad esempio l'etichetta a cui è associato il cantante che vi presento oggi. La Philly Groove, questo il nome, fu una casa discografica nata nel 1967 per opera dei produttori Stan Watson e Sam Bell, divenne famosa per due gruppi vocali, i Delfonics, loro è la famosa "La la Means I Love You", e le First Choice, e fino al 1974, anno della cessazione dell'attività, produsse altri notevoli pezzi grazie ad artisti quali Nat Turner, gli Ultra High Frequency, i Tapestry e David Lasley, canzoni e stili che furono ampiamente sfruttati ed aggiornati dalla label di Gamble ed Huff. Da sottolineare il gran lavoro su questi brani che ne fece il Dj Tom Moulton, inventando di fatto l'arte del remix, espandendone le sonorità, puntando sulla ritmica ossessiva ed enfatizzando le orchestrazioni. Parte della Philly Groove una volta chiusi i battenti si tramutò nella Arista Records, mentre l'eredità artistica fu raccolta dalla Salsoul records. Insomma, per chi volesse iniziare a capire cos'è stato il sound di Philadelphia, deve necessariamente partire dall'ascolto degli artisti di questa etichetta.

giovedì 27 ottobre 2011

THE JAM: MOVE ON UP,1982


Probabilmente la miglior cover mai fatta di un brano di Curtis Mayfield, e forse una delle migliori di sempre. Almeno da parte mia, anche se magari si può obiettare che dell'atmosfera del brano originale, ci sia rimasto ben poco. Però ad uno come Paul Weller, su come trattare la materia, visti anche i successivi lavori con gli Style Council, ben pochi possono insegnare. Questa cover è tutta potenza e poco groove, ma del resto questa era la marca caratteristica dei Jam e del brano ne è stato tirato fuori il lato grezzo e sguaiato che nella versione di Mayfield si poteva intuire tra le righe.
Il pezzo fu registrato originariamente nel 1982 ed apparve nell'EP "Beat Surrender", per poi ritrovarlo nella raccolta "Extras" uscita nel 1992.
E voi quale versione preferite?

mercoledì 26 ottobre 2011

JACKIE WILSON: I GET THE SWEETEST FEELING, 1967


Jackie Wilson l'ho conosciuto tardi, nel 1986, quando la ristampa del suo "Reet Petite" ebbe un discreto successo radiofonico anche qui da noi. In particolare, dalle mie parti, divenne un tormentone delle stazioni fm commerciali, tanto che dietro a quel motivo divertente credevo si nascondesse un carneade alla stregua, che so, di un Lou Bega. Non era così, per fortuna, e una volta conosciuta la carriera di Jackie Wilson, a forza di acquisti dei suoi vecchi dischi, badate bene che internet era di là da venire, quindi fatica doppia nel trovare fonti e materiali, mi trovai di fronte ad un artista talmente importante per la transizione dal r'n'b al soul, che mi chiedevo come fino ad allora in Italia fosse considerato un oggetto misterioso o poco più. Prima di tutto ci troviamo di fronte ad un grande performer, sarà da esempio per numerosi artisti neri, non ultimo Michael Jackson. Mr. Wilson le canzoni le prendeva e le faceva diventare un ribollente calderone di frenesia sessuale, già su disco; dal vivo, per quelle poche immagini arrivate fino a noi, doveva essere un indemoniato che nemmeno Elvis riusciva ad eguagliare. Un moto perpetuo, un punto fermo dei dancefloor anglosassoni, tanto da essere considerato uno degli eroi del Northern Soul, genere che furoreggiò nel nord dell'Inghilterra negli anni '60 ed arrivato qui da noi, giusto venti anni dopo, grazie anche alla ristampa di quel "Reet Petite" che per un'estate mandò in soffitta i soliti cialtroni da classifica.

martedì 25 ottobre 2011

MARVIN GAYE: TROUBLE MAN, 1972


Quando Marvin Gaye incise questo disco, colonna sonora del film di genere blaxploitation "Trouble Man", arrivava da quel capolavoro che fu "What's Going On", e anche qui abbiamo modo di ascoltare quale stato di grazia attraversasse il nostro. Marvin, al pari di Isaac Hayes e Curtis Mayfield contribuì alla riuscita della pellicola grazie alla colonna sonora che ne scaturì, anzi, si può sicuramente affermare che grazie a questi musicisti, film come "Shaft", "Superfly" e "Trouble Man", sono riconoscibili grazie alle title track dei dischi, costituendone la cifra stilistica che accompagna le pellicole.
"Trouble Man" riuscì così bene anche perché è una sorta di confessione autobiografica dell'uomo Marvin Gaye, diventerà un punto fisso dei suoi concerti live e pure il futuro nickname del cantante. La canzone è cantata quasi tutta in falsetto, dimostrando una volta di più le proprie strabilianti ed eclettiche qualità vocali, ma dimostra anche quale superbo compositore e strumentista fosse Marvin Gaye. L'album lo trovo come un'evoluzione del precedente "What's Going On", forse ancora più sofisticato e complesso musicalmente, e la definizione di album funk per un disco del genere è sicuramente limitante, un disco notturno intriso di soul e jazz, di sicuro uno tra i miei preferiti di sempre.

lunedì 24 ottobre 2011

ISAAC HAYES: WALK ON BY, 1968

photo by William Coupon

Qual'è la ricetta per fare un disco che resterà nella storia, con solo quattro brani all'interno?
Primo ingrediente, affidarsi a dei brani già conosciuti; secondo ingrediente, scegliere quei brani scritti dalla penna dei migliori autori del songbook americano; terzo ingrediente, almeno un brano scritto di pugno proprio; quarto ingrediente prendere queste canzoni, e metterci un alto tasso di personalità tali da stravolgerle e farle diventare qualcosa d'altro pur rendendole comunque riconoscibili. Isaac Hayes nel suo "Hot Buttered Soul", disco manco a dirlo "pietra di paragone" per tutto quello che verrà dopo, ha realizzato un piatto per gourmet sopraffini, prendendo il meglio della produzione di Bacharach e di quel misconosciuto grande autore che è Jimmy Webb, in più aggiungeteci di contorno una canzone scritta da Charles Chalmers - per inciso uno che ha suonato ed arrangiato pezzi come "Respect" e Let's Stay Together".
"Walk on by" nel suo lento dipanarsi, sono dodici minuti e mezzo di bollente funk-soul, è il capolavoro del disco, come un lungo amplesso appagante per le vostre orecchie e non solo,
questa musica fa bene anche alla vostra mente.

domenica 23 ottobre 2011

DUSTY SPRINGFIELD: SON OF A PREACHER MAN,1968

Era inevitabile, prima o poi. Può sembrare strano che in due anni e mezzo di attività blogghettara non avessi ancora postato niente su di lei. Forse per pudore, forse quando si ama troppo un'artista si ha quasi timore a parlarne. Era inevitabile, dicevo, che Dusty Springfield arrivasse sulle rive del "dottore" con quello che è il suo gioiello, un disco di musica nera registrato nel luogo dove questa è nata e si è sviluppata, Memphis, un lavoro che fu una scommessa, un rimettersi in gioco dopo una carriera che era stata tutta in discesa e che stava iniziando ad avere le prime falle. Il coraggio di Dusty è quello che non ha mai avuto la nostra Mina, forse uno scoglio troppo grande la lingua inglese per andare a raccogliere allori anche in America, tutte e due icone dei ruggenti sessanta, perfezioniste e capricciose come poche, ma le similitudini finiscono qui. Si perché un disco epocale come "Dusty in Memphis", Mina non lo ha mai fatto, ma forse, e qui la memoria si fa fallace, non ha mai nemmeno cantato una canzone di r'n'b.
Dunque le premesse per rilanciarsi c'erano tutte, ma come Dusty mise piede in Memphis, iniziarono le prime beghe; le 80 canzoni che il produttore Jerry Wexler le presentò, furono tutte rifiutate, le prescelte furono poi trovate in un altro gruppo di venti, pretese di avere il suo hair-stylist alloggiato in una stanza adiacente la sua, e sopratutto le parti vocali furono tutte registrate a New York con le basi realizzate a Memphis dai musicisti di Aretha Franklin. Dusty arrivò ad odiare il disco e forse questo stato emotivo si trasferì negli ascoltatori.
Il disco infatti fu un clamoroso insuccesso commerciale, sia in America che in Gran Bretagna, mise la parola fine sul rilancio della carriera di Dusty e soltanto il tempo e una nuova generazione di appassionati ha reso giustizia al più bel disco di musica soul che abbia mai inciso un bianco.
Ascoltate le sfumature della sua voce, è come ascoltare le fasi della vita di una persona, l'infanzia, l'innocenza e la sua perdita, la seduzione e l'allegria, il dramma e il gioco. Tutto questo in un disco e non pensiate che esageri. Provatelo.